Durante l’anno liturgico appena terminato ho cercato di trasmettervi qualcosa della comprensione della preghiera che Gesù ha insegnato ai discepoli. Recitando il Padre nostro faremo maggior attenzione all’atteggiamento interiore e alla conversione che Dio stesso vuole operare nella nostra vita.
Siamo ora nel periodo dedicato dal nostro Papa Benedetto XVI° alla riflessione sul ministero sacerdotale nella Chiesa e alla preghiera per i sacerdoti. Mi pare doveroso e bello inserirci in questo obiettivo ecclesiale: lo faremo soffermandoci a comprendere e pregare le parole che Gesù ha rivolto al Padre, secondo la testimonianza che l’evangelista Giovanni ci ha dato nel suo vangelo. Quella preghiera è chiamata già da secoli “preghiera sacerdotale di Gesù”: in essa infatti il Signore offre se stesso come sacrificio al Padre. In essa Gesù agisce e si manifesta come sacerdote, inteso proprio nel senso che egli compie l’atto tipico del sacerdote, cioè offrire a Dio ciò che Dio gradisce per perdonare i peccati degli uomini. Questa preghiera, che occupa tutto il capitolo 17 del Vangelo, è scritta dall’evangelista, che certamente non l’ha registrata come faremmo oggi con i mezzi di cui disponiamo, ma avendo conoscenza profonda e spirituale del suo Maestro, l’ha elaborata tenendo conto del suo Spirito e rifacendosi ai suoi insegnamenti. Per noi è doveroso soffermarci ad ascoltare il nostro Signore e Maestro proprio quando prega il Padre suo. Questo non solo è doveroso, ma soprattutto bello e consolante. Ascoltare la preghiera che Gesù rivolge al Padre al culmine della sua missione, a poche ore dal suo sacrificio, è il modo più forte e sicuro per conoscere il suo cuore, per entrare nel mistero di quel rapporto vivo e vivificante che è l’amore divino che corre e opera tra Padre e Figlio. Potremo imparare così qual è il modo di rapportarci a Dio e quali devono essere i contenuti dei nostri desideri più profondi, quelli che Dio stesso gradisce vedere nel nostro cuore. Vedremo che cosa preme a Gesù per noi e per il mondo, quel mondo che Dio ha tanto amato da mandare il Figlio suo a vivere in mezzo agli uomini peccatori. Non so se la lettura di questa preghiera diventerà una catechesi oppure un’introduzione ad amare Gesù con tutto il nostro cuore e tutto il nostro essere. In ogni caso sarà un aiuto a crescere nella fede e ad approfondire la nostra comunione con tutta la Chiesa.
Iniziamo a leggere la preghiera di Gesù: "Poi, alzati gli occhi al cielo".
Siamo ancora nel cenacolo o siamo già nell'orto degli ulivi? L'evangelista non lo dice, ma per noi non è neppure molto importante. Sappiamo che Gesù non aveva bisogno di un luogo speciale per rivolgersi al Padre, perché è lui stesso il tempio, come dice lo stesso evangelista nell'altro suo libro, l'Apocalisse: "Non vidi alcun tempio in essa perché il Signore Dio, l'Onnipotente, e l'Agnello sono il suo tempio" (21,22). Egli alza gli occhi al cielo: un gesto semplice, che nasce da un'immediatezza quasi infantile. Pur essendo Dio invisibile e pur trovandosi ovunque, noi tutti lo collochiamo - nel nostro inconscio - in alto, là dove non può essere raggiunto da null'altro che dal nostro desiderio. Nemmeno il nostro sguardo può raggiungere Dio, ma noi lo rivolgiamo spontaneamente nella direzione da cui viene la luce, nella direzione su cui non ci sono ostacoli che possano distrarre l'attenzione, la direzione che ci allontana dalle cose che solitamente occupano il nostro cuore e i nostri istinti. Gesù compie questo gesto anche prima della moltiplicazione dei pani davanti a cinquemila uomini e prima di chiamare Lazzaro dalla tomba! Gli occhi di Gesù sono aperti verso l'alto: che cosa vede? Come noi, anche lui non vede nulla, eppure i suoi occhi aperti sono importanti: riconosce che Dio, il Padre, è un altro, e va cercato e incontrato. Anche se lui non lo vede, può almeno essere visto e ricevere l'amore che uno sguardo di Dio può comunicare. Gli occhi di Gesù aperti verso l'alto sono importanti per chi gli sta vicino, nel nostro caso per i discepoli. Questi ricevono dallo sguardo di Gesù un orientamento preciso, un aiuto a porre la propria fiducia solo in Dio, come essi stessi sono abituati a pregare: "Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l'aiuto?" (121,1) e "Ecco, come gli occhi dei servi alla mano dei loro padroni; come gli occhi della schiava, alla mano della sua padrona, così i nostri occhi sono rivolti al Signore nostro Dio" (123,2). Gli occhi aperti verso l'alto rendono così Gesù testimone dell'invisibile, testimone della presenza di Dio, della sua pienezza, e testimone che null'altro è importante. Imiteremo anche noi Gesù: gli occhi aperti verso l'alto ci aiutano ad uscire dai nostri pensieri incentrati su noi stessi, sulle nostre cose e sui nostri piccoli interessi materiali, per avvicinarci alla fonte dell'amore e della vita eterna! Siamo abituati a scoraggiarci quando tutto sembra andare storto, quando le cose vanno male, quando qualcosa non diventa come vorremmo. E poi giustifichiamo il nostro scoraggiarci e addirittura il nostro arrabbiarci. Siamo abituati a far così, tanto che pensiamo non si possa e non si debba fare diversamente. Erano afflitti gli abitanti di Gerusalemme al tempo di Geremia, e a ragione, per la loro deportazione e la loro caduta in schiavitù. Erano scoraggiati i giudei al tempo di Gesù per la situazione in cui si trovavano: avevano capi da tutte le parti, capi capaci solo di dominare e opprimere e riscuotere tasse: l'evangelista dà un elenco dettagliato dei capi di qual periodo. In queste situazioni disperate risuona la parola di Dio. È una parola che vorrebbe ridare speranza, consolare, diffondere gioia. Questa consolazione e gioia può arrivare però soltanto dopo una conversione, perché anche la dispersione e la sofferenza è arrivata dopo la disobbedienza e il peccato. Geremia annuncia che Dio vuole ricominciare una storia di alleanza con il suo popolo ravveduto, un popolo che ritorni ad amarlo e cercarlo con tutto il cuore: quando lo farà, Dio farà ritornare il popolo dalla sua schiavitù. E Giovanni annuncia l'avvento della salvezza di Dio per ogni uomo, non appena questi ascolterà l'invito a preparare la via al Signore convertendo il proprio cuore e allontanandosi dall'attaccamento ai propri peccati. E noi? La sofferenza non è lontana nemmeno da noi. Le sue cause sono diverse da quelle che colpirono il popolo di Dio dei tempi di Geremia e di Gesù. Le nostre sofferenze derivano però, anche per noi, dalla forza negativa del peccato. Lontani da Dio, diffidenti della sua legge, ricattati dagli uomini cui non vogliamo dispiacere, occupati dal tempo che corre e rincorre, disorientati dalle scelte dei grandi, scelte che manifestano e accontentano solo avidità di denaro e di fama, siamo caduti in un vortice di sofferenze che sembra non avere fine. Può Dio avere una parola anche per noi? Esiste ancora una parola che sia in grado di farci alzare il capo, di farci sperare in un futuro diverso, in qualcuno che ci possa liberare e salvare? Si, la Parola esiste ancora, e ancora viene dall'alto: è una parola bella, che porta una notizia buona alla nostra disperazione. È la parola che si chiama Vangelo, è la venuta di Gesù Cristo, che continua a venire per continuare a salvare. Questa parola non ci limitiamo ad ascoltarla e ad amarla, ma vogliamo persino servirla, cioè passarla ad altri, a quanti incontriamo delusi e sfiduciati. San Paolo sa che i cristiani di Filippi cooperano per il Vangelo, e ne gode. La Parola della consolazione si diffonde di bocca in bocca, di cuore in cuore. Noi ci metteremo a suo servizio, perché altre strade si raddrizzino, si abbassino i colli della superbia e si riempiano i burroni della malvagità: il Signore nostro verrà! Verrà il Signore Gesù e noi con lui potremo rinnovare l'obbedienza a Dio per gustare pienamente il suo amore.
“ Alzando gli occhi al cielo Gesù disse: “Padre, glorifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi te”.
L’ora attesa, e che adesso è giunta, è l’ora della gloria. Usiamo spesso questa parola nel linguaggio liturgico e nella nostra preghiera. Sappiamo cosa significa? Negli scritti del Nuovo Testamento viene espressa con questo termine la manifestazione di Dio. Gloria di Dio è tutto quanto manifesta la presenza di Dio nel mondo. Gloria di Gesù è quanto manifesta la sua divinità, la sua unione con il Padre! Ora Gesù chiede al Padre di dar gloria a lui, al Figlio. Desiderio di Gesù è che la sua vita e la sua persona possa essere manifestazione dell’essere di Dio, e cioè del suo amore. Noi leggiamo nella domanda di Gesù la richiesta di poter vivere la perfezione dell’amore divino, in modo che noi lo possiamo vedere e conoscere, e quindi affidarci del tutto al Padre! Se il Figlio riceve gloria dal Padre, ne consegue che il Figlio fa conoscere la bellezza e grandezza della misericordia di Dio. Il Padre che glorifica il Figlio concede al Figlio di diventare manifestazione del Padre. Chiedendo di essere glorificato perciò Gesù non chiede nulla di egoistico: essere glorificato significa venir reso strumento della manifestazione di Dio: Dio potrà essere visto dagli uomini tramite lui. E, dato che l’essere di Dio è pienezza d’amore, Gesù chiede di esser messo in condizione da manifestare la profondità dell’amore, che diventa maggiormente visibile dagli uomini quando esso maggiormente costa: ecco perché la gloria di Gesù è la sua croce. Accogliendo la croce Gesù si mette nel posto che rende evidente un amore infinito, un amore che è soltanto amore, un amore in cui non c’è nulla di egoistico. Non solo i dolori fisici di Gesù sulla croce, ma soprattutto la sua umiliazione dell’essere fatto oggetto di una infinita ingratitudine, sono la condizione che mette in evidenza la profondità del suo amore. Gesù chiede al Padre di esser messo nella condizione di manifestare quell’amore che gli uomini non hanno ancora mai visto, l’amore divino, che arriva a donare se stesso sapendo di non poter attendere nessuna ricompensa. Gesù quindi chiede la croce. Mancano poche ore al momento in cui egli sarà catturato dai giudei, - egli l’ha intuito già quando Giuda si è allontanato dalla Cena, - e perciò con queste prime parole della sua preghiera si offre al Padre per il cammino previsto.
Tu gli hai dato potere su ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato”.
Dopo aver chiesto la gloria, ed egli sa che è la croce, Gesù continua a contemplare il Padre e gode di quanto ha già ricevuto da lui. Che cosa gli ha dato il Padre? “Tu gli hai dato potere su ogni essere umano”: di che potere si tratta? È certamente il potere di Dio, che è un potere che non conosce violenza o costrizione. Il potere di Dio è la capacità infinita che egli ha di amare e di riempire di amore ogni realtà. Gesù quindi ha ricevuto la capacità di riversare su ogni essere umano l’amore. Su ogni essere umano: noi sappiamo che ogni essere umano è fragile, incapace, succube a tanti vizi, sottomesso persino ad diavolo, il nemico di Dio. Anche a questi Gesù riesce a donare l’amore. La storia è percorsa da infinite storie di questo tipo: grandi peccatori che cambiano vita, persone capaci solo di odiare diventano capaci di amare, uomini egoisti e avari diventano generosi. Già nella vita di Gesù sono raccontati episodi di questo tipo: vedi per esempio la vicenda di Zaccheo a Gerico (Lc 19,1ss) e poi quella di San Paolo (Atti 9). Il potere, che Gesù riceve su ogni essere umano, egli lo adopera infatti per donare la vita eterna a quanti il Padre gli affida. Ecco come egli stesso interpreta la capacità ricevuta dal Padre: donare la vita eterna! Udendo questa espressione noi pensiamo automaticamente ad una vita che non ha fine, una vita che dura sempre. Vita eterna però significa di più: è la vita di Dio che ha la caratteristica dell’eternità, e la vita divina non è solo di durata infinita, ma anche di potenzialità d’amore infinite, e di conseguenza di pienezza di significato e pienezza di gioia. Coloro che si avvicinano a Gesù sanno cosa ciò significhi. Chi ha messo Gesù al centro del proprio cuore sta già sperimentando la vita eterna, anche se accompagnata dalla croce, che su questa terra non è possibile eliminare del tutto. Spesso è proprio la presenza della croce che ci rende coscienti che in noi brilla una vita che supera quella di questo mondo, una vita che appartiene ad un mondo superiore, che rende preziosi anche i momenti di sofferenza e di fatica.
“Questa è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo”.
Conoscere “l’unico vero Dio” non è possibile. Noi siamo uomini, e come tali siamo già alterati dalle nostre ribellioni e suggestioni, ben lontani dal vivere l’esperienza di Dio. Egli stesso deve donarcene la grazia. Questo, infatti, è il compito che il Padre ha dato a Gesù: egli deve dare la vita eterna, e ce la dona facendoci conoscere appunto “l’unico vero Dio” e se stesso come Figlio di Dio. Dio, chiamato Padre da Gesù è “l’unico vero Dio”. Oggi, per chissà quale concezione di ecumenismo o di voglia di piacere a tutti, cediamo facilmente il passo a chi dice che c’è un solo Dio, e quindi tutte le religioni sono buone e tutte di ugual valore. A parte l’ignoranza che tale affermazione nasconde e manifesta, ignoranza delle religioni appunto e della sofferenza di chi le vive, è proprio il contrario di quanto afferma Gesù. Egli ha vissuto l’amore fino alla morte per farci conoscere non un Dio qualunque, che gli uomini già conoscevano attraverso le loro varie religioni, ma “l’unico vero Dio”. Questo Dio nessuno lo aveva mai visto, nessuno lo immaginava nè lo conosceva. Era necessaria la vita e la morte di Gesù per farcelo conoscere e incontrare, per farci gustare il suo amore, per darci il coraggio di avvicinarlo con confidenza. E’ vero che esiste un solo Dio, ma quest’unico Dio è il Padre di Gesù Cristo! L’unico Dio che esiste è quello che ci ama, che ci può perdonare, che ci ha mandato il Figlio per salvarci, quel Dio che ci parla e ci istruisce. L’unico Dio è quello che si attende da noi ascolto e ubbidienza. Egli ci ama, e ci chiede di incontrarlo sulla strada dell’amore. Per amarci ha mandato Gesù Cristo: attraverso di lui lo possiamo conoscere, attraverso di lui lo possiamo ascoltare, da lui impariamo ad obbedirgli. Da Gesù impariamo pure che obbedire a Dio non è per noi segno di schiavitù e nemmeno di umiliante sottomissione, bensì dono, grazia, occasione di esprimere più che mai le nostre possibilità. Chi ubbidisce a Dio, infatti, prova le gioie più grandi. In questa preghiera Gesù stesso definisce se stesso “colui che hai mandato”: egli si sente inviato dal Padre e obbediente a lui. Si presenta con questa qualifica: quella che egli stesso ritiene la più bella e la più importante. Essa infatti manifesta la sua unione con il Padre e nello stesso tempo rivela che la sua autorità è divina.
“Erano tuoi e li hai dati a me ed essi hanno osservato la tua parola”.
Gesù ha fatto conoscere il “nome” del Padre ai discepoli. Ora parla di loro: “Erano tuoi e li hai dati a me”. Ecco come li vede il Signore. Sa che essi non sono una sua conquista, ma che gli sono stati affidati dal Padre, cui appartengono. Gesù si sente responsabile di loro di fronte al Padre. È contento però di aggiungere una bella notizia: essi sono obbedienti, hanno saputo ascoltare e hanno preso sul serio gli insegnamenti che egli dava loro. Tutto quello che Gesù diceva aveva origine nel cuore del Padre: “Come mi ha insegnato il Padre, così io parlo” (Gv 8,28), aveva già detto. Per questo ora dice “hanno osservato la tua parola”, volendo significare che gli hanno ubbidito. Pur avendo dovuto rimproverare più volte i discepoli e soprattutto gli apostoli, Gesù tuttavia sembra contento di loro. Varie volte, come raccontano gli evangelisti, ha espresso gioia per la loro vita. Di essi aveva detto che sono la luce del mondo e il sale della terra, altre volte ha mostrato di dar loro fiducia, come quando li ha mandati a due a due in missione da soli col potere sui demoni e sulle malattie. Hanno osservato la tua parola: possono essere di esempio per tutti coloro cui saranno inviati. La Parola “osservare” significa anzitutto custodire, ma anche mettere in pratica. I discepoli hanno custodito nel cuore e nella mente gli insegnamenti di Gesù, li hanno ritenuti tanto preziosi da renderli criterio per le piccole e grandi scelte. Custodire la Parola significa badare più a quella che non ai propri ragionamenti e alle proprie convinzioni e abitudini. Chi custodisce la Parola, la mette poi in pratica; in tal modo la Parola diventa “carne”, cioè vita dell’uomo, visibile da tutti attraverso azioni e comportamenti. Gesù stesso è la Parola incarnata, la sua vita è l’amore che il Padre «dice» all’umanità intera. I discepoli che osservano la Parola sono prolungamento della vita di Gesù, della sua incarnazione. Questo dice quanto è preziosa la loro vita agli occhi di Dio!
“Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro; essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato”. Gesù ha parlato dei propri discepoli e li loda davanti al Padre. Essi hanno ascoltato con attenzione i suoi insegnamenti, lo hanno interrogato quando non capivano, sono stati da lui rimproverati quando ragionavano senza fede, secondo il modo di pensare egoistico del mondo. I discepoli sapevano che la parola che usciva dalla bocca di Gesù era Parola di Dio, tanto che sapevano che continuava ad essere Parola di Dio anche quando era pronunciata da loro. San Paolo stesso infatti dice ai Tessalonicesi: “Avendo ricevuto da noi la parola divina della predicazione, l'avete accolta non quale parola di uomini, ma, come è veramente, quale parola di Dio, che opera in voi che credete” (1Tess 2,13). Quando Gesù parlava era cosciente di trasmettere quanto aveva ricevuto da Dio, dal Padre: i discepoli lo hanno compreso. Gesù infatti faceva sempre riferimento ai profeti, a Mosè, ai salmi, sia quando formulava le sue parabole, sia quando dava altri insegnamenti più espliciti. I discepoli, abituati ad ascoltare ogni sabato le Scritture nella sinagoga, se ne accorgevano. Formulando questa preghiera, Gesù conferì autorità alla parola dei suoi apostoli, perché è una parola che proviene da lui e quindi da Dio. Per questo dice loro: “Chi ascolta voi ascolta me, e chi ascolta me ascolta colui che mi ha mandato”. Parola di Dio è la parola scritta del Vangelo e degli altri scritti contenuti nel Nuovo Testamento, e Parola di Dio è quanto i successori degli apostoli, i vescovi, ci trasmettono. Non è sempre facile per i vescovi aprire la bocca per donare Parola di Dio nè è sempre facile per i fedeli riconoscere l’autorità di Dio nella parola dei loro pastori. Sono uomini peccatori sia i vescovi che i fedeli, e perciò è sempre necessaria l’azione dello Spirito Santo per gli uni e per gli altri. I Vescovi e i loro presbiteri saranno sempre attenti a confrontare la loro parola con le Scritture e con gli insegnamenti perenni della Chiesa; i fedeli saranno pronti ad ascoltare, a meno che non risulti evidente che la parola di un sacerdote o di un vescovo non è conforme all’insegnamento di tutta la Chiesa. La preghiera è doverosa per gli uni e per gli altri, per ottenere da Dio spirito di sapienza, di fedeltà e di comunione.
“Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che mi hai dato, perché sono tuoi”. Gesù inizia una seconda parte della sua preghiera. Ora prega per i discepoli. Che cosa significa pregare per qualcuno? Quando io prego per qualcuno, continuo a pregare, - cioè ad essere proteso verso Dio, - portando il nome e la situazione di un’altra persona davanti al Padre, perché egli riversi su di lui tutto il suo amore. Pregando per una persona mi impegno davanti a Dio per quella persona, mi unisco a lei. Quando Gesù prega per i suoi, si impegna davanti al Padre per loro, è un tutt’uno con loro, e il Padre lo deve ascoltare ed esaudire! Egli prega per i suoi discepoli, ma non per il mondo. A prima vista troviamo strana questa affermazione: come mai Gesù, che è venuto a dare la vita per il mondo, non prega per il mondo? Gesù ha offerto la propria vita perché il mondo sia salvato, ma con questo mondo da salvare non può farsi un tutt’uno. Il mondo è fuori strada, nella disobbedienza al Padre, e perciò Gesù non può che fare tutto il possibile perché rientri nell’obbedienza, unica via di salvezza. Non può pregare perché il mondo continui ad essere mondo, ma offre a Dio la propria vita perché esso cambi e si converta. Così noi, imparando da Gesù, ci uniamo davanti a Dio con tutti quelli che credono; per coloro che non credono possiamo offrire a Dio la nostra vita affinché giungano alla fede: senza di essa tutta la loro vita, anche se godessero di buona salute e avessero tutte le soddisfazioni possibili, sarebbe perduta. In questa stessa preghiera Gesù ci dirà che per questo serve l’unità che viviamo tra di noi. Non preghiamo perciò nemmeno noi per il mondo, ma per esso ci impegniamo a vivere rinnegando noi stessi, in modo da essere uniti gli uni gli altri nella carità. Siamo molto consolati dal fatto che Gesù ha pregato per noi. Noi infatti siamo stati “dati” a lui dal Padre fin dal nostro battesimo. Noi siamo del Padre, da lui consegnati a Gesù. E Gesù si impegna davanti a Dio per noi: ci presenta a lui, perché la nostra vita sia conformata alla sua vita, vita di figlio. Che cos’avrà chiesto Gesù al Padre per noi? Lo vedremo leggendo le prossime righe della preghiera. Non ci aspettiamo che abbia chiesto per noi salute e benessere, e nemmeno che tutti i nostri desideri mondani siano realizzati. Io godo che Gesù abbia chiesto per me di essere promosso alla vita eterna!
“Tutte le cose mie sono tue e tutte le cose tue sono mie, e io sono glorificato in loro”. Sembra che con queste parole Gesù voglia manifestare la sua gioia per la comunione che gode con il Padre. La comunione del Padre con il Figlio è un mistero per noi insondabile, un mistero di amore. Per poterlo comunicare a noi Gesù usa parole a noi comprensibili: ciò che appartiene a me appartiene a te, e ciò che è tuo è mio. Noi godiamo comunione tra noi quando non diciamo di nulla «questo è mio»: questo è segno che non siamo animati da quello spirito di egoismo che generalmente regna nei nostri cuori e ci tiene distanti l’uno dall’altro. L’unità di Gesù con il Padre è una realtà cui anche noi partecipiamo. Egli fa questa affermazione, infatti, per spiegare quanto aveva detto, che cioè i discepoli sono del Padre, ma sono stati dati a lui. Essi sono quindi del Padre, pur essendo suoi: noi stessi infatti non sentiamo differenza nel dirci discepoli di Gesù e figli di Dio. Tra di loro non sussiste gelosia: il Padre gode che noi ascoltiamo Gesù, e Gesù gode che adoriamo il Padre.
Gesù aveva chiesto al Padre di essere glorificato: adesso, pensando ai discepoli, confessa di essere già glorificato “in loro”. La vita dei discepoli è gloria per lui. Essi sono il «luogo» dove si manifesta la pienezza dell’amore di Gesù, la bellezza della sua divinità. In che modo può avvenire questa manifestazione? Gesù stesso ce lo dirà continuando la sua preghiera. Ciò che maggiormente lo glorifica è l’unità dei discepoli tra loro, il fatto cioè che essi vivano il suo comandamento nuovo. Quando tu ami e ti lasci amare a causa di lui, quando perdoni con lui, quando porti la tua croce per amor suo, allora tu ricevi il suo Spirito e vivi la sua vita. Tu diventi in tal modo gloria sua, diventi luogo ove si manifesta qualche cosa dell’essere del Figlio di Dio. È consolante per noi sapere di essere gloria di Gesù: non credo possa esserci gioia più grande di questa, una gioia che ci fa sopportare prove e sofferenze con coraggio e ci rende forti nelle occasioni che ci vengono date per rendergli testimonianza.
CONTINUA..........
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