Durante l’anno liturgico appena terminato ho cercato di trasmettervi qualcosa della comprensione della preghiera che Gesù ha insegnato ai discepoli. Recitando il Padre nostro faremo maggior attenzione all’atteggiamento interiore e alla conversione che Dio stesso vuole operare nella nostra vita.
Siamo ora nel periodo dedicato dal nostro Papa Benedetto XVI° alla riflessione sul ministero sacerdotale nella Chiesa e alla preghiera per i sacerdoti. Mi pare doveroso e bello inserirci in questo obiettivo ecclesiale: lo faremo soffermandoci a comprendere e pregare le parole che Gesù ha rivolto al Padre, secondo la testimonianza che l’evangelista Giovanni ci ha dato nel suo vangelo. Quella preghiera è chiamata già da secoli “preghiera sacerdotale di Gesù”: in essa infatti il Signore offre se stesso come sacrificio al Padre. In essa Gesù agisce e si manifesta come sacerdote, inteso proprio nel senso che egli compie l’atto tipico del sacerdote, cioè offrire a Dio ciò che Dio gradisce per perdonare i peccati degli uomini. Questa preghiera, che occupa tutto il capitolo 17 del Vangelo, è scritta dall’evangelista, che certamente non l’ha registrata come faremmo oggi con i mezzi di cui disponiamo, ma avendo conoscenza profonda e spirituale del suo Maestro, l’ha elaborata tenendo conto del suo Spirito e rifacendosi ai suoi insegnamenti. Per noi è doveroso soffermarci ad ascoltare il nostro Signore e Maestro proprio quando prega il Padre suo. Questo non solo è doveroso, ma soprattutto bello e consolante. Ascoltare la preghiera che Gesù rivolge al Padre al culmine della sua missione, a poche ore dal suo sacrificio, è il modo più forte e sicuro per conoscere il suo cuore, per entrare nel mistero di quel rapporto vivo e vivificante che è l’amore divino che corre e opera tra Padre e Figlio. Potremo imparare così qual è il modo di rapportarci a Dio e quali devono essere i contenuti dei nostri desideri più profondi, quelli che Dio stesso gradisce vedere nel nostro cuore. Vedremo che cosa preme a Gesù per noi e per il mondo, quel mondo che Dio ha tanto amato da mandare il Figlio suo a vivere in mezzo agli uomini peccatori. Non so se la lettura di questa preghiera diventerà una catechesi oppure un’introduzione ad amare Gesù con tutto il nostro cuore e tutto il nostro essere. In ogni caso sarà un aiuto a crescere nella fede e ad approfondire la nostra comunione con tutta la Chiesa.
“ Disse: «Padre, è venuta l'ora»”.
Gesù, con gli occhi alzati apre la bocca e inizia ad alta voce la sua preghiera. Egli non ha paura di essere udito, anzi, vuole che i suoi lo odano, così che anch’essi possano unirsi al suo stesso desiderio e alla comunione che egli vive in questo momento con il Padre. Chissà che condividendo la preghiera non cambi il loro cuore, non maturi in esso un amore più profondo e più vero, non si rassodi in loro una fedeltà più stabile! “Padre”: Gesù chiama Dio con questa parola familiare, come aveva già insegnato ai discepoli che facciano anche loro. Pregando, Gesù sa di non essere di fronte solo all’onnipotenza di Dio, ma soprattutto al suo amore, quell’amore che dà la vita e la fa crescere verso la pienezza. Gesù inizia quindi la preghiera col mettersi a tu per tu come un figlio davanti al proprio genitore, da cui si sa amato e atteso. Il momento in cui egli sta pregando è particolarmente intenso. Egli ha appena istruito i suoi apostoli riguardo all’azione dello Spirito Santo nella loro vita, ha dato loro il comandamento nuovo dell’amore reciproco, ha lavato loro i piedi e ha consegnato alle loro mani, nei segni del pane e del vino, il memoriale dell’offerta del suo corpo e del suo sangue. Gli apostoli sono solo Undici, perché Giuda si è allontanato nella notte e nella tenebra della sua avidità. Questo momento è carico di attesa, quella che Gesù aveva già anticipato dicendo: “C'è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto!” (Lc 12,50). “È venuta l’ora”: il Padre conosce quest’ora, attesa da sempre. È l’ora che anche la Madre attendeva, e che pensava fosse giunta quando il Figlio è arrivato alle nozze di Cana con i suoi primi discepoli. Allora egli le aveva dovuto dire: “Non è ancora giunta la mia ora” (Gv 2,4). È l’ora che segna il traguardo della sua vita, di tutta la sua fatica, di tutto il suo insegnamento ai discepoli: la salvezza degli uomini! Gesù sa di essere al mondo per uno scopo preciso, voluto dal Padre, scopo che ora si sta realizzando. Noi impariamo, da questa sua espressione, che anche alla nostra vita Dio ha assegnato un traguardo, uno scopo, e non potremo essere contenti finché non lo avremo raggiunto. Saremo attenti a scoprirlo lasciandoci illuminare dalla sua sapienza, dalla sua parola e dalle necessità della sua Chiesa.
“ Alzando gli occhi al cielo Gesù disse: “Padre, glorifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi te”.
L’ora attesa, e che adesso è giunta, è l’ora della gloria. Usiamo spesso questa parola nel linguaggio liturgico e nella nostra preghiera. Sappiamo cosa significa? Negli scritti del Nuovo Testamento viene espressa con questo termine la manifestazione di Dio. Gloria di Dio è tutto quanto manifesta la presenza di Dio nel mondo. Gloria di Gesù è quanto manifesta la sua divinità, la sua unione con il Padre! Ora Gesù chiede al Padre di dar gloria a lui, al Figlio. Desiderio di Gesù è che la sua vita e la sua persona possa essere manifestazione dell’essere di Dio, e cioè del suo amore. Noi leggiamo nella domanda di Gesù la richiesta di poter vivere la perfezione dell’amore divino, in modo che noi lo possiamo vedere e conoscere, e quindi affidarci del tutto al Padre! Se il Figlio riceve gloria dal Padre, ne consegue che il Figlio fa conoscere la bellezza e grandezza della misericordia di Dio. Il Padre che glorifica il Figlio concede al Figlio di diventare manifestazione del Padre. Chiedendo di essere glorificato perciò Gesù non chiede nulla di egoistico: essere glorificato significa venir reso strumento della manifestazione di Dio: Dio potrà essere visto dagli uomini tramite lui. E, dato che l’essere di Dio è pienezza d’amore, Gesù chiede di esser messo in condizione da manifestare la profondità dell’amore, che diventa maggiormente visibile dagli uomini quando esso maggiormente costa: ecco perché la gloria di Gesù è la sua croce. Accogliendo la croce Gesù si mette nel posto che rende evidente un amore infinito, un amore che è soltanto amore, un amore in cui non c’è nulla di egoistico. Non solo i dolori fisici di Gesù sulla croce, ma soprattutto la sua umiliazione dell’essere fatto oggetto di una infinita ingratitudine, sono la condizione che mette in evidenza la profondità del suo amore. Gesù chiede al Padre di esser messo nella condizione di manifestare quell’amore che gli uomini non hanno ancora mai visto, l’amore divino, che arriva a donare se stesso sapendo di non poter attendere nessuna ricompensa. Gesù quindi chiede la croce. Mancano poche ore al momento in cui egli sarà catturato dai giudei, - egli l’ha intuito già quando Giuda si è allontanato dalla Cena, - e perciò con queste prime parole della sua preghiera si offre al Padre per il cammino previsto.
“Questa è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo”.
Conoscere “l’unico vero Dio” non è possibile. Noi siamo uomini, e come tali siamo già alterati dalle nostre ribellioni e suggestioni, ben lontani dal vivere l’esperienza di Dio. Egli stesso deve donarcene la grazia. Questo, infatti, è il compito che il Padre ha dato a Gesù: egli deve dare la vita eterna, e ce la dona facendoci conoscere appunto “l’unico vero Dio” e se stesso come Figlio di Dio. Dio, chiamato Padre da Gesù è “l’unico vero Dio”. Oggi, per chissà quale concezione di ecumenismo o di voglia di piacere a tutti, cediamo facilmente il passo a chi dice che c’è un solo Dio, e quindi tutte le religioni sono buone e tutte di ugual valore. A parte l’ignoranza che tale affermazione nasconde e manifesta, ignoranza delle religioni appunto e della sofferenza di chi le vive, è proprio il contrario di quanto afferma Gesù. Egli ha vissuto l’amore fino alla morte per farci conoscere non un Dio qualunque, che gli uomini già conoscevano attraverso le loro varie religioni, ma “l’unico vero Dio”. Questo Dio nessuno lo aveva mai visto, nessuno lo immaginava nè lo conosceva. Era necessaria la vita e la morte di Gesù per farcelo conoscere e incontrare, per farci gustare il suo amore, per darci il coraggio di avvicinarlo con confidenza. E’ vero che esiste un solo Dio, ma quest’unico Dio è il Padre di Gesù Cristo! L’unico Dio che esiste è quello che ci ama, che ci può perdonare, che ci ha mandato il Figlio per salvarci, quel Dio che ci parla e ci istruisce. L’unico Dio è quello che si attende da noi ascolto e ubbidienza. Egli ci ama, e ci chiede di incontrarlo sulla strada dell’amore. Per amarci ha mandato Gesù Cristo: attraverso di lui lo possiamo conoscere, attraverso di lui lo possiamo ascoltare, da lui impariamo ad obbedirgli. Da Gesù impariamo pure che obbedire a Dio non è per noi segno di schiavitù e nemmeno di umiliante sottomissione, bensì dono, grazia, occasione di esprimere più che mai le nostre possibilità. Chi ubbidisce a Dio, infatti, prova le gioie più grandi. In questa preghiera Gesù stesso definisce se stesso “colui che hai mandato”: egli si sente inviato dal Padre e obbediente a lui. Si presenta con questa qualifica: quella che egli stesso ritiene la più bella e la più importante. Essa infatti manifesta la sua unione con il Padre e nello stesso tempo rivela che la sua autorità è divina.
“Erano tuoi e li hai dati a me ed essi hanno osservato la tua parola”.
Gesù ha fatto conoscere il “nome” del Padre ai discepoli. Ora parla di loro: “Erano tuoi e li hai dati a me”. Ecco come li vede il Signore. Sa che essi non sono una sua conquista, ma che gli sono stati affidati dal Padre, cui appartengono. Gesù si sente responsabile di loro di fronte al Padre. È contento però di aggiungere una bella notizia: essi sono obbedienti, hanno saputo ascoltare e hanno preso sul serio gli insegnamenti che egli dava loro. Tutto quello che Gesù diceva aveva origine nel cuore del Padre: “Come mi ha insegnato il Padre, così io parlo” (Gv 8,28), aveva già detto. Per questo ora dice “hanno osservato la tua parola”, volendo significare che gli hanno ubbidito. Pur avendo dovuto rimproverare più volte i discepoli e soprattutto gli apostoli, Gesù tuttavia sembra contento di loro. Varie volte, come raccontano gli evangelisti, ha espresso gioia per la loro vita. Di essi aveva detto che sono la luce del mondo e il sale della terra, altre volte ha mostrato di dar loro fiducia, come quando li ha mandati a due a due in missione da soli col potere sui demoni e sulle malattie. Hanno osservato la tua parola: possono essere di esempio per tutti coloro cui saranno inviati. La Parola “osservare” significa anzitutto custodire, ma anche mettere in pratica. I discepoli hanno custodito nel cuore e nella mente gli insegnamenti di Gesù, li hanno ritenuti tanto preziosi da renderli criterio per le piccole e grandi scelte. Custodire la Parola significa badare più a quella che non ai propri ragionamenti e alle proprie convinzioni e abitudini. Chi custodisce la Parola, la mette poi in pratica; in tal modo la Parola diventa “carne”, cioè vita dell’uomo, visibile da tutti attraverso azioni e comportamenti. Gesù stesso è la Parola incarnata, la sua vita è l’amore che il Padre «dice» all’umanità intera. I discepoli che osservano la Parola sono prolungamento della vita di Gesù, della sua incarnazione. Questo dice quanto è preziosa la loro vita agli occhi di Dio!
“Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro; essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato”.
Gesù ha parlato dei propri discepoli e li loda davanti al Padre. Essi hanno ascoltato con attenzione i suoi insegnamenti, lo hanno interrogato quando non capivano, sono stati da lui rimproverati quando ragionavano senza fede, secondo il modo di pensare egoistico del mondo. I discepoli sapevano che la parola che usciva dalla bocca di Gesù era Parola di Dio, tanto che sapevano che continuava ad essere Parola di Dio anche quando era pronunciata da loro. San Paolo stesso infatti dice ai Tessalonicesi: “Avendo ricevuto da noi la parola divina della predicazione, l'avete accolta non quale parola di uomini, ma, come è veramente, quale parola di Dio, che opera in voi che credete” (1Tess 2,13). Quando Gesù parlava era cosciente di trasmettere quanto aveva ricevuto da Dio, dal Padre: i discepoli lo hanno compreso. Gesù infatti faceva sempre riferimento ai profeti, a Mosè, ai salmi, sia quando formulava le sue parabole, sia quando dava altri insegnamenti più espliciti. I discepoli, abituati ad ascoltare ogni sabato le Scritture nella sinagoga, se ne accorgevano. Formulando questa preghiera, Gesù conferì autorità alla parola dei suoi apostoli, perché è una parola che proviene da lui e quindi da Dio. Per questo dice loro: “Chi ascolta voi ascolta me, e chi ascolta me ascolta colui che mi ha mandato”. Parola di Dio è la parola scritta del Vangelo e degli altri scritti contenuti nel Nuovo Testamento, e Parola di Dio è quanto i successori degli apostoli, i vescovi, ci trasmettono. Non è sempre facile per i vescovi aprire la bocca per donare Parola di Dio nè è sempre facile per i fedeli riconoscere l’autorità di Dio nella parola dei loro pastori. Sono uomini peccatori sia i vescovi che i fedeli, e perciò è sempre necessaria l’azione dello Spirito Santo per gli uni e per gli altri. I Vescovi e i loro presbiteri saranno sempre attenti a confrontare la loro parola con le Scritture e con gli insegnamenti perenni della Chiesa; i fedeli saranno pronti ad ascoltare, a meno che non risulti evidente che la parola di un sacerdote o di un vescovo non è conforme all’insegnamento di tutta la Chiesa. La preghiera è doverosa per gli uni e per gli altri, per ottenere da Dio spirito di sapienza, di fedeltà e di comunione.
“Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che mi hai dato, perché sono tuoi”.
Gesù inizia una seconda parte della sua preghiera. Ora prega per i discepoli. Che cosa significa pregare per qualcuno? Quando io prego per qualcuno, continuo a pregare, - cioè ad essere proteso verso Dio, - portando il nome e la situazione di un’altra persona davanti al Padre, perché egli riversi su di lui tutto il suo amore. Pregando per una persona mi impegno davanti a Dio per quella persona, mi unisco a lei. Quando Gesù prega per i suoi, si impegna davanti al Padre per loro, è un tutt’uno con loro, e il Padre lo deve ascoltare ed esaudire! Egli prega per i suoi discepoli, ma non per il mondo. A prima vista troviamo strana questa affermazione: come mai Gesù, che è venuto a dare la vita per il mondo, non prega per il mondo? Gesù ha offerto la propria vita perché il mondo sia salvato, ma con questo mondo da salvare non può farsi un tutt’uno. Il mondo è fuori strada, nella disobbedienza al Padre, e perciò Gesù non può che fare tutto il possibile perché rientri nell’obbedienza, unica via di salvezza. Non può pregare perché il mondo continui ad essere mondo, ma offre a Dio la propria vita perché esso cambi e si converta. Così noi, imparando da Gesù, ci uniamo davanti a Dio con tutti quelli che credono; per coloro che non credono possiamo offrire a Dio la nostra vita affinché giungano alla fede: senza di essa tutta la loro vita, anche se godessero di buona salute e avessero tutte le soddisfazioni possibili, sarebbe perduta. In questa stessa preghiera Gesù ci dirà che per questo serve l’unità che viviamo tra di noi. Non preghiamo perciò nemmeno noi per il mondo, ma per esso ci impegniamo a vivere rinnegando noi stessi, in modo da essere uniti gli uni gli altri nella carità. Siamo molto consolati dal fatto che Gesù ha pregato per noi. Noi infatti siamo stati “dati” a lui dal Padre fin dal nostro battesimo. Noi siamo del Padre, da lui consegnati a Gesù. E Gesù si impegna davanti a Dio per noi: ci presenta a lui, perché la nostra vita sia conformata alla sua vita, vita di figlio. Che cos’avrà chiesto Gesù al Padre per noi? Lo vedremo leggendo le prossime righe della preghiera. Non ci aspettiamo che abbia chiesto per noi salute e benessere, e nemmeno che tutti i nostri desideri mondani siano realizzati. Io godo che Gesù abbia chiesto per me di essere promosso alla vita eterna!
“Tutte le cose mie sono tue e tutte le cose tue sono mie, e io sono glorificato in loro”.
Sembra che con queste parole Gesù voglia manifestare la sua gioia per la comunione che gode con il Padre. La comunione del Padre con il Figlio è un mistero per noi insondabile, un mistero di amore. Per poterlo comunicare a noi Gesù usa parole a noi comprensibili: ciò che appartiene a me appartiene a te, e ciò che è tuo è mio. Noi godiamo comunione tra noi quando non diciamo di nulla «questo è mio»: questo è segno che non siamo animati da quello spirito di egoismo che generalmente regna nei nostri cuori e ci tiene distanti l’uno dall’altro. L’unità di Gesù con il Padre è una realtà cui anche noi partecipiamo. Egli fa questa affermazione, infatti, per spiegare quanto aveva detto, che cioè i discepoli sono del Padre, ma sono stati dati a lui. Essi sono quindi del Padre, pur essendo suoi: noi stessi infatti non sentiamo differenza nel dirci discepoli di Gesù e figli di Dio. Tra di loro non sussiste gelosia: il Padre gode che noi ascoltiamo Gesù, e Gesù gode che adoriamo il Padre.
Gesù aveva chiesto al Padre di essere glorificato: adesso, pensando ai discepoli, confessa di essere già glorificato “in loro”. La vita dei discepoli è gloria per lui. Essi sono il «luogo» dove si manifesta la pienezza dell’amore di Gesù, la bellezza della sua divinità. In che modo può avvenire questa manifestazione? Gesù stesso ce lo dirà continuando la sua preghiera. Ciò che maggiormente lo glorifica è l’unità dei discepoli tra loro, il fatto cioè che essi vivano il suo comandamento nuovo. Quando tu ami e ti lasci amare a causa di lui, quando perdoni con lui, quando porti la tua croce per amor suo, allora tu ricevi il suo Spirito e vivi la sua vita. Tu diventi in tal modo gloria sua, diventi luogo ove si manifesta qualche cosa dell’essere del Figlio di Dio. È consolante per noi sapere di essere gloria di Gesù: non credo possa esserci gioia più grande di questa, una gioia che ci fa sopportare prove e sofferenze con coraggio e ci rende forti nelle occasioni che ci vengono date per rendergli testimonianza.
“Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te. Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi”. Gesù parla come fosse già oltre questo mondo. Oppure, quando l’evangelista scrive questa preghiera, mette in bocca a Gesù le parole che egli dice da risorto al Padre: “Io non sono più nel mondo”. Possiamo anche semplicemente pensare che Gesù nel cenacolo, ormai certo dell’imminenza della propria morte, parli ai suoi come da fuori di questo mondo, dal quale sa d’essere rifiutato. La morte che lo porta fuori del mondo non è per lui un evento negativo, da fuggire. Più volte aveva detto ai discepoli che proprio per questo egli è venuto nel mondo, per offrire la vita, quindi per uscire dal mondo con un atto d’amore. Ormai egli ha deciso la propria obbedienza ai disegni di Dio e il mondo non ha più alcun influsso sulla sua vita: può dire in verità: “Io non sono più nel mondo”. I discepoli invece sono ancora nel mondo, e quindi in pericolo. È per essi che egli sta pregando, proprio perché sono in una situazione difficile. Riusciranno ad essere fedeli? Avranno la forza di superare lo scandalo della sua morte in croce? Saranno capaci di continuare a vivere e donare la sua Parola? Saranno in grado di testimoniare che egli è il Figlio di Dio? Gesù dice “e io vengo a te”, quasi ad affermare che egli stesso è preghiera per loro. La sua vita, offerta al Padre, dovrà essere da lui accolta come intercessione per i discepoli, a garanzia che continueranno ad essere portatori del suo Spirito nel mondo. Egli non rivolge al Padre soltanto parole per i discepoli, ma gli presenta la propria vita stessa; poi gli chiede: “custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato”. Che significato può avere questa domanda? Custodisci nel tuo nome: potremmo comprendere queste parole come il desiderio di Gesù che i suoi discepoli siano sempre accolti come figli da Dio, sempre partecipi della bellezza e grandezza del suo amore e della sua vita piena e perfetta, vita di misericordia, di perdono, di tenerezza.
“Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi”.
Quando i discepoli di Gesù sono custoditi dentro il nome del Padre, allora essi sono una cosa sola, come Gesù lo è col Padre stesso. Ecco perché Gesù prega: egli desidera che i suoi siano “una cosa sola come noi”. Più avanti dirà anche il motivo di questo suo desiderio. Intanto vediamo che per essere una cosa sola noi dobbiamo essere custoditi nel nome del Padre: quando il nostro amore del Padre è vero e continuo, ci amiamo davvero e siamo uniti. Non saremo capaci di darci da noi stessi l’unità, di costruircela, nè con gli sforzi e nemmeno con le nostre virtù, tanto meno con discorsi o colloqui. Gesù stesso l’ha chiesta al Padre come suo dono, e ha indicato ai discepoli come strada per giungervi il rimanere nel nome del Padre. Non ci sono gioie più grandi del vivere nell’unità con coloro che amano Gesù! Restare nel cuore del Padre ci difende da tutte le tentazioni di divisione che sono in agguato ad ogni passo. Spesso basta una parola, un gesto, un qualcosa di diverso dai nostri gusti per farci diventare accusatori dei fratelli, per ignorarli, per dividerci da loro, per pensare che essi ci escludono. Ricordare che abbiamo un Padre, che mio Padre è Padre anche del fratello che io giudico e disprezzo, è stimolo a guardarlo da un altro punto di vista, ad apprezzare la sua fede più delle sue capacità, a vedere l’amore con cui lo sta amando il Padre mio. Come può Dio amare me se io non ho pazienza con i suoi figli? Come può Dio essere al mio fianco se io non sto a fianco dei figli suoi per sostenerli e accompagnarli? Gesù, nella sua preghiera, suggerisce al Padre pure come deve essere la nostra unità: “come noi”. Gesù e il Padre si amano esprimendo il loro amore con la piena fiducia reciproca, e la fiducia con l’obbedienza reciproca alimentata da un ascolto continuo. Gesù si fida del Padre tanto da rifiutare di pensare al proprio sostentamento perché “il Padre sa ciò di cui abbiamo bisogno” e “non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”. Il Padre si fida di Gesù tanto da dire a noi “Ascoltate lui”, e da consegnargli “ogni potere in cielo e in terra”. Il Padre obbedisce a Gesù, tanto da realizzare quanto Gesù dice: fa persino uscire Lazzaro dalla tomba dove giace da quattro giorni. E Gesù ubbidisce al Padre tanto da accettare di entrare nella morte per realizzare la sua volontà, che prevede la morte del Giusto per la salvezza dei peccatori.
“Quand'ero con loro, io conservavo nel tuo nome coloro che mi hai dato e li ho custoditi; nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si adempisse la Scrittura”.
Gesù parla ancora come fosse già risorto e già nella gloria che ha chiesto al Padre. Ora egli riassume con poche parole tutto il suo operato dei tre anni trascorsi con i discepoli. Che cos’ha fatto Gesù? Qual era il suo obiettivo di ogni momento? Aveva già detto: “Ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo”, e ora dice: “Io conservavo nel tuo nome coloro che mi hai dato e li ho custoditi”. Ha fatto conoscere il nome del Padre ai discepoli, ma è ancora più forte dire “io conservavo nel tuo nome”: conservare nel nome è un’espressione cui non siamo abituati. Con essa Gesù intendeva esprimere tutto il suo amore per i discepoli: egli li voleva attirare a sè soltanto per affidarli al Padre, anzi, perché fossero trasformati dall’amore del Padre. L’impegno di Gesù per loro è far sì che essi siano costantemente figli di Dio, cioè aperti a lui, obbedienti a lui, protesi verso di lui come egli stesso era consapevolmente e volutamente figlio. Essere “nel nome del Padre” è il contrario dell’atteggiamento di Adamo, che si era posto di fronte a Dio come rivale. Gesù, che è venuto come Figlio e ha incarnato l’amore del Figlio, incomincia finalmente il modo vero di rapportarsi con Dio Padre. Egli lo incomincia e noi lo continuiamo. Viviamo con Dio come figli, senza mettere davanti a lui una nostra volontà per la nostra vita, desiderando invece che essa serva a realizzare i santi ed eterni disegni dell’amore di Dio. Prima di prestare attenzione alle nostre aspirazioni e di formulare progetti, dovremmo metterci in ascolto del nostro Padre che è nei cieli. Questo atteggiamento non è facile: lo troviamo realizzato nella vita dei santi. E anch’essi lo hanno dovuto imparare con molta fatica: purtroppo siamo nati e cresciuti nell’eredità di Adamo e perciò quasi automaticamente portati a ignorare la bellezza della volontà di Dio; per le nostre scelte ci riferiamo soltanto alle aspirazioni del nostro cuore. Queste portano con sé l’impronta della cupidigia e delle passioni egoistiche. È grande perciò l’opera di Gesù che ci conserva “nel nome del Padre”!
“Nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si adempisse la Scrittura”.
Gesù ha custodito i suoi discepoli “nel nome” del Padre, e in tal modo essi sono salvi. Gesù qui però accenna al grande interrogativo del male che manda in rovina gli uomini e che è riuscito a sedurre anche uno dei discepoli. Gesù non si sente in colpa per il fatto che Giuda ha abbandonato lui e la Chiesa. Egli lo ha amato, come tutti gli altri discepoli, e anche a lui ha donato di essere testimone dei suoi miracoli e uditore della sua sapienza. Lo ha accolto come partecipe delle sue gioie e dei momenti difficili, delle sue fatiche e delle sue soddisfazioni. Che cosa è successo nel cuore di Giuda, da ritenere un gruzzolo di denaro più importante che terminare la cena con Gesù e gli altri apostoli e più importante che condividere la vita con lui? L’evangelista ce lo aveva detto: Satana entrò in lui! Qui ora Gesù lo definisce con l’ebraismo “figlio della perdizione”: significa che è andato perduto, che la sua vita - lontana da Gesù - è lontana dalla vera vita, che egli ha perduto la speranza della vita eterna e del banchetto del regno dei cieli. Le Scritture parlano pure di questo fatto. Esse raccontano l’odio dei fratelli di Giuseppe, figlio di Giacobbe, e come egli è stato venduto per un po’ di denaro: in vari modi questo e altri fatti hanno preannunciato la morte e la esaltazione del Signore. I Salmi poi parlano del traditore di Gesù dicendo: “Anche l'amico in cui confidavo, anche lui, che mangiava il mio pane, alza contro di me il suo calcagno”. Queste parole si avverano nella vicenda del discepolo e apostolo Giuda Iscariota. Gesù, e neppure l’evangelista, si meravigliano di ciò che la Scrittura annuncia e non si scandalizzano che essa si avveri. Essi non si fanno i problemi che ci facciamo noi. Dio non vuole il male, anche se sa che deve accadere. Il gesto con cui Giuda preferisce il denaro a Gesù viene chiaramente condannato: egli stesso, quando si accorge che Gesù viene consegnato a Pilato, si pente di quanto ha fatto. Si pente, ma non si umilia a chiedere perdono: questo è ancora peggio, e per questo egli viene chiamato “figlio della perdizione”.
"Ma ora io vengo a te e dico queste cose mentre sono ancora nel mondo, perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia".
Gesù continua a pregare, manifestando i suoi desideri al Padre. Egli è consapevole di essere giunto al momento della sua Ora, cioè della propria morte: questa la vede come passaggio da questa vita, nel mondo a lui ostile, all'incontro con il Padre. Egli prega per i suoi discepoli, e vuole che vivano la sua stessa vita per lasciarli nel mondo a continuare la sua missione. Esprime il suo desiderio con una frase inusuale: "abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia". Qual è la gioia di Gesù e come può essere piena in noi, che siamo peccatori e fragili? È anzitutto bello per noi sapere che Gesù ci vuole somiglianti a sè e che chiede questo al Padre: quello che lui chiede, il Padre certamente lo esaudisce. In noi perciò, grazie alla sua preghiera, nasce e si sviluppa la gioia di Gesù! Una volta i vangeli ci parlano della sua gioia, nell'occasione in cui i discepoli tornano dalla missione, e lui dice: "Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli". Il Padre è la gioia di Gesù, ed è sua gioia il suo modo di fare, in particolare il fatto che egli comunichi i propri segreti "ai piccoli"! Altre volte possiamo intuire che Gesù è contento, da quanto dice ai discepoli o alle folle, in particolare quando li proclama beati o quando può dire che essi sono il sale della terra e la luce del mondo. La gioia di Gesù scaturisce quindi dal suo rapporto con il Padre, dalla contemplazione del suo amore e dall'osservazione del frutto che il suo amore produce sulla terra: "La mia gioia è nel Signore" dice il salmo 104. Il suo desiderio per i discepoli è che "abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia", e per questo egli parla loro e manifesta loro la sua preghiera. Essi, stando con Gesù, attenti a lui, ricevono, per contagio, quella gioia che egli riceve dall'alto. Noi cerchiamo gioia in tante cose che lasciano subito il posto ad altre, e siamo tristi. Per questo Gesù vuole per noi la pienezza della sua gioia: non la cercheremo altrove, perché la gioia che viene da lui è, non solo sufficiente, ma sovrabbondante!
“Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno”.
Dopo aver detto che anche i discepoli saranno odiati perché non appartengono al mondo, e quindi non sono proprietà del maligno, Gesù continua la sua preghiera per loro. Che cosa desidera che il Padre faccia per loro? “Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno”. Gesù è venuto per salvare il mondo, quindi nel mondo deve rimanere il segno e il dono della sua presenza, e questo è possibile grazie alla presenza in esso dei discepoli. Non chiede perciò al Padre di toglierli dal mondo: in quel caso nel mondo mancherebbero i dieci giusti, grazie ai quali esso può essere salvato. Ricordiamo certamente quel passo del libro della Genesi che racconta la preghiera di Abramo: se nelle città di Sodoma e Gomorra si fossero trovati dieci giusti, quelle città sarebbero state risparmiate dal fuoco. Coloro che amano Gesù e lo seguono sono i veri “giusti”, quelli che compiono l’opera di Dio, cioè credere in colui che egli ha mandato. Un pugno di cristiani è la salvezza di ogni città, di ogni ambiente. Gesù non li vuol togliere, perché egli vuole la salvezza di quelle città e di ogni ambiente. Saranno odiati, derisi, emarginati, perseguitati, forse anche uccisi i suoi discepoli: quello è il loro posto, in tal modo si realizza il significato più profondo della loro vita. A noi cristiani non deve dispiacere di essere presi di mira dai vari raggruppamenti del mondo. Come l’amore di Gesù portato nelle profondità della morte ha salvato l’umanità, così ancora l’amore dei cristiani vissuto là dove essi sono derisi e perseguitati partecipa al mistero della salvezza. Non ci dobbiamo preoccupare di difenderci o di difendere la Chiesa e i membri della Chiesa dalle calunnie o dalle ondate di inimicizia che le si scagliano contro. Rischieremmo di usare la spada, e di sentirci ripetere da Gesù: “Rimetti la spada nel fodero”. Gesù chiede al Padre che ci difenda dal maligno. Questi è il nemico che ci può danneggiare veramente.
“Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno”.
I discepoli di Gesù non devono sfuggire l’inimicizia del mondo, perché essa dà loro l’occasione di essere testimoni. L’odio che si riversa su di essi dà loro la possibilità di manifestare l’amore forte e deciso e concreto per il Signore. E questa è la loro opera di evangelizzazione più fruttuosa, secondo l’antico detto: “Il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani”! Gesù infatti non si preoccupa di procurare ai discepoli una vita facile, senza difficoltà. Egli chiede al Padre soltanto di custodirli dal maligno. È la stessa preghiera con cui si conclude quella che egli ha insegnato loro, che dice: Padre, liberaci dal male. In italiano diciamo così, ma il testo greco potrebbe essere tradotto con “strappaci dal maligno”. Il pericolo grande per noi è di essere in balia del maligno, di colui che ci fa allontanare da Dio, che ci fa vedere il Padre come un rivale o nemico, uno che non è più in grado di amarci o non ne ha la volontà. Se il maligno avesse qualche potere su di noi, diventeremmo capaci di odiare, di invidiare, di allontanare gli altri, le persone che il Padre ama e vuole salvare. Quando vediamo qualche cristiano che soffre perché perseguitato non è così brutto come vederne uno che odia, che si difende con violenza di parole o di azioni. Gesù chiede al Padre proprio la difesa della nostra vita interiore. In noi dev’esserci sempre amore per lui e misericordia, pazienza, comprensione e compassione per ogni uomo, anche per chi ci facesse volutamente soffrire. Amando chi non ci ama viviamo la vera vita, quella che viene dall’alto, libera dagli influssi e dal dominio di Satana. Gesù ci vuole così, altrimenti non saremmo diversi dai pagani, e renderemmo inutile la fatica della passione di Cristo e la sua esaltazione. Il Padre può custodirci dal maligno, e lo fa in molti modi. Anzitutto egli ascolta la nostra preghiera che si unisce a questa di Gesù. Egli vede il nostro desiderio di essere sempre suoi veri figli e lo esaudisce. Rendiamo grazie al Padre che ascolta ciò che Gesù gli chiede e ci dà aiuti su aiuti perché siamo custoditi: ci mette accanto fratelli che ci danno una parola o un esempio per stimolarci, dirige gli avvenimenti in modo che ci siano evitati pericoli spirituali, e per questo usa anche contrattempi apparentemente sfavorevoli, suscita dentro il nostro cuore e la nostra mente ispirazioni sante che possiamo seguire.
“Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo”. Gesù rivolge al Padre queste parole, sapendo di essere udito dai discepoli. Sono essi che hanno bisogno di udirle e di esserne consapevoli. Il mondo non può possedere né lui né chi si è offerto a lui. Il mondo non deve influire sulla volontà, sull’amore, sulle scelte di coloro che amano Gesù, il Figlio di Dio. Essi non sono del mondo, anzi, sono usciti da esso quando hanno iniziato ad aderire a lui. Il termine “mondo” indica tutto quell’ambiente, fatto di uomini e di cose, che è estraneo a Gesù e all’amore del Padre. Gesù stesso non è del mondo: lo riaffermerà egli stesso davanti a Pilato, parlando del regno che gli è stato dato da Dio. Quel regno non è di quaggiù e quindi nemmeno la sua regalità è da intendersi come quella dei re della terra. Egli non fa loro concorrenza. Egli è uscito dal mondo quando è entrato nell’acqua del Giordano per caricarsi del peso dei peccati degli uomini. È uscito dal mondo quando è entrato nel deserto, dove ha vinto tutte le seduzioni più grandi che il mondo esercita sui figli di Dio. È uscito dal mondo anche quando, a dodici anni, si è intrattenuto nel Tempio di Gerusalemme per ascoltare e approfondire la Parola di Dio. Gesù quindi non appartiene e non vuole appartenere al mondo, ma nemmeno lasciarsi influenzare da esso: egli non vuole assumere i modi di fare e di pensare che guidano tutti gli uomini. Nei suoi pensieri e desideri e nelle sue parole c’è sempre una novità, quella sconosciuta da tutti, la novità dei pensieri e desideri di Dio, quella novità che ci fa sentire di essere in un altro mondo, quello della fede e dell’amore. Gesù vuole che i suoi siano con lui, in quest’altro mondo, ed essi, accogliendolo e amandolo, vi sono già entrati. Per questo egli può già dire: “Essi non sono del mondo”, e lo può dire con soddisfazione e con gioia. È la stessa gioia che possiamo immaginare sul suo volto quando aveva detto “Voi siete il sale della terra,… voi siete la luce del mondo”. Egli riconosce e dichiara che essi sono non solo importanti, ma indispensabili alla vita degli uomini tutti, anche alla vita dei non credenti.
San Paolo ci dona oggi una certezza consolante: “L’uomo non è giustificato per le opere della Legge, ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo”.
“Consacrali nella verità. La tua parola è verità”. Gesù continua a chiedere al Padre cose grandi per i suoi discepoli. Che cosa significa: “Consacrali nella verità”? Consacrare qualcosa significa riservare a Dio quella cosa, far sì che essa diventi proprietà di Dio, cosa di cui lui possa servirsi. Consacrare una persona significa ugualmente far sì che quella persona diventi un riferimento continuo alla divinità. Consacrare “nella verità” è un’aggiunta di Gesù: egli vedeva che c’erano persone consacrate a Dio, e per questo erano o si sentivano autorizzate ad usare dominio e violenza verso gli altri. Era il caso di alcuni farisei o di alcuni sacerdoti del Tempio di Gerusalemme. Gesù non vuole che i suoi discepoli siano consacrati a Dio in maniera esteriore o superficiale, e nemmeno che la loro consacrazione diventi occasione di ambizione o di ammirazione da parte degli altri. Essi devono essere rivelazione del Dio dell’amore, di quel Dio che è Padre per tutti. Consacrati a lui, essi devono manifestare la sua luce e la sua misericordia. In essi dovrà essere presente non il Dio che gli uomini immaginano, potente e despota, ma il Dio che li ama, che si china su di loro per osservarli e tenerli per mano. Così è stato Gesù stesso, così dovranno essere tutti quelli che sono consacrati a lui. La verità infatti è il manifestarsi del Dio nascosto per tutti, è la possibilità di vedere il suo amore presente ovunque, anche in quei fatti in cui noi uomini non riusciamo a vederlo se non con l’aiuto del suo Spirito. Gesù è la verità, proprio perché egli vive l’amore perfetto, l’amore divino: chi vede lui infatti vede il Padre. I discepoli, se consacrati nella verità, saranno essi stessi rivelazione dell’amore del Padre. Gesù aggiunge: “La tua parola è verità”. La Parola del Padre è tutto ciò che l’amore del Padre comunica agli uomini, tutto ciò che manifesta la sua misericordia e la sua volontà di salvarli e di santificarli. Parola del Padre è lui stesso, Gesù, che ci dona tutto l’amore che il Padre vuole comunicarci e riversare in noi per trasformarci in suo tempio, luogo della sua presenza. La preghiera di Gesù vuole ottenere dal Padre perciò una piena comunione dei discepoli con sé!
"Come tu mi hai mandato nel mondo, anch'io li ho mandati nel mondo". I discepoli sono uniti a Gesù non solo perché consacrati, cioè donati a lui, ma anche perché condividono la sua missione nel mondo. Così egli li vede e così li descrive nel suo pregare. "Come tu mi hai mandato nel mondo, anch'io li ho mandati nel mondo": Gesù sta pensando a quanto avverrà il giorno della sua Risurrezione e il giorno della sua Ascensione al cielo. Egli dirà loro: "Come il Padre ha mandato me, così io mando voi" e: "Andate in tutto il mondo…". Già adesso egli parla al Padre come se questo fosse già avvenuto. Egli sa di essere nel mondo non di propria iniziativa, ma perché inviato dall'amore di Dio. Dio ama lui e Dio ama il mondo, e questo doppio amore si incontra e si compie nell'inviare il Figlio. Il Figlio in tal modo viene glorificato, può cioè esprimere e manifestare la pienezza dell'amore divino verso gli uomini: egli non può ricevere un amore più grande di questo. E il mondo pure non può essere amato di più da Dio che ricevendo il Figlio. La presenza del Figlio di Dio nel mondo rende il mondo stesso luogo desiderabile, luogo "santo". Gesù imita il Padre e manda le persone maggiormente amate da lui, ad essere presenti nel mondo con l'amore e la sapienza di cui li ha investiti. I discepoli avranno occasione di vivere un amore pieno, divino. Il mondo con la sua inimicizia e la sua povertà darà loro occasione di esercitare un amore grande e forte, un amore che non si lascia distrarre né fermare da nulla, perché ha le sue radici nell'amore stesso del Padre. Quando vedo persone disprezzate per la loro fede, o persino per questo perseguitate e uccise, non posso che pensare a questa Parola di Gesù e altre simili. In queste occasioni egli non dice di lamentarsi, anzi: "Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli ". Quando Gesù dice al Padre che ha mandato i discepoli nel mondo è come chiedesse implicitamente per loro protezione e forza e, naturalmente, grande frutto alla loro missione.
“Per loro io consacro me stesso, perché siano anch'essi consacrati nella verità”. Questa è la frase più significativa della preghiera di Gesù. Ora sappiamo che il suo pregare non è fatto di parole, bensì di dono. La preghiera di Gesù consiste nell’offerta della propria vita. Tra poco, nell’Orto degli Ulivi, infatti, durante la sua agonia, egli dirà: “Padre, non la mia volontà, ma la tua sia fatta”. Gesù “consacra” se stesso, cioè si offre, si dona ad essere immolato come i sacrifici che venivano offerti sull’altare di pietra del tempio di Gerusalemme. Egli si fa sacrificio. E il sacrificio viene immolato. Egli si offre a diventare vittima “per loro”. I sacrifici, nel Tempio, venivano offerti o per tutto il popolo o per qualcuno in particolare. Gesù formula l’intenzione dell’offerta di se stesso per i discepoli. E per essi non chiede soltanto il perdono dei peccati o l’espiazione di colpe, come si intendeva con l’offerta dei sacrifici di animali, ma che anch’essi siano consacrati, e lo siano nella verità. Essi devono perciò accompagnarlo sempre. Anch’essi saranno offerti al Padre. Anch’essi dovranno diventare amore, un dono dell’amore di Dio al mondo, per rivelare ad esso la sua paternità. Anche il loro amore sarà immolazione, come quello del loro Signore. Noi impariamo qui a pregare, impariamo che la nostra vera preghiera, quella gradita al Padre, non sono le belle parole, i bei canti, le devozioni devote! È preghiera l’offerta di sé. Per questo chi prega davvero diventa disponibile, distaccato da se stesso, privo di interessi personali, libero da desideri per la propria gloria o per la propria comodità. Poco prima Gesù aveva chiesto al Padre di consacrare i suoi nella verità, ora offre se stesso per questo. Egli sa che la preghiera non riceve forza, come ho detto, dall’offrire belle parole, ma dal dono di sé. A lui preme tanto la consacrazione dei discepoli che per questo offre la propria vita. Essi saranno “consacrati nella verità”, cioè offerti a Dio in modo da diventarne rivelatori, da mettere in luce agli uomini il suo grande amore.
“Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me; perché tutti siano una sola cosa”. La preghiera di Gesù è la preghiera più importante, la più vera, la più accolta dal Padre. È la preghiera del Figlio amato, la preghiera dell’umile, la preghiera priva di sfumature egoistiche. Egli ora ci assicura che non vuole limitare l’efficacia del suo pregare ai discepoli allora presenti, ma vuole che raggiunga tutti quelli che anche in futuro si affideranno a lui “per la loro parola”. Coloro che credono in seguito ad aver udito la Parola degli apostoli, questi sono amati da Gesù. La parola degli apostoli è perciò molto importante, o meglio, gli apostoli sono molto importanti, perché dal loro annuncio dipende la fede e quindi la salvezza di molti. Noi godiamo di questa affermazione che il Signore pronuncia davanti al Padre. Egli ci assicura che eravamo anche noi presenti al suo cuore. Gesù dunque ha pregato per me, ha pregato per la nostra comunità. A questo punto ci dobbiamo chiedere che cosa faceva Gesù, cioè in cosa consistesse il suo pregare, e poi che cosa desiderava per noi. Quando Gesù dice “prego” intende il suo offrirsi a realizzare la volontà del Padre, il suo sottomettere eventuali propri desideri ai progetti di Dio, essere disponibile a lui, anche a costo di morire, come succederà poche ore dopo. Per noi dunque Gesù si rende disponibile a morire in croce. E per noi cosa desidera? Se dice che prega per noi non significa che chiede al Padre ciò che piace a noi, che realizza i nostri sogni e accarezza il nostro egoismo per accontentare i desideri che la vita in questo mondo fa sorgere in noi. Egli prega perché si realizzi anche in noi, come in lui, la volontà di Dio. Dio deve poter risplendere anche nella nostra vita, nella vita di ciascuno e nella nostra vita d’insieme. Ecco il desiderio che Gesù mette davanti al Padre, desiderio che certamente è condiviso dal Padre stesso: “tutti siano una sola cosa”. Aveva già espresso questo desiderio, e lo farà ancora, perché è troppo importante. L’essere “una sola cosa” è così importante per Gesù, che non pensa nemmeno di chiedere che i suoi discepoli abbiano una vita lunga o una esistenza felice. È solo l’essere “una sola cosa” gloria di Dio! Nell’essere una sola cosa si manifesta la vita di Dio, il suo amore fatto di fiducia e di obbedienza. Padre e Figlio sono una sola cosa, vivono un amore manifestato e reso visibile e percepibile dallo Spirito Santo. Quando, nel nome di Gesù, i discepoli saranno “una sola cosa” faranno gustare al mondo la bellezza e la sapienza di Dio, saranno sua manifestazione e sua profezia, saranno benedizione per tutti gli ambienti in cui si troveranno a vivere!
“Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato”. Gesù continua a esprimere al Padre il suo desiderio, ne ha uno solo per i discepoli presenti e per quelli futuri. Questo desiderio lo formula in maniera completa. Ciò non sarebbe necessario per il Padre, che conosce allo stesso modo del Figlio le necessità degli uomini, ma Gesù sa che è utile e necessario per i discepoli stessi. Essi devono sapere quali pensieri e desideri coltivare per essere uniti a lui, per essere graditi al Padre, così sapranno discernere pure le grandi tentazioni che verranno ad opprimerli e farli cadere o farli tornare ad essere del mondo. I discepoli devono conoscere ciò che preme al loro Signore per essere veri discepoli ed essere uniti a lui nel profondo del cuore. Essi poi dovranno non solo attendere che Dio realizzi la sua volontà, ma adoperare tutte le forze e tutte le possibilità perché quella volontà diventi realtà quotidiana. Egli quindi esplicita quanto ha già detto. Vuole che i discepoli siano una cosa sola, ma come? “Come tu, Padre, sei in me e io in te”, ecco l’immagine perfetta cui riferirsi, da tener presente. È esigente Gesù. È coraggioso. Se queste parole non fossero uscite dalla sua bocca, nessun uomo si sarebbe mai sognato non solo di pronunciarle, ma nemmeno di pensarle e di presentarle a Dio. La parola introduttiva, quel “come” non intende esprimere solo un modello, ma anche una causa. Il termine potrebbe essere reso con “allo stesso modo”, ma anche “dal momento che”. Il Padre e Gesù sono l’uno nell’altro, senza confondersi, senza perdere la propria individualità e le proprie caratteristiche. Il Padre che è nei cieli è in Gesù qui sulla terra, e in lui realizza il suo amore verso gli uomini: Gesù si adegua a quell’amore, in tutto, fino alla fine, cioè fino a morire per esso. Gesù qui sulla terra è nel cuore del Padre, nei cieli, nel Padre che gode di lui, della sua obbedienza tanto da dargli tutta la sua fiducia e quindi tutto il suo “potere” d’amore. Dio, si potrebbe quasi dire, si sottomette al Figlio, cui consegna cose visibili e cose invisibili, terra e cielo, cioè persino la propria abitazione e il proprio regno.
“Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato”. Dicevo che il termine “come” può anche essere reso con “dal momento che”. L’unità di Gesù con il Padre è il motivo per cui i discepoli devono essere una cosa sola. Se Padre e Figlio sono una cosa sola, non c’è nulla di meglio per gli uomini qui sulla terra che realizzare questa stessa forma di vita. Giustamente Gesù ha pregato il Padre per questa unità: gli uomini infatti non possono darsela. In essi è troppo presente il peccato che divide e impedisce ogni vera comunione. Bisognerà prima di tutto che essi siano purificati, liberati da ogni idolatria, non solo da quella del denaro, ma anche da quelle del lavoro e della libertà, e da tutte le altre. Dato che Padre e Figlio sono l’uno nell’altro, senza invidia e senza gelosia, facendo a gara nell’ascoltarsi e nel darsi fiducia e obbedienza l’un l’altro, così saranno i discepoli di Gesù. Essi vivranno il modo di vivere di Dio, e così faranno risplendere la sua luce nel mondo. Come conseguenza, il mondo crederà, crederà che Gesù è la verità, che Gesù è la via e la vita, crederanno che egli non è un uomo della terra, ma che viene dal Padre, da Dio, come dono per noi. Crederanno e saranno anch’essi uniti agli altri credenti, e così la Chiesa crescerà. Se nella Chiesa ora diminuisce il numero dei credenti, ciò è causato dalle molte e profonde divisioni che hanno spezzato e rovinato la bellezza della Chiesa stessa. Il primo modo per essere missionari del vangelo è l’accogliere e il cercare l’unità con gli altri credenti. La preghiera che Gesù ha rivolto e continua a rivolgere al Padre è quanto mai necessaria e attuale. Ad essa anche noi dobbiamo e vogliamo unire la nostra voce, chiedendo con insistenza che siamo una cosa sola, una cosa sola dentro l’unità già viva del Padre con il Figlio. Gesù dice infatti: “Siano anch'essi in noi una cosa sola”. È importante quell’ “in noi”, perché non cerchiamo forme di unità fasulle e inutili, e quindi illusorie e dannose. Senza unità con il Padre e con Gesù non può esserci unità vera e duratura con gli uomini. La prima cosa da cercare e da proporre è una profonda vita interiore, coltivata assiduamente con Gesù e con il Padre. Essa è dono dello Spirito Santo, ma è frutto pure di una fatica quotidiana del credente.
“E la gloria che tu hai dato a me, io l'ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola”. Gesù continua a parlare al Padre dei suoi discepoli. Essi stanno ascoltando: che cosa capiscono? E noi, che cosa riusciamo a capire delle parole o, meglio, dei desideri di Gesù? Egli ha già parlato di gloria, di essere glorificato dal Padre. Adesso ci rivela che egli ha passato ai suoi discepoli la gloria ricevuta. Abbiamo già visto che la gloria è da intendere come la capacità o possibilità di essere rivelazione del volto e dell’amore del Padre. Gesù lo ha rivelato nella maniera più forte quando ha accolto di morire per i peccatori, e ciò avverrà poche ore dopo, quando si realizzerà quella volontà nell’orto degli ulivi e sul Calvario. Gesù non ha dono più grande da lasciare ai suoi discepoli: anch’essi diventeranno gloria di Dio, manifesteranno il suo amore perfetto, la sua misericordia, la sua bontà. Anche i discepoli perciò dovranno essere capaci di offrirsi, di rinnegare se stessi, di rinunciare alla propria volontà, di morire. È in tal modo che faranno risplendere nella propria vita l’amore del Padre, la misericordia di Dio, la sua fedeltà. E per questa strada essi stessi saranno “una cosa sola” a imitazione di Dio stesso, cioè del Padre e del Figlio. Come questi sono un solo amore, così i discepoli che rinunciano a se stessi per far risplendere la bellezza e la bontà di Dio diventano “una cosa sola”! Quando si fanno questi discorsi ai cristiani c’è sempre qualcuno che sostiene che queste considerazioni sono troppo alte per loro, e che bisogna limitarsi a proporle alle persone consacrate a Dio. Io allora mi chiedo se bisogna condannare i cristiani a nutrirsi sempre e solo di latte, se non sono mai capaci di digerire cibo solido. Si impedisce loro di crescere, e si blocca il regno di Dio e si ferma l’edificazione della Chiesa come luogo ove si manifesta la bellezza e la grandezza di Dio attraverso la pienezza del suo amore! La pienezza dell’amore non si compie se non con l’imitazione di quello vissuto da Gesù e con la realizzazione tra noi della comunione da lui vissuta con il Padre. Chi conosce il Signore non può fermarsi a metà strada: lo deve continuare a seguire, progredendo nella sua vita interiore e nella somiglianza al Padre che è nei cieli!
“Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell'unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me”. Gesù insiste ad esprimere al Padre il suo grande desiderio di vedere i suoi discepoli uniti. Egli vuole che tra di loro ci sia solo amore, amore fiducioso, amore ubbidiente, amore libero da ogni forma di egoismo. Per questo egli chiede al Padre di poter dimorare in loro allo stesso modo che in lui vive il Padre stesso. Non c’è nessuna gelosia in Gesù, perché l’amore vero non conosce gelosia. Chi ama desidera che tutti sappiano amare. Se lui, Gesù, vive nell’intimo di ciascun discepolo non ci sarà più alcun ostacolo alla loro unità reciproca: tutti i discepoli saranno un cuor solo e un’anima sola. Gesù osa chiedere al Padre per loro l’unità perfetta: ciascuno di loro non è e non sarà mai perfetto, sono tutti fragili e peccatori. Ognuno dei suoi discepoli ha qualche difetto e ancora molta tiepidezza nell’amore e nella fede: tra poco infatti scapperanno tutti e non saranno ai piedi della croce a partecipare al suo dolore. Nonostante essi siano così fragili, tuttavia la loro unità può essere un dono perfetto del Padre: essi potranno vivere obbedienti gli uni gli altri e potranno aver fiducia l’uno dell’altro. La loro unità sarà uno spiraglio su quella vita che non è conosciuta a questo mondo dagli uomini, ma solo in cielo, dal Padre e dal Figlio. Il mondo, che non vuol sentir parlare di Dio, e di un Dio amore, sarà in grado così di vedere ciò che non vuol conoscere, e rimarrà confuso. La vita che ognuno potrà vedere avrà un impatto sul cuore di chi non crede, che potrà aprirsi alla fede. Chi vede Gesù amato dai suoi discepoli fino al punto da obbedirsi l’un l’altro dovrà riconoscere che Gesù non è un uomo soltanto, ma il vero Dio che viene da Dio, da un Dio capace di amare persino i peccatori. Chi vede i discepoli uniti vede in essi lo stesso amore divino che unisce il Padre a Gesù. Grazie a questa unità, realizzata tutta e soltanto nella fede, i discepoli sono missionari: essi portano cioè nel mondo l’annuncio, fatto immagine ed esperienza tangibile, dell’unico vero Dio. Quel Dio che vive in se stesso relazioni d’amore, attraverso i discepoli di Gesù diffonde ed effonde la propria luce ed il calore del proprio amore in questo nostro mondo, dove regna sempre il divisore. Grazie ad essi ognuno può venire illuminato e salvato.
“Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che mi hai dato; poiché tu mi hai amato prima della creazione del mondo.” Gesù ha molta confidenza con il Padre, tanto che non solo chiede, bensì esige pure di essere da lui esaudito. È molto forte quel “voglio” rivolto a Dio. Egli che, nel Getsémani, rinuncia a veder passare da sé il calice amaro della passione, qui ora vuole essere ascoltato. I discepoli li vuole con sé: non lo dice a loro, perché essi, ancora orgogliosi e incapaci di vegliare, non hanno la capacità di rimanere con lui. Lo dice al Padre: egli, cui nulla è impossibile, può restituire i discepoli a Gesù, dopo che saranno fuggiti e l’avranno abbandonato.”Voglio che siano con me dove sono io”: dov’è lui? Possiamo dare varie risposte a questa domanda: Gesù è nel cuore del Padre, Gesù è nella sofferenza dell’agonia, in quella del rifiuto da parte degli uomini, Gesù è sulla croce, Gesù è nella vita nuova al di là e al di sopra del tempo e della terra, Gesù è sul trono per giudicare i popoli. Egli vuole che i discepoli siano con lui: noi quindi ci disponiamo ad essere messi da Dio stesso in situazioni di sofferenza e in situazioni di vita nuova, diversa da quella prospettata dal mondo e da quella vissuta finora. In queste situazioni potremo “contemplare” la gloria di Gesù. Questa, già lo sappiamo, è la condizione nella quale egli vive la pienezza dell’amore del Padre. È nelle situazioni di sofferenza che anche noi possiamo vivere un amore grande, un vero amore disinteressato. È vivendo nella fede che possiamo donare un amore completamente gratuito, anche se riceviamo ingratitudine. È guardando il mondo con la luce della Parola di Gesù, e quindi con un discernimento e un giudizio spirituali, che riusciamo a gustare la bellezza e la novità della Esaltazione del Signore. La nostra contemplazione della gloria non è solo un vedere con gli occhi, ma lo sperimentare con la vita: vediamo dal di dentro, vivendo anche noi la stessa dimensione di amore che vive lui. Gusteremo l’eternità di Dio!
“Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto; questi sanno che tu mi hai mandato”. Ora Gesù chiama il Padre “giusto”. Giusto, riferito agli uomini, è colui che compie il volere del Padre, che realizza i suoi disegni. Questo stesso titolo rivolto a Dio significa che egli stesso mantiene le sue promesse, realizza la sua Parola, è fedele al proprio amore per le sue creature. Fa parte di questa fedeltà anche il riconoscere l’obbedienza a lui come il massimo bene e la disobbedienza come un male: la giustizia di Dio quindi è il bene più grande per coloro che lo amano ed è timore e terrore per chi non gli ha obbedito o non gli vuole obbedire. Il Signore ora confida al Padre il suo dolore più grande e la sua gioia più profonda: “Il mondo non ti ha conosciuto”, mentre invece “Io ti ho conosciuto”. Non c’è gioia più grande che l’essere in comunione con il Padre, cioè essere partecipe del suo amore infinito. Gesù ha conosciuto e conosce il Padre in quanto condivide i suoi stessi desideri, vuole la salvezza di tutti gli uomini, si dispone a realizzare ogni suo cenno. D’altra parte non c’è dolore più pesante che vedere qualcuno incapace di apprezzare l’amore di Dio e di condividerlo. Con queste persone è impossibile ogni forma di comunione e di comprensione. Per esse i credenti sono estranei, e con loro i credenti non riescono ad avere punti di contatto sereni e lieti. Chi non “conosce” il Padre è “mondo”, cioè bisognoso di tutto, bisognoso della salvezza, della luce, della pace, della dimensione vera ed eterna della vita stessa. Il Padre ha amato “il mondo” da mandare il Figlio perché esso sia salvato per mezzo di lui (Gv 3,16s). Il mondo non ha conosciuto il Padre perché non ha voluto accogliere e quindi conoscere il Figlio. Fin che non “conoscerà” il Figlio, il mondo è senza speranza, rimane nella situazione di condanna in cui è caduto Adamo con il suo peccato. Il mondo si trova come in un vicolo cieco, senza futuro. Gesù però non è del tutto solo nel “mondo”, perché ci sono i discepoli che hanno cominciato a conoscerlo: hanno creduto infatti che egli viene da Dio. Chi comincia a credere in Gesù, la sua salvezza è iniziata!
“Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto; questi sanno che tu mi hai mandato”. Il mondo non è in comunione né con Gesù né con il Padre, ma nemmeno può esserlo con noi, che siamo discepoli di Gesù e sappiamo di essere figli del Padre. Questo lo dice pure san Giovanni nella sua prima lettera: “Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui” (3,1). Noi credenti, senza dimenticare la nostra missione di amare tutti e di donare la vita per tutti, dobbiamo essere sempre vigilanti. Amare tutti non significa sottometterci ai modi di pensare o di agire da cui siamo circondati. Amare significa sempre donare l’amore di Dio, e quindi anche il modo di vedere e di pensare di Dio, cioè del Padre e di Gesù! È proprio perché vogliamo che il nostro amore sia qualificato, cioè ispirato sempre dallo Spirito Santo, che veniamo a trovarci in conflitto con il mondo, con chi cioè non crede e non è guidato dallo Spirito Santo di Dio. “Il mondo non ci conosce”: è inutile che ci lamentiamo perché la Chiesa è osteggiata, continuamente spiata, calunniata e persino odiata. Chi non ama Gesù e non considera Dio un Padre per tutti non può comprendere i nostri modi di vedere e di pensare. È difficile condividere le regole della nostra vita di figli di Dio e di fratelli, è impossibile condividere le regole dell’amore disinteressato e dell’amore che perdona. Credere in Dio infatti comporta imitarlo, osservando i suggerimenti della sua sapienza. Non ci meravigliamo quindi delle difficoltà che incontriamo a causa della nostra fede e del nostro attaccamento al Signore. Gesù stesso ce le ha preannunciate e ci dà la forza per viverci dentro “come agnelli in mezzo a lupi”. Noi, anche per amare il mondo, amiamo Dio osservando i suoi comandi, e così la nostra conoscenza di lui si approfondisce. Infatti «Da questo sappiamo di averlo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti. Chi dice: "Lo conosco", e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e in lui non c'è la verità. Chi invece osserva la sua parola, in lui l'amore di Dio è veramente perfetto. Da questo conosciamo di essere in lui» (1Gv 2,3-5).
CONTINUA............