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Davanti alla Sacra Sindone

Sacra SindoneLe analisi dei problemi connessi alla formazione di questa misteriosa immagine.

Le polemiche roventi sulla sua datazione.Questioni affascinanti: ma del tutto marginali, rispetto alla importanza di questo oggetto di venerazione plurisecolare.

Quale che sia la sua origine, infatti, da secoli esso si offre alla contemplazione di chi lo guarda con una potenza sconosciuta ad ogni altra immagine religiosa.

In effetti, nessun cristiano può restare indifferente davanti a questo antico lenzuolo che porta impresse quelle tenui linee vermiglie.E, ancor più, davanti ai negativi fotografici di tale immagini.Reliquia straordinaria o falso medievale, quella figura, come che sia, ci rimanda come nessun'altra alla storia e alla vicenda narrata nei vangeli.

La storia e la vicenda di quell'uomo che, per noi, è Dio stesso.E' banale e scontato ricordarlo: ma la nostra è la “civiltà dell'immagine”.Viviamo immersi in un flusso continuo  di immagini, dalla mattina alla notte, senza interruzioni.Immagini spesso ricercate, curate, selezionate, raffinate Realistiche o allusive.Rubate o create..

Cosa potrà mai dirci, in mezzo a tutto ciò, questa immagine particolarissima, con i suoi contorni sbiaditi, le sue tinte tenui, il suo essere grezza e anomala alla nostra vista?

 

sindone2Agli altri, non so“ A noi cristiani di oggi, spesso distratti, sempre superficiali, ipercritici, acculturati in certe cose e ignoranti e creduloni in tante altre, a noi sbrigativi cristiani della domenica, a noi cristianucci da due soldi, mettersi davanti a questa immagine con un attimo di silenzio e di cuore sgombro è come ricevere un colpo in pieno petto.Per dir meglio: un pugno in faccia.Prendiamocelo volentieri, questo pugno, sperando che serva a scuoterci dal nostro insopportabile torpore.

Un Dio che è morto"

La prima cosa che vediamo, accostandoci alla Sindone di Torino, è un uomo morto.

Molto più di qualsiasi opera d'arte, e molto meglio di qualsiasi rappresentazione cinematografica, l'immagine del volto della Sindone comunica infatti l'idea della morte.

Nulla di strano, visto che quello, giustappunto, è (o vuol essere) il sudario che ha avvolto un cadavere. A noi non importa granché se lo è stato veramente, o no. Importa, invece, e moltissimo,”il fatto” della nostra fede a cui questa immagine ci rimanda. E cioè che Gesù di Nazareth, in cui noi crediamo, fu avvolto, un giorno, proprio in un lenzuolo come questo. Morto, indubbiamente. Come indubbiamente è morto l'uomo del lenzuolo di Torino. Proviamo a richiamare alla mente per un attimo le immagini che tutti noi abbiamo ben impresse: quelle delle persone care che abbiamo visto morte. Non c'è nulla di più definitivo e di più impressionante della staticità di quei volti, letteralmente, inanimati.

Persone da un momento all'altro trasformate in cose. Increduli, prima ancora che stravolti e addolorati, fissiamo quei lineamenti paurosamente immobili,e, solo allora, comprendiamo fino in fondo il significato dell'espressione “senza vita ". Sono i morti, con i loro volti statuari, con le loro pose solenni, a comunicarci, più di tante spiegazioni e ragionamenti, che tutti noi siamo, appunto, “mortali". In tutte le lingue del mondo, a questo termine, “mortale", inteso come sinonimo stesso di uomo, si contrappone quello di "immortale", riservato, rigorosamente, a Dio o agli dei.Questa, da sempre, in tutte le culture e le religioni,sembra essere la differenza comune e sostanziale tra divinità e umanità.

La prima è immortale, la seconda muore. Il Dio dei cristiani, cosa inaudita, frantuma questa barriera, e muore. La Sindone di Torino evoca, agli occhi dei fedeli, questo fondamentale aspetto della nostra religione. Il nostro è un Dio che è morto.

Abbiamo il coraggio di domandarcelo : quanti di noi, resi ottusi dalla abitudine, si soffermano a pensare veramente a quello in cui diciamo di credere?

Noi affermiamo : “E' morto ed è risorto” Come fosse la più naturale cosa al mondo.

Ci rendiamo conto, invece, di che assurdità apparente, di quale scandalo per la ragione e per lo stesso senso religioso comune solleviamo parlando di Dio che muore?

Eppure fissa bene il volto impresso nel lenzuolo di Torino.  Pianta i tuoi occhi in quelle palpebre inaccessibilmente chiuse.Guarda la rigidità cadaverica di quel corpo.

Quella è l'immagine del nostro Dio: Il nostro Dio Onnipotente, il Dio Creatore, l'Altissimo

Il Dio della vita è diventato un cadavere. Ce ne rendiamo conto, per davvero? Non penso.

E infatti, anche tra di noi,al di fuori della ufficialità del Credo, si sentono i pareri e le convinzioni più vaghi, che finiscono col trascinarci in quella melassa indistinta che oggi va molto di moda nel campo del trascendente.- Certo che credo in Dio, ma non nel Dio del catechismo...- Sì, in Qualcosa credo, ma ci è impossibile immaginarlo...- Credo a una Intelligenza Superiore...- Credo a un Tutto Originario a cui tutti ritorneremo…- Credo in Qualcuno,ma certo non al Dio col barbone e l'aureola in testa...-Per uno che si dica cristiano, un rosario di vere idiozie. Se sei cristiano, fai silenzio. Guarda la faccia e il corpo che vedi sulla Sindone, e avrai evocato il Dio in cui tu credi. Un Dio che è morto. Per noi.

Il lenzuolo di Torino, dunque, ci impone di pensar bene a quello in cui diciamo di credere, con tanta sventata disinvoltura. Ci provoca, infatti, a aprire bene gli occhi sulla realtà del Venerdì Santo. Giorno tragico e inimmaginabile: il giorno della morte di Dio.

E, proprio per questo,giorno decisivo per la nostra fede e unico in tutta la storia delle religioni.  In effetti, questo è un Dio "scandaloso”e “assurdo", che in quel giorno si spinge, incredibilmente, ad essere “un Dio non Dio". Questo è un Dio che soffre, che muore e che viene frettolosamente sepolto come un comunissimo mortale, in un punto preciso della storia.Proprio per questo, solo questo Dio è in grado di fronteggiare l'urlo millenario che sale, e sempre salirà, dall'umanità di tutti i tempi. Lo conosciamo tutti molto bene, perché è anche nostro. E' l'urlo di rimprovero, di rabbia, di dolore e di protesta di tutti quelli che hanno sofferto, che soffrono e che soffriranno.

Io lo dico in tutta franchezza- Davanti a questa continua ed incessante onda di dolore che tutti ci riguarda, io non saprei che farmene di un Dio che fosse “solo”Creatore, Altissimo, Onnipotente. Potrei anche credere, per fede, nella sua esistenza.

Ma mi ribellerei dal profondo, insultandolo e respingendolo inorridito, davanti alla sua splendida creazione infestata dal male e devastata dalla sofferenze.

gesu coperto dal sudarioMi potrebbe fornire la più esauriente spiegazione dell'una e delle altre. Potrebbe anche promettermi premi e compensazioni eterne. Ma il fatto è che Lui resterebbe lassù, nell'alto dei suoi cieli sfolgoranti, e noi quaggiù, soli, ad arrabattarci in un 'esistenza che non abbiamo né scelta né voluta, una specie di lunga, estenuante prova in vista di un 'esame finale...Lo confesso: un Dio così, tutt'al più, lo potrei temere faccia a terra.

Lo potrei contemplare, annichilito, dal basso in alto...Non lo potrei mai amare.

Ma il Dio di Gesù, al quale la Sindone ci rimanda, è tutta un'altra storia.

Intendiamoci: la sofferenza e il male restano, tutti interi, anche con Lui e dopo di Lui

E restano, tutto sommato,un mistero inspiegato. Ma il Dio di Gesù, per amore, viene a condividerli con noi. Anzi, ne fa la sua cifra distintiva, il suo tratto di riconoscimento.

E questo, a mio parere, cambia tutto. Chi soffre e muore, da allora, può essere certo che Dio lo capisce e lo ama. Perché Lui sa. Perché Lui ci è passato prima.

Perché Lui ha voluto vivere e provare tutto. Così, a tutti quelli che,davanti alle desolazioni, ai lutti, alle catastrofi, alle stragi, agli stermini, si chiedono legittimamente, e a pieno titolo, “Ma dov'era Dio, in tutto questo?", la Sindone offre la sua risposta folgorante.

Era qui. Avvolto in un lenzuolo come questo. Morto anche lui. E, morto, per salvarci tutti. 
 

Al nocciolo della nostra fede

silenzio
“Patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì, fu sepolto. E il terzo giorno resuscitò da morte.” L'immagine della Sindone, evidentemente, rimanda al nocciolo stesso della nostra fede. Al nucleo centrale di quello che tutti recitiamo, costantemente, nel “Credo".

Il fatto è che siamo talmente abituati a farlo, che lo ripetiamo ormai meccanicamente.

Distrattamente. Magari soffocando uno sbadiglio per la lunghezza della preghiera stessa. "Patì sotto Ponzio Pilato”è per noi una affermazione ormai scontata, ripetuta mille volte. Ci lascia, sostanzialmente,indifferenti, Il lenzuolo di Torino, con i suoi particolari dettagliati e impressionanti, ci obbliga invece a spalancare bene gli occhi su cosa c'è, esattamente, dietro a quel piccolo verbo e sbrigativo verbo. “Patì ".Ci riporta infatti, con una forza d'urto tremenda, a sofferenze fisiche quasi inconcepibili, per noi paciosi e comodi borghesotti occidentali del duemila. Sono quelle che il nostro Dio-Uomo ha vissuto su di sé. L'immagine sindonica ci racconta tutto con spaventosa efficacia. Le botte, le ferite, le torture, le frustate. Il supplizio feroce a cui il nostro Dio è stato sottoposto. Davanti ai segni di tanta violenza, noi storciamo il naso. Tutto quel sangue stona nel nostro quieto ragionare di religione. Ci riempiamo la bocca di parole teologicamente alte, ma tutto sommato asettiche, come “sacrificio”e “offerta di sé".

pauraNe dibattiamo pensosi e profondi.. Ci chiudiamo,maggiormente a nostro agio, in una calma meditazione interiore e nella contemplazione intellettuale. Invece, la Sindone arriva a sbatterci in faccia, senza riguardi, la realtà di una atroce sofferenza, impressa letteralmente nelle carni maciullate di un uomo fatto a pezzi. Siamo di animo tanto delicato? Siamo facilmente impressionabili? Ci conviene andarcene, allora.

La storiaccia che racconta la Sindone, non fa per noi Eppure faremmo bene a restare.

Per una volta, a non scappare via. A non rifugiarci nello spiritualismo a buon mercato.

Nella cultura narcisa. Nella religiosità rassicurante. A dominare il fastidio e il disagio.

E a sopportare il pensiero di quel massacro. Ci servirebbe a capire. In effetti, noi dovremmo fare bene attenzione. Noi che riduciamo il nostro essere cristiani alle messe domenicali e a qualche sporadico sacramento. Noi che chiamiamo “fede”l'emozione episodica che ci assale nelle silenziose navate delle cattedrali o nell’ ascoltare musiche sacre. Noi che mandiamo avanti un rapporto con Dio faticoso e altalenante.

Una fede piccola piccola, vissuta qua e là, nei recinti delle parrocchie e dei santuari.

Nutrita solo delle nostre preghierine e delle nostre devozioni. Noi, che siamo tutto questo, dovremmo fare bene attenzione a non contarci storie. Dov’è, infatti Dio, in tutto questo? Che posto ha?  Di Lui, che ne abbiamo fatto? Il nostro Dio è il Dio dei vangeli.

Noi, invece, lo abbiamo trasformato in un Dio “nostro", che ci siamo costruiti secondo le nostre esigenze e le nostre proiezioni. Per farcene un’idea, non abbiamo bisogno di particolari esperienze. Né di mistiche atmosfere; o di chissà quali pratiche devote…

image bibbiaBasterebbe leggere, e lasciarsi tormentare, dal Vangelo. O basterebbe fissare lo sguardo sul telo di Torino, sull’immagine di quell'uomo massacrato di colpi e inchiodato a forza sopra un legno. Mai come davanti alla Sindone possiamo comprendere, in modo sbalorditivo, come e fino a che punto il Dio di Gesù Cristo si sia messo in gioco per salvarci, Mai come davanti ad essa possiamo renderci conto di come il nostro non sia un Dio lontano, astratto, meramente spirituale. Cosa c'è di più concreto e terra-terra di un corpo umano torturato e assassinato? La storiaccia che racconta la Sindone ci aiuta a capirlo. Ci aiuta a capire che, dietro quel “ patì sotto Ponzio Pilato ", c'è una realtà cruenta e orribile. Che quel versetto del Credo, più che a una chiesa, rimanda a un lager, a un mattatoio, a un patibolo. Che qui si svela in pieno la novità sconvolgente del nostro Dio.  Egli, per noi(è sempre nel nostro Credo che lo recitiamo), é Padre Onnipotente. E’ Creatore del cielo e della terra,e di tutte le cose visibili ed invisibili.  E’ Gesù Cristo, figlio unigenito, nato prima di tutti secoli: Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero.  Per mezzo di Lui tutte le cose sono state create. Per noi uomini e per la nostra salvezza è disceso dal cielo e si è fatto uomo... Bene. Come finisce questo stesso Dio ? Catturato. Imprigionato. Processato e condannato. Torturato a sangue. Massacrato, trafitto, inchiodato. La Sindone evoca questo drammatico percorso. Un precipizio vertiginoso dalle vette splendide della divinità al baratro più nero del male, della sofferenza, della abiezione. Fino alla morte.  La venuta di Dio sulla terra, iniziata nella miseria e nella emarginazione del Natale, con quella nascita tra gli ultimi e i senza fissa dimora, si conclude scandalosamente nella cronaca nera. Tra le urla e i pianti. Fra le bestemmie, gli insulti e le grida dei carnefici. Sotto le frustate, i colpi, gli sputi, le bastonate. In mezzo agli attrezzi di tortura, verso un patibolo infamante e letteralmente grondante sangue. Esagero?  Insisto troppo? Non credo proprio.

Gesu morto con MariaMolti si indignano quando ci si sofferma sui particolari della passione. Parlano di attenzione eccessiva verso i dettagli macabri, gli eccessi cruenti, le scene truculente. A tutti costoro, dico : vengano a dare una sbirciatina alla Sindone. E si vergognino. Credono forse che la crocifissione fosse una blanda pratica di rieducazione corporale? Credono davvero che i nostri crocifissi appesi ai muri, con lo sguardo rassegnato e pio rivolto al cielo, un pudico panno ai fianchi, qualche lieve rigatura di sangue su un volto integro, uno squarcetto vermiglio sul costato, siano realistici? Essi sono la idealizzazione simbolica e depotenziata, edulcorata, del concetto di crocifissione. Si guardino la Sindone, ed avranno la realtà della prosa. Guardino quel volto tumefatto e sfigurato. Quel naso spaccato. Quel sangue che cola. Diano una occhiata, seppure fuggevole, alla miriade di ferite, di colpi, di abrasioni. Osservino bene le mani, in cui non si vede il pollice, perché il nervo flessore è stato tranciato da un chiodo piantato a forza in un uomo vivo. Guardino tutto questo.

E poi, se osano ancora, parlino pure di eccessi, di fanatismi, di forzature. Non c'è niente da colorire, qui, niente da drammatizzare. Anzi:per quanto possiamo immaginare, restiamo per nostra fortuna assai lontani da quella che deve essere stata la scena reale.

Di essa ci parla la Sindone. Cosa ci dice, con tutti quei segni impressi sulla sua superficie? Potremmo dire, a prima vista, che ci racconta, ovviamente, la ferocia e la crudeltà degli aguzzini. E, da costoro, e da tanta barbara violenza, noi ci scostiamo inorriditi, Eppure, se ci pensiamo bene, non possiamo stare tranquilli neanche sotto questo aspetto... Sarebbe molto facile scaricare la responsabilità di tanto bestiale accanimento sulla malvagità e magari, come è stato scritto, sul sadismo di un oscuro manipolo di soldataglia romana di duemila anni fa. Facile e tranquillizzante. Bestie, loro. Civili noi. Scellerati, loro. Assennati, noi. Crudeli, loro. Pietosi, noi. Purtroppo non è così. L'immagine della Sindone racconta la tragica storia di un individuo, che è una goccia in un oceano di suppliziati e crocifissi da Roma in tutto l'impero. Ma non solo. Tutti costoro, e si stima siano stati migliaia, non sono che minoranza nella sterminata massa dei morti negli eccidi, nei genocidi,nelle stragi, nelle distruzioni di massa.

croce sul mareUna carneficina che dalla più lontana antichità continua fino ad oggi con impressionante e ininterrotta continuità. Attraverso i secoli, per tutta la storia, in tutte le epoche e i contesti si ripropone una tragica costante. Ogni qualvolta l'uomo, da solo o in gruppo, è messo in grado di avere pieno ed illimitato potere su un altro uomo, si scatena la bestialità e la violenza omicida che cova dentro di noi. Di noi tutti. Compresi noi, che ci sentiamo civili, illuminati e aperti. Anche noi, infatti, nascondiamo, al pari di tutti, la nostra dose di aggressività e di pura cattiveria. Non illudiamoci che la civiltà, la cultura, l'istruzione ci mettano al riparo dalla belva che è in noi. Forse non prenderemmo a frustate un uomo a freddo. Ma cosa potremmo fare in certe situazioni estreme, di completo abbrutimento, a maggior ragione se inquadrati in un sistema, in una gerarchia, in un contesto dove la violenza è norma? E d'altra parte, già ora, e in qualsiasi momento, non siamo in grado di cattiverie e violenze verbali, devastanti, improvvise, indomabili?

preghieraIl supplizio patito dall'uomo della Sindone, nel fiume senza fine di quelli passati, presenti e futuri sta ad ammonirci. Non c'è evoluzione, progresso, conoscenza che tengano. Il mito dell'uomo buono, razionalmente giusto, che si redime da sé con la propria coscienza e la propria conoscenza è e resterà una bufala colossale.  La Sindone, così, non solo ci rimanda ad una storia. Ma ci impone di scrutarci dentro, di esaminarci e di prendere atto della nostra realtà profonda. Fatto questo,ci obbliga a vergognarci delle nostre ipocrisie e delle nostre paure nascoste.  Di tutte le volte che cerchiamo di ricacciare il nostro Dio nei cieli, dimenticando cosa Gli è costato discenderne. Di lasciarlo chiuso nei tabernacoli e nel buio delle chiese, Lui che è venuto a farsi processare in piazza e ad ammazzare su una forca pubblica. Di tutte le volte che siamo tentati di tornare a un concetto di Dio che è puro spirito, o puro intelletto. Guardiamo quel mare di sofferenza che la Sindone ci racconta. E vergogniamoci, noi tutti che non sopportiamo la sofferenza stessa. Che voltiamo la testa davanti ad essa. Che la fuggiamo inorriditi quando la incontriamo sulle nostre strade. Che non esitiamo a fare il vuoto davanti a coloro che soffrono perché “non ce la facciamo ", perché “non riusciamo a vederli star male così..." Guardiamo quel corpo sfisionomato. E vergogniamoci per l'indifferenza cinica che proviamo davanti a tantissime altre immagini dolenti. Quelle di intere popolazioni che sono distrutte nel fisico dalla fame, dalle malattie, dalle guerre e dalle persecuzioni. Guardiamo quel corpo piagato e rovinato.

pentimentoE vergogniamoci della ossessione fanatica e paganeggiante con cui ci dedichiamo all'aspetto del nostro corpo idolatrato  Dei tentativi ridicoli e grotteschi di mantenerlo inalterato, giovane per sempre, bello e patinato come nelle immagini delle pubblicità- E non basta. La Sindone, se solo vogliamo guardarla in profondità, ci obbliga anche a vergognarci di altro. L'uomo che rappresenta è veramente “l'Uomo dei dolori, che ben conosce il patire.” Infatti, oltre ai segni della feroce mattanza che si è consumata su di lui, quella immagine ci rimanda ai racconti dei vangeli e ci lascia intuire le sofferenze psichiche, non meno atroci, che la Passione comportò al nostro Dio. La solitudine assoluta. Il tradimento,l'abbandono, l 'emarginazione, Il rinnegamento, la fuga dei suoi, la vista della madre straziata Il silenzio di Dio. L'immagine di Torino, a lasciarla parlare, non ci da scampo. Ci impone di scendere uno dopo l'altro i gradini del dolore per cercare di afferrare bene cosa fu, in realtà, quel patire, quell'essere crocefisso, quel morire. Se, per disgrazia, noi ci poniamo davanti a questa immagine distratti e superficiali come sempre, come davanti a una delle tante opere d'arte, o a una delle tante reliquie o vestigia che ci capita di visitare, vergogniamoci profondamente. Questa immagine non è per noi.

parla con Gesu In effetti, noi, ben vestiti, ben pasciuti, ben istruiti, ben garantiti, con le nostre sicurezze e le nostre sicumere, qui davanti possiamo avere una unica certezza. Quella di non essere affatto vicini al Dio di Gesù Cristo che la Sindone ci rappresenta. Sono vicini a lui, al contrario, tutti coloro che sono nel dolore. Nell'abbandono. Nella solitudine. Nella angoscia. Tutti, gli emarginati, i reietti, i rifiutati. Tutti i crocifissi alle proprie dipendenze, alle proprie inabilità, alle proprie malattie. Tutti i morenti senza speranza. Tutti i morti. E tutti coloro che li assistono e li piangono. A ben vedere,dunque, la Sindone andrebbe a maggior titolo esposta non in una chiesa, ma in altri luoghi. In ospedale. In carcere.  Nelle comunità di accoglienza. Negli obitori. Nei campi profughi. Nelle tendopoli degli sfollati Nei tanti luoghi di martirio. E' li, infatti, che si incontra certamente il Dio di Gesù Cristo.
 

 

arresto di gesuLa croce

“Fu crocifisso "

Tra il “patì sotto Ponzio Pilato “e il “morì e fu sepolto ", recitiamo, nel Credo, anche questa precisazione, per dir così, tecnica. E il lenzuolo di Torino rimanda puntualmente alla crocifissione, riportandone i segni e le tracce. In effetti, l'uomo avvolto in quel sudario, non era solo morto. Ma era stato condannato a morte.. Dio, il Dio del Vangelo, è, infatti, un condannato. Non cade vittima di un'imboscata, né viene ucciso in un tumulto.  E' catturato, seppur con la collaborazione di uno dei suoi E’ imprigionato. E’, in qualche modo, frettolosamente processato da due diverse autorità. E’, infine; mandato a morte.

Osserviamo,di passaggio, che ciò avvenne "legittimamente". Da un punto di vista formale, infatti, le due condanne a morte, quella del sinedrio e quella di Pilato, sono ineccepibili.
 

sindone 2Per la legge di Mosé, chi bestemmiava era degno di morte: e il proclamarsi Figlio di Dio, era la peggiore delle bestemmie. Per Roma, proclamarsi Re era motivo largamente sufficiente per finire sul patibolo,e questo è infatti il ”titulum”che giustifica l'invio alla croce.

La massima autorità religiosa di Gerusalemme e il rappresentante di Roma certificano, pubblicamente e,nel contesto di un sottile scontro di poteri, la condanna a morte di questo Gesù. La Sindone sta lì a ricordarcelo. Quando la osserviamo, cerchiamo di non dimenticarci anche di questo. Di non dimenticarci, cioè, che il nostro Dio ha voluto finire così. "Annoverato tra i malfattori". Condannato tra i condannati. Uno tra i tanti della sterminata serie di infelici spediti al patibolo in ogni tempo e in ogni luogo. Dando così luce e dignità a tutti loro. Non solo ai perseguitati a vario titolo. Ma anche ai condannati “a ragione.” Cerchiamo di non dimenticarci che il primo santo, e santificato direttamente dal Signore, è quello che chiamiamo “il buon ladrone": un delinquente che, per sua stessa ammissione, è  stato inchiodato alla croce “ricevendo il giusto castigo". Guardiamoci bene, ci ammonisce la Sindone, dalla sete di fare giustizia a tutti i costi che, periodicamente, ci pervade. Per quanto non ci piaccia, tra i giudici e i condannati, il Signore sembra stare sempre dalla parte dei condannati. Per questo, la Sindone è uno schiaffo in faccia a tutti i benpensanti di ogni tempo. Al popolo assetato di teste da tagliare, vere o figurate, che ha sempre affollato le pubbliche esecuzioni ad ogni latitudine. E anche a noi, sempre pronti ad indignarci davanti a un condannato, sempre veloci nel passare dal rispetto al disprezzo.

Temo che, se fossimo stati a Gerusalemme in quella fatale Pasqua, saremmo stati tra quelli che insultavano e deridevano quel predicatore esaltato. Tra quelli che urlavano, mescolati alla folla, il loro terrificante “Crucifige !". Facciamo attenzione quando, davanti ai condannati, ci sentiamo con la coscienza a posto, tanto rispettabili e per bene.

Quelli che si sentono così, sono le uniche persone che Gesù, nei vangeli, detesta totalmente e condanna severamente. Quel sentirsi giusti, quel “non ho ammazzato nessuno, io!” che pensiamo di noi stessi, e che risuona in modo tanto rassicurante nella nostra coscienza, assomiglia in modo allarmante a quanto dice di se stesso il pubblicano al tempio nella famosa parabola evangelica. Costui, in prima fila, lodava Dio dicendo di sé: Signore ti ringrazio di non avermi fatto delinquente come gli altri...Io sono a posto, io faccio il mio dovere, io pago le decime e le tasse, io seguo la legge...” Non dimentichiamoci che quell'uomo, secondo il Vangelo, uscì dal tempio inesorabilmente condannato.

 La Sindone, con quella immagine impressa di un uomo giudicato degno di morte dalle autorità religiose, dal potere politico e dalla folla inferocita, risulta essere un monito inquietante. Monito per tutti i moralisti Per i talebani della giustizia. Per i cosiddetti uomini d'ordine. Per i ciechi sostenitori della giustizia umana. Eccoci arrivati, quindi, alla immagine simbolo, al segno per eccellenza, a ciò che distingue i cristiani stessi dagli altri.

La croce di Cristo. Anche qui; siamo talmente abituati a questo simbolo, da averne perso il significato originario e più profondo. Nel migliore dei casi, ne abbiamo fatto una specie di talismano, uno scaccia guai, un amuleto portafortuna. Appeso ai nostri colli e alle nostre orecchie, nelle nostre automobili, alle pareti delle nostre case, ciondola ornamentale e inoffensivo, innocuo e disinnescato della sua potenza evocativa straordinaria. E il “segno della croce”?  Dovrebbe essere quello col quale noi cristiani affermiamo la nostra identità e la nostra fede, la nostra appartenenza e il nostro Credo. Anch'esso, storpiato, camuffato, “tirato via”, è diventato qualcosa che ha più a che fare con la superstizione che con la religione. Lo vediamo fatto prima di una gara da molti sportivi, o prima di un cimento, o di una prova. A tutti noi, la Sindone serve a ricordare che la croce, fu, innanzitutto, un feroce strumento di tortura.  Un patibolo crudele e insanguinato. Forse ne recupereremmo il valore ed il significato, se lo paragonassimo a strumenti analoghi più vicini a noi nel tempo.

seguire Gesu

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una ghigliottina, una forca, una sedia elettrica, una macchina per l'iniezione letale, un muro con plotone di esecuzione schierato. Facciamo attenzione quindi, a usare questo segno con superficialità e distrazione. Ricordiamoci che rappresenta migliaia e migliaia di vite di ogni tipo, fatte fuori in batteria, anonimamente. E rappresenta il mezzo e il prezzo scelto e pagato dal nostro incredibile Dio per la nostra salvezza.  Ma non solo, L' uomo della sindone è immagine di Cristo, colui che riconosciamo come Signore e al quale facciamo riferimento, se ci diciamo cristiani. Cristiani, infatti, sono coloro che seguono Cristo. E qual'è la condizione per farlo? Lui stesso ce lo rivela nel Vangelo: rinnegare se stessi, prendere la propria croce, e seguirlo. La croce, quindi, ci riguarda non solo come croce del nostro Dio, ma come croce “nostra”. Quando noi tracciamo su noi stessi il segno di croce, dovremmo continuamente richiamare alla mente questo. Senza la croce non c'è salvezza, Senza la croce non c'è cristiano.
 

 

Cristo risortoRisurrezione

Torniamo al nostro “Credo". “Patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì, fu sepolto...e il terzo giorno resuscitò da morte. Se, per ventura, la Sindone di Torino fosse autentica, avremmo in essa l'unico testimone, seppure muto,di quello che avvenne nel sepolcro di Giuseppe di Arimatea all'alba della prima domenica della storia. Se fosse un falso medievale, rimanderebbe comunque a una vera Sindone, dispersa, che lo fu realmente.

Sappiamo infatti dal Vangelo, che Pietro e Giovanni, accorsi precipitosamente alla tomba,al primo annuncio della Resurrezione portato loro da Maria Maddalena, la trovarono vuota e videro solo il sudario e le bende. E proprio davanti a questa visione, e verosimilmente davanti a una straordinaria posizione conservata dal lenzuolo non disfatto, ma come svuotato dall'interno, ancora con la forma del cadavere contenuto, Giovanni “vide e credette". Il corpo martoriato, privo di vita, preparato per la sepoltura, non c'è più.
 

 

Dio onnipotente
 

 

 

 

 

 

 

 

 

E' resuscitato. Lo crediamo veramente? Noi, lo crediamo per davvero? Perché se non crediamo questo, tutto è inutile. Crediamo veramente che quel corpo senza vita, unico nella storia, non sia più sepolto ma da allora, sia vivo e misteriosamente presente in mezzo a noi? Questo è il punto centrale, il fondamento stesso della nostra fede. Il fatto inaudito, inatteso, incredibile che si realizza sotto gli occhi degli apostoli e li obbliga a credere, a capire, a testimoniare. Prima che una dottrina o degli insegnamenti, da quel momento i cristiani predicheranno soprattutto questo: Gesù di Nazareth,è stato condannato, è stato crocifisso, è morto, e, dopo tre giorni, è risuscitato. Questo annuncio,che risuona un'unica volta in tutto il corso della storia umana, vìola ogni legge della natura e della ragione.

Eppure si ha l'impressione che noi, abituati fin dalla nascita a sentirlo e a ripeterlo, lo diamo ormai per scontato e lo banalizziamo. Così facendo non ne comprendiamo più la natura, la portata. Resta una enunciazione astratta e lontanissima, che non incide minimamente sulla nostra vita. Guardiamo la clamorosa differenza tra gli apostoli e noi.

Nel loro caso c'è un autentico trauma emotivo, che è quello che li trasforma per sempre in testimoni instancabili, fino al martirio di sangue. Nel caso nostro, (quello di comodi, pigrissimi e svogliati cristiani di duemila anni dopo ),la notizia della resurrezione di Cristo ci scivola addosso senza conseguenza alcuna. Eppure, questa è “la notizia " Se non ci fosse stata quella pietra rotolata e quell'accadimento misterioso, Gesù di Nazareth sarebbe un nome come tanti nella storia. Non il Dio incarnato. Non il Dio della nostra fede. Fede che, appunto, non avrebbe essa stessa ragione di essere. Interroghiamoci bene, quindi, se non vogliamo continuare ad essere i soliti bamboccioni smidollati e abitudinari. La Sindone ci pone, infatti, l'ultima e definitiva delle sue domande.  Tu credi che l'uomo crocifisso che fu deposto qui (o in un lenzuolo come questo ) morto e che fu posto in un sepolcro, dopo tre giorni ritornò in vita? Prima di risponder, pensa bene a come questo evento sia incredibile.

Gesu con i bambini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pensa a come reagiresti se ti venissero a dire che un tuo caro, il tuo amato, chiunque, morto da tre giorni e chiuso in una bara, l'ha spalancata ed è sparito, per poi comparire qua e là, indubbiamente vivo e con i segni della sua sofferenza vissuta ben presenti addosso. Per quanto l'abitudine ci abbia resi torpidi e insensibili, non c'è modo di addomesticare questa notizia. La ragione, giustamente, si ribella. E' logico, e giusto, e sano,che sia così. Non per niente atei, agnostici e dubbiosi di tutti i tempi su questo punto ci hanno deriso e sbeffeggiato... Razionalmente, hanno ragione loro, questo deve essere ben chiaro. Razionalmente, l'evento che noi da duemila anni proclamiamo come avvenuto, è inconcepibile. E' impossibile. Qui la mente si arrende, il ragionamento cede, l'intelligenza deve fermarsi. Qui irrompe la fede. La fede vera. E' il momento della scommessa. Del salto nel buio. Del chiudere gli occhi, e lanciarsi in braccio a Dio. E' essenziale che noi comprendiamo bene la drammaticità e l'importanza della questione. Questione ultima, irrinunciabile, non eludibile. Non vogliamo porcela? Preferiamo ricorrere alla comoda risposta già precotta che ci arriva dalla tradizione, dall'educazione ricevuta? Ebbene: in tal caso, noi non siamo, né mai saremo, dei cristiani. Potremo parlare fino allo sfinimento di valori e di principi, e per questi fare anche le barricate. Potremo aiutare il prossimo e chi è nel bisogno in modo superlativo. Potremo inanellare una sfilza quotidiana di Messe, celebrazioni e preghiere di ogni tipo. Ma noi non saremo mai cristiani. Se invece accettiamo la sfida, che anche la Sindone ci ripropone, acconsentiamo a confrontarci con quell'annuncio straordinario e mai udito, né prima ne poi. Il Signore non è più qui!

 E' risorto ! Buttiamo a mare abitudine e tradizione, e recuperiamo la freschezza e la forza della nostra intelligenza, e obblighiamola a vagliare questa notizia. Si ribellerà, come è giusto e naturale. Chiederà prove, dati, raffronti. Si identificherà con lo sfogo di Tommaso

“Se io non vedo i suoi piedi e le sue mani trafitte, no! Se non metto la mia mano nella piaga aperta nel suo costato, io non crederò!" E'il meno che ci possiamo attendere.

Solo che, a noi, non è concessa l'esperienza fulminante di Tommaso, Il poter vedere e toccare di persona e credere l'incredibile. A noi è richiesto, e fino in fondo, il salto nella fede. Dobbiamo pensare fin che si può, valutare tutto il valutabile, vagliare fin dove ci possiamo spingere. Poi, la terra ci mancherà da sotto i piedi. A quel punto, potremo anche fermarci. E con onestà, sincerità e franchezza, dirci: no, non ce la faccio. No, io non ci credo. Oppure, tutto considerato, valutato, vagliato, chiudere gli occhi, e saltare.

Gesu e san Tommaso

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Si, io ci credo. A conforto di quanti si lanciano in questa scommessa mozzafiato, vengono in aiuto due affermazioni. Una è di Blaise Pascal, il quale diceva che l'ultimo passo della ragione è quello di riconoscere che c'è una infinità di cose che la superano.

L'altra è il benvenuto che ci viene rivolto, quando arriviamo nei territori ignoti della fede vera. E' il Signore stesso che ce lo rivolge da duemila anni, consegnandolo proprio all'incredulo Tommaso. “Perché hai visto e toccato, tu hai creduto, Tommaso.

 Beati quelli che crederanno senza vedere e senza toccare." Se avremo fatto tutto questo percorso, saremo dei credenti veri E non dei creduloni ingenui. Tuttavia, questo non sarà affatto un arrivo , ma una partenza. Non la fine, ma l'inizio di tutto. Perché nel momento in cui noi crediamo realmente nella Risurrezione di Cristo, allora il nostro modo di vedere le cose e di vivere non può più essere quello di prima. Cambia il centro, cambia la prospettiva, cambiano gli scenari. Cambia tutto. Se quell'uomo che noi chiamiamo Maestro e Signore, che è stato crocifisso, che è morto ' è davvero risorto, allora, e solo allora, egli e' Dio. E noi non possiamo far finta di niente e vivere come prima. Le sue parole non sono precetti di un filosofo o utopie di un sognatore. Sono la Parola di Dio, che è venuto a rivelarci la verità, a liberarci dal male, a sconfiggere la morte, e una volta per tutte.

Se l'uomo di cui ci parla la Sindone è risorto, e solo in quel caso, anche noi possiamo ridere con San Paolo e urlare “Dov'è,o morte, la tua vittoria? Dov'è il tuo pungiglione?"

Se l'Uomo della Sindone è risorto, questa nostra vita non finisce e non finirà mai, e ci porterà ad incontrarlo faccia a faccia. Come gli apostoli, allora, anche noi sentiremo il bisogno, la voglia e la necessità di essere testimoni di questa incredibile verità.

E la racconteremo con la nostra stessa vita, che resterà la stessa di prima, ma sarà vissuta in modo completamente nuovo e rivoluzionato. Ci accorgeremo allora che essere cristiani non è questione di pratica religiosa. E', invece, questione di vita e di morte. Di come, cioè, si vive, e di come ci si pone di fronte alla morte. Ci accorgeremo che quello che noi chiamiamo Signore è vivo e presente. Qui e oggi: per davvero, Lo scopriremo venire e agire, in mille diverse maniere, tutte ordinarie, nelle nostre singole storie personali.

Si ripeterà per ciascuno di noi l'avventura che hanno vissuto i suoi discepoli in ogni tempo.

Il Signore viene nelle nostre vite, posa gli occhi su di noi, e ci chiama. Attenzione, però.

Il Signore non chiama “per nulla". Chiama perché ha bisogno di noi. Ci chiama a dividere con lui la sua vicenda stessa, che ci attende e si ripete, sempre uguale ma sempre diversa, in tutti coloro che lo seguono. Quando noi “sentiamo”il Signore, quando ne avvertiamo la presenza nella nostra storia, ne siamo talmente conquistati che vorremmo abbandonarci così. “Com'è bello Signore, stare insieme” vorremmo dirgli E, fosse per noi, ci fermeremmo lì, come Pietro sul monte della trasfigurazione “Signore, si sta così bene qui. Prepariamo le tende, e restiamo qua ". Ci sbagliamo di brutto.

liberta Il Signore ci riscuote, ci fa scendere dalle vette e ci ributta a valle, nella realtà di ogni giorno. E' lì che ha bisogno di noi. Tra mille difficoltà e resistenze nostre, ci modella piano piano e ci fa simili a lui. In un modo silenzioso e senza clamori esplode nella nostra vita e in noi. Pur lasciandoci noi stessi, e lasciandoci dove stiamo. Ci porta, spesso, per strade ignote, verso mete sconosciute, squassando le nostre certezze e buttando all'aria i nostri pomposi progetti. Ci mette continuamente in crisi, per farci continuamente andare alla ricerca di lui. Poco a poco ci tira fuori da noi stessi e ci spinge sempre un po' di più verso gli altri. Non ci lascia mai in pace, non ci fa mai stare fermi.  Chi segue Cristo, è in continuo movimento. Tutto questo non avviene in modo piano e senza traumi. Accettare la Resurrezione dell'uomo della Sindone mette in moto una valanga che non sappiamo dove ci porti. E questo, inutile negarlo, spesso ci spaventa. In fondo, per noi, è cosi rassicurante il “mondo piccolo”che ci siamo costruiti a nostra misura. Lì, ogni cosa ha il suo giusto posto, visto che glielo abbiamo assegnato noi La famiglia, il lavoro, gli amici,gli affetti, i progetti,le ambizioni, i valori, i principi, la religione, la chiesa, Dio. Tutto intorno a noi, ben piazzati al centro.

Tutto comodamente a portata di mano, se e quando decidiamo di utilizzarlo. In caso contrario, tutto resta lì, in buon ordine a far bella mostra di sé sugli scaffali della nostra vita. In realtà scopriamo presto che questa condizione, che ci sembra così piena di sicurezze, è una bella gabbia, e nemmeno tanto dorata. Ci accorgiamo, in certi momenti, che ci tiene chiusi. E iniziamo a sentirci prigionieri. Le ansie, le frustrazioni,le insoddisfazioni iniziano a tormentarci. Come difesa, poi, non vale niente. Alla prima tempesta seria che incontriamo sulla nostra strada, una folata un po' più forte si porta via la gabbia intera, con noi dentro. E ci sballotta per ogni dove, buttando ogni cosa all'aria.

E noi sempre lì dentro, chiusi, a cercare affannosamente di rimettere insieme i pezzi.

Il Signore che piomba nella nostra vita viene a spalancare le nostre gabbie. Getta via tutto.

Tutto quello che ci abbiamo accumulato. E ci sbatte fuori. All'aria aperta. Liberi.