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Il buon Samaritano per la famiglia

IL BUON SAMARITANO PER LA FAMIGLIA
Questo brano è una parafrasi moderna
(scritta da Don Carlo Rocchetta) della parabola del buon samaritano (Lc 10,25-37), che spiega con termini semplici ma espliciti, come si possa realizzare un accompagnamento pastorale della famiglia.

Uno studioso della legge, un esperto in questioni giuridiche, si alzò di mezzo alla folla e interrogò Gesù: "Maestro che cosa si può fare per la famiglia, in un contesto nel quale così tante coppie sono in crisi e si dividono? Tu che pensi? Quale tipo di accompagnamento spirituale è possibile?"
 

Gesù fissò negli occhi l'esperto e rispose con una parabola: Una famiglia scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che la spogliarono dei suoi beni più preziosi (l'unità, la fedeltà, l'amore, la fecondità, la gioia di stare insieme), lasciandola ferita e sola, in mezzo alla strada. Scendeva per quella stessa strada un uomo di culto; vide la scena, e subito scosse la testa, ragionando tra sé e sé: "Chissà che razza di gente è mai questa? Una coppia onesta e timorata di Dio non si sarebbe mai trovato in situazioni di questo genere. Devono essere dei peccatori; altrimenti Dio non avrebbe permesso che si trovassero in simili condizioni. Io non posso farci niente.
 

La mia legge mi impone di non contaminarmi con i peccatori e non toccare sangue prima e dopo le funzioni sacre! Mi piange il cuore ma i miei principi mi impediscono di intervenire. Farò così: una volta arrivato a Gerico andrò a parlarne alle autorità, perché organizzino un soccorso". E passò oltre.
Poco dopo giunse nello stesso punto uno studioso, un intellettuale (teologo, sociologo, psicologo, politologo); vide quella famiglia e sentenziò: "Ecco la dimostrazione di come la famiglia sia ormai finita. Io l'ho sempre detto: l'istituzione familiare è oppressiva ed è bene che muoia! Non è il caso di fermarsi a perdere tempo. Il problema va affrontato a livello strutturale; bisogna andare alla radice dei problemi, non fermarsi ai casi singoli". E così ragionando, passò oltre. "Tutto quello che posso fare - aggiunse per scrupolo di coscienza - è di andare a presentare un'interpellanza al sindaco di Gerico, perché istituisca una commissione, la quale studi approfonditamente il problema ed elabori progetti di risanamento da sottoporre ad una ulteriore commissione di specialisti che esamini il da farsi".
 

I due coniugi feriti e i loro figli, intanto, rimasero in mezzo alla strada, agonizzando. Qualche ora più tardi passò uno straniero, un uomo che era sempre stato emarginato e che aveva sofferto molto per l'indifferenza e l'odio degli altri. Quando vide la famiglia sanguinante e il terrore negli occhi di quei bambini si commosse profondamente, fino a sentire male nel petto e avvertire un groppo di pianto salirgli alla gola. Senza tanti ragionamenti, si fermò, scese da cavallo e si chinò con immenso amore su di loro, curandone le ferite e versandovi sopra l'olio della tenerezza e il vino della speranza. Caricata poi quella famiglia sul suo giumento, le camminò vicino per chilometri e chilometri fino alla locanda più vicina, dove la raccomandò personalmente all'albergatore, impegnando tutti i suoi risparmi, perché fosse curata e assistita nel modo più completo.
 
Partendo, il giorno dopo, implorò l'albergatore: "Abbi cura di loro, e quanto spenderai di più te lo rifonderò al mio ritorno". Dopo aver raccontato la breve parabola, Gesù si rivolse all'esperto della legge e gli chiese: "Chi dei tre viaggiatori ha realizzato un accompagnamento pastorale della famiglia incappata nei briganti e rimasta sola in mezzo alla strada?" Quegli risposte: "Colui che ha provato tenerezza si è messo al servizio di quei coniugi e dei loro figli".
Gesù gli disse: "Hai risposto bene; va' e anche tu fai lo stesso".
 

Gesù unico "Buon Samaritano" della famiglia 
              
 

 

Parafrasando la parabola del “buon samaritano” di cui ci parla l’evangelista Luca al cap. 10,30-37, un autore mette la famiglia al posto dell’uomo incappato nei briganti, e dice: «La famiglia scendeva da Gerusalemme a Gerico per le vie tortuose della storia quando incontrò i tempi moderni… che si accanirono contro la famiglia. Le rubarono la fede, che più o meno aveva conservato, poi le tolsero l’unità e la fedeltà, la serenità del colloquio domestico, la solidarietà con il vicinato e l’ospitalità per i viandanti e i dispersi.
 

Passò per quella strada un sociologo. Vide la famiglia ferita sull’orlo della strada e disse: “È morta” e continuò il cammino. Passò uno psicologo e disse: “Era oppressiva. Meglio che sia finita”. La incontrò un prete e la sgridò: “Perché non hai resistito? Forse eri d’accordo con chi ti ha assalito?”. Infine passò il Signore: la vide, ne ebbe compassione e si chinò su di lei lavandone le ferite con l’olio della sua tenerezza e il vino del suo amore. Se la caricò sulle spalle e la portò alla Chiesa, affidandogliela dicendo: “Ho pagato per lei tutto quello che c’era da pagare. L’ho comperata col mio sangue. Non lasciarla sola sulla strada in balia dei tempi. Ristorala con la mia parola e il mio pane. Al mio ritorno ti chiederò conto di lei”».

Attualmente la famiglia, per vivere in pienezza il progetto di Dio Creatore, deve affrontare molte e difficili sfide: il secolarismo, il relativismo etico, la cultura contro la vita, ecc., che cercano di distruggerla o comunque di deformarla. Il peccato dell’uomo è sempre lo stesso: la superbia, l’arroganza di voler vivere senza Dio; il non sottostare a nessun richiamo religioso ed etico per vivere nella libertà assoluta che sfocia nella schiavitù più opprimente e disumanizzante.


Alla famiglia, fondata sul sacramento del matrimonio, si sostituiscono altre forme di convivenza che creano un vuoto di valori anche sul piano antropologico. La Chiesa, quando parla di matrimonio sacramento, intende dire comunione, alleanza che s’inserisce su quella di Cristo per la Chiesa. La famiglia è l’immagine di Dio, dove i coniugi sono strumenti reciproci di amore e di salvezza e ogni offesa all’altro/a implica una rottura di questa alleanza, non solo nei riguardi del coniuge, ma con Dio stesso.

Nel matrimonio è la realtà della coppia che entra nella storia della salvezza: la famiglia ha Cristo come centro e lo Spirito Santo come forza per realizzare l’unità tra fede e ferialità, poiché nessun gesto tra i coniugi è inutile, ma tutto è espressione di grazia o può diventarlo. Gesù è il solo e grande medico che può ricostruire “il progetto delle origini”, rendendo felice e degno di essere vissuto ogni valido matrimonio.

Il primo passo da fare è guardare in faccia le sfide che la coppia deve affrontare, iniziando dal saper coniugare le differenze di genere, maschile e femminile, perché diventino ricchezza, anziché contrapposizione e rivalità. Mai domandarsi “Che cosa mi dà l’altro/a”, ma “Che cosa io do all’altro/a”. Armonizzare le differenze nell’economia del donarsi e dell’accogliersi nella totalità del proprio essere. Altra sfida è quella di passare dall’innamoramento all’amore. Innamorarsi è facile mentre amare è difficile, perché implica accettare, senza condizioni, l’altro/a con i suoi limiti e difetti, facendo rinascere ogni giorno l’amore e la tenerezza.

L’affettività è una dimensione profonda della persona e va educata per canalizzare i propri sentimenti creando relazioni di empatia e di simpatia, di apertura verso il prossimo, evitando la spettacolarizzazione delle emozioni, che riduce i sentimenti a momenti di euforia e di superficialità.

Importantissimo è costruire una profonda amicizia tra i coniugi, come ha auspicato il papa Paolo VI in un passo dell’enciclica “Humanae vitae” del 1968.
Nel Cantico dei Cantici, dove si celebra l’amore umano come segno dell’amore divino, i protagonisti, un uomo e una donna, vivono tutti gli aspetti dell’esperienza amorosa: l’innamoramento, l’amore e l’amicizia, come manifestazione di una tenerezza più grande in cui Dio si rivela. È lo Spirito Santo che può ricostruire, negli sposi, la bellezza, lo stupore, il fascino e la purezza dello sguardo interiore “degli inizi”.

Anche il diventare genitori porta con sé ulteriori esigenze, in quanto comporta un grande impegno nel mantenere l’unità, come coppia, maturando nel contempo una responsabilità dei propri ruoli, così che il figlio diventi occasione di arricchimento reciproco e non di situazioni di crisi. Altra sfida è saper conciliare il tempo da dedicare al lavoro, alle mansioni domestiche, ai momenti da vivere insieme ascoltandosi, dialogando e condividendo gli impegni, in maniera da non sentirsi mai esclusi dal mondo dell’altro, ma pienamente partecipi.
 

Per vincere tutte le sfide che minano oggi la famiglia è necessario conoscere la potenza e il dono della nuzialità leggendo la Sacra Scrittura, partecipando ad incontri mirati, e soprattutto pregare insieme come sposi, aprendo mente e cuore per incontrare lo sguardo amorevole di Gesù, sempre presente in mezzo a loro. Il vangelo attesta che ogni incontro vero con Gesù nasce da uno sguardo accolto e ricambiato. Suggeriva Gesù ad una sposa: “Quando siete in difficoltà guardatevi negli occhi con i miei occhi, e ritroverete l’unità e il vero amore”.

Ciò che sconvolge l’apostolo Tommaso quando Gesù risorto gli appare e lo invita a toccare le sue piaghe (Gv 20,27) è constatare che le ferite, le piaghe infertegli da noi peccatori, in Gesù sono diventate il segno di un amore ancora più grande nei confronti dell’umanità. In queste piaghe gloriose è possibile trovare riparo, forza, sostegno e guarigione da ogni fragilità, da ogni sfida e da ogni male, poiché esse sono la porta per accedere ad un’intimità veramente impensabile con lui. È Gesù che risana mente e cuore, corpo e spirito, ridonando vita a ciò che sembra inaridito e perduto.
 

Gesù sana dai rancori sublimando la sofferenza e insegnando il perdono. Gesù medico crea la pace con noi stessi e con gli altri; ci riconcilia con i ricordi dolorosi del passato; ci libera dall’immaturità e dalle stanchezze. Gesù è il Signore di ogni storia sponsale e gli sposi devono imparare a spezzare il pane quotidiano in comunione con lui per essere luce del mondo, per lasciarsi accarezzare dalla sua presenza e diventare testimonianza d’amore tra le famiglie che non hanno ancora scoperto la bellezza dell’amarsi in lui per l’eternità.

                                                                                Rosalba Biondini