(Catechesi sul Padre nostro). Iniziamo un nuovo capitolo di catechesi. Penso di discorrere con voi sul pregare, riflettendo in particolare sulla preghiera insegnataci da Gesù, il Padre nostro.
È abbastanza facile sentirci dire: “Prega per me!”. Quando una persona vive situazioni di difficoltà o è afflitta da sofferenze mi dice: “Prega per me”. E io immancabilmente rispondo: “Si, pregherò per te”. Ogni tanto mi viene da chiedermi: che significa quel “prega per me” che mi viene rivolto dalle persone più disparate, anche da quelle di cui, apparentemente, non si vede un briciolo di fede? E, di conseguenza, mi chiedo pure: “che cosa significa «pregare»?”. So che queste domande se le pongono molti cristiani; provo perciò a dire quelle risposte che riesco a darmi, tenendo conto soprattutto degli insegnamenti e degli esempi di Gesù Cristo. Dico che “provo”, perché sono cosciente di non essere io stesso capace di pregare, e perciò tanto meno di parlare della preghiera. Anzi, parlare di preghiera, per me, è presunzione bell’e buona. Sono fiducioso che il Signore stesso mi aiuti a non dirvi nulla che vi scandalizzi, che vi impedisca cioè di andare a lui e di arrivare al suo cuore. Ho questa fiducia perché egli di certo vi ascolta quando, insieme alla vostra vita e al vostro cammino di fede, gli affidate anche la mia persona per il compito che ora mi assumo nei vostri riguardi. Vorrei cominciare con l’esaminare la parola «pregare». Ho guardato quale termine usano gli evangelisti e gli apostoli nella lingua usata per i loro Scritti, il greco. Gli studiosi della Bibbia dicono che gli evangelisti, in questa lingua, nuova per loro, avevano a disposizione la parola usata nel mondo pagano. Anche i pagani si rivolgono alle loro divinità con delle richieste, e chiamano «pregare» questa loro attività. Gesù però aveva detto con forza: “Pregando, non sprecate parole come i pagani” (Mt 6,7), e perciò il termine usato dai pagani per esprimere il loro rapporto con le divinità non poteva essere adatto ai cristiani per esprimere il rapporto con il loro Dio e Padre! Essi devono inventare una parola nuova!
I cristiani che vogliono pregare imparano da Gesù. I suoi discepoli, vedendo come egli pregava, si sono accorti di non esserne capaci, nonostante l’avessero sempre fatto nella sinagoga e nelle liturgie familiari ebraiche. Vedendo Gesù pregare si sono resi conto che il suo modo di rapportarsi con Dio era diverso dal loro, e perciò essi avrebbero dovuto imparare. Gli chiedono perciò: “Signore, insegnaci a pregare!”. Qual era la novità che avevano visto e percepito? In che cosa si distingueva la preghiera di Gesù da qualsiasi altra preghiera? Qual era la caratteristica della preghiera di Gesù, per cui la parola usata dai pagani per indicare il rapporto con la divinità non poteva andar bene per descrivere il suo pregare? Gesù, pregando, non pensa a se stesso: egli pensa soltanto al Padre, ai suoi desideri, alla sua volontà, al suo amore misericordioso per tutti i popoli e per ogni singolo uomo. Gesù, pregando, è tutto proteso ad unirsi al Padre, per assumere i suoi modi di guardare il mondo, per diventare un sol cuore con lui, per lasciarsi riempire da ciò che da lui procede come dono d’amore. Quando prega, Gesù non pensa alle proprie necessità materiali, ai propri presunti bisogni, e nemmeno a quelli degli altri. Egli sa che a Dio non sfugge nulla, e che se noi facciamo la sua volontà egli fa volgere tutto al bene. Egli sa che è il peccato dell’uomo che genera sofferenze e disordini, malesseri e malattie, e perciò concepisce la preghiera come strumento per conformarsi in tutto alla volontà del Padre, una volontà che può essere solo amore. Questa caratteristica della preghiera deve comparire anche nel termine che viene usato: nella lingua greca i cristiani coniano perciò una nuova parola, composta da quella usata dai pagani, ma accresciuta di una particella, che lascia intendere che la loro preghiera non è un guardare a se stessi, bensì un protendersi verso Dio con tutto l’amore e il desiderio di cui siamo capaci! Nella lingua italiana e nelle altre lingue occidentali, eredi di termini latini, non abbiamo una parola con questa sfumatura importante: i cristiani latini non hanno sentito il bisogno di una parola nuova, come i greci, e dobbiamo perciò accontentarci di usare lo stesso termine usato dai pagani. Dobbiamo essere consapevoli però che corriamo il rischio di intendere la preghiera e il pregare soltanto come richiesta di favori e benefici, di esaudimento dei nostri desideri.
Il pregare di Gesù era nuovo per i discepoli. A lui interessava la gioia del Padre, ben conscio che anche per l’uomo non ci può essere gioia più grande che partecipare a quella di Dio. Egli era tutto proteso verso il Padre. Questo era naturale per lui, che non aveva il cuore rovinato dal peccato né intriso di egoismo, come noi. Prima di imparare il modo di pregare di Gesù dobbiamo disimparare tutti quei modi di pregare egocentrici che ci siamo costruiti. Sapendo che esiste un Dio, infatti, non ci siamo preoccupati anzitutto di conoscerlo e di amarlo, ma di sfruttarne le capacità di onnipotenza e onniscienza. E così il nostro pregare è diventato osservazione delle nostre necessità, delle nostre esigenze insoddisfatte, attenzione ai nostri gusti e desideri per attendere o pretendere da Dio soluzioni o appagamenti gratuiti o quasi. Siamo tentati di andare a lui con domande e richieste, e queste espresse con molti argomenti convincenti, preoccupati di convincere Dio che egli deve intervenire per assecondare la nostra volontà. Gesù stesso ci raccomanda anzitutto di disimparare alcuni modi di pregare, cui siamo istintivamente abituati: “Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole” (Mt 6,7 ); “Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini” (Mt 6,5). Dio guarda il cuore dell’uomo ed è capace di comprenderne i pensieri anche se l’uomo non trova le parole adeguate per esprimerli. È il cuore quindi che deve presentarsi al cuore di Dio. Comprendiamo che è necessario imparare davvero a modellare il nostro cuore in modo che esso sia gradito al Padre, altrimenti come faremo a presentarci a lui? Non mettiamo quindi il nostro impegno sulle parole da formulare nella nostra preghiera, ma sul modo di essere alla presenza di Dio. Noi siamo pure spesso preoccupati di far bella figura davanti agli uomini, e siamo capaci di sfruttare per questo anche il nostro pregare! Gesù vuole che la nostra preghiera sia vero incontro con Dio, e perciò deve essere libera da altre preoccupazioni, che introdurrebbero in essa un tono di falsità. E la falsità davanti a Dio è un biglietto da visita piuttosto scadente!
Quando i discepoli rivolsero a Gesù la richiesta “insegnaci a pregare”, egli rispose subito. Sembra fosse stato in attesa di questa domanda. Sapeva che saper pregare è fondamentale per essere suoi veri discepoli. Egli ama il Padre, e vuole ovviamente che i suoi discepoli lo amino come lo ama lui. Il Padre è degno d’essere amato, degno d’essere ascoltato, degno di essere servito. E per l’uomo amare e ascoltare e servire Dio è vita, è pienezza, è gioia, è tutto! Per Gesù pregare significa essere tutto proteso verso di lui per immedesimarsi in lui, essere quasi assorbito dalla sua luce, dalla sua volontà, dal suo amore. È perciò fondamentale che i suoi discepoli preghino, e preghino nel vero senso della parola, cioè nel senso che dà lui alla preghiera: che siano orientati con tutto il proprio essere verso il Padre, per essere trasformati dal suo amore, dal suo calore, dalla sua luce. Sembra che, quando prega, Gesù dimentichi se stesso, non si preoccupi di vedere necessità proprie o degli altri. Quando egli prega si preoccupa di vedere il Padre, di intuirne i desideri, di assumere la sua volontà. Per questo egli dedica alla preghiera tanto tempo, anche di notte, persino giornate intere. Non saremmo capaci di rivolgere a lui quelle domande con cui ogni tanto cerchiamo di giustificare la nostra pigrizia: a che serve pregare? Perché non preghi in casa tua invece che andare in un altro luogo? Invece che perder tempo a pregare, perché non ti occupi di chi soffre? Prova a rivolgere a Gesù queste domande! Forse ti risponderà. Il pregare deve servire per convertirti, per immedesimarti nel Padre, per cambiare i tuoi desideri, per accorgerti dell’incongruenza delle tue volontà, per trovare i motivi e la forza di amare gli uomini, per amare chi soffre in modo disinteressato e veramente gratuito. Il pregare, inteso non come domandare, ma come rivolgersi al Padre per essere assorbiti nel suo amore, è il movimento continuo del cuore che vuole camminare nella via della conversione e della santità!
San Luca racconta che i discepoli chiesero a Gesù di insegnar loro a pregare perché anche Giovanni Battista aveva insegnato ai suoi discepoli. Chissà qual era il motivo vero. Forse erano invidiosi? Forse volevano distinguersi dai discepoli degli altri rabbi dal modo di pregare? In tal caso avrebbero adoperato la preghiera come un segno con cui distinguersi dagli altri gruppi religiosi. Gesù dirà loro alla fine quale dev’essere l’unico segno distintivo dei suoi discepoli, l’amarsi gli uni gli altri come lui li ha amati: per riuscirci è ovvio che anche la loro preghiera dev’essere come la sua, il loro rapporto con Dio dev’essere vissuto intensamente come lo ha vissuto lui. Se Gesù insegna a pregare non lo fa perché i suoi possano vantarsi di essere diversi dagli altri, ma perché imparino ad essere davvero diversi nel donarsi fiducia e obbedienza reciproca, nell’avere gli uni per gli altri quella cordialità e affabilità dalla quale risplende la luce del volto del Padre. Imparare a pregare! I discepoli di Gesù erano ebrei, e pregavano tutti i giorni. Già in famiglia avevano imparato a pregare, e la loro preghiera era seria: pregavano i salmi, le preghiere donate loro dalla Bibbia. Eppure capiscono di dover imparare, capiscono di non essere capaci di avere con Dio quel rapporto che Gesù sta mostrando loro. Gesù risponde alla loro domanda con insolita premura. “Quando pregate, dite”: sembra che egli voglia insegnare le parole da usare nella preghiera, le parole da presentare al Padre per essergli graditi. Ma noi, che sappiamo quanto Gesù vuol essere vero, sappiamo che egli ci suggerisce di pronunciare quelle parole che esprimono il nostro atteggiamento interiore, che manifestano la nostra vita. A lui preme che la nostra vita maturi e cresca in modo da poter stare davvero a tu per tu con Dio! Gesù introduce il suo insegnamento riguardo alla preghiera dicendo: "Quando pregate, dite". Ci soffermiamo su quel "quando". Quand'è che i discepoli di Gesù pregano, quando devono pregare? Ci sono dei tempi speciali per la preghiera? C'è un numero di volte al mese o alla settimana o al giorno in cui è necessario pregare? Sembra che Gesù lasci tutto nel vago, o meglio, che lasci ogni decisione a loro. Certo, se il pregare è amare Dio e desiderare di essere trasformati in lui, la risposta a questi interrogativi dipende dall'amore, dal tipo di amore e dalla quantità di amore che gli riserviamo. Ma Gesù aveva speso qualche parola per dire ai suoi la "necessità di pregare sempre senza stancarsi" e anche per raccomandare "pregate e vegliate in ogni momento" (Lc 21,36). Che significa pregare sempre, e in ogni momento? Bisogna ripetere continuamente delle parole? Bisogna tenere la mente occupata costantemente con Dio? Non si può fare null'altro? Ormai comprendiamo che, se pregare significa essere protesi verso il Padre per essere accolti nel suo essere amore, ciò può avvenire anche durante le occupazioni della giornata, quando la nostra mente è occupata da lavori, impegni, conversazioni. Pregare sempre è avere sempre vivo il desiderio di essere un tutt'uno con Dio per fare la sua volontà, per realizzare i suoi sogni, per contribuire al suo lavoro di rappacificazione e di amore. Se questo desiderio è sempre vivo, non appena la nostra mente si libera dalle occupazioni corre col pensiero a lui, anzi, le occupazioni stesse le svolge in modo da manifestare e realizzare già i suoi desideri e la sua volontà. In tal modo quando parliamo con qualcuno restiamo umili e miti, veri e seri, gioiosi e fiduciosi; quando lavoriamo siamo pazienti e calmi, svelti e sereni, responsabili e attenti; quando mangiamo siamo riconoscenti e sobri, attenti più a chi ci sta vicino che al piatto o al bicchiere; quando viaggiamo non facciamo nostra compagna di viaggio la fretta o la sbadataggine, nè la disubbidienza al codice della strada. Così il nostro Dio riceve buona testimonianza, proprio perché siamo desiderosi d'essere uniti a lui. Il nostro pregare pervade la vita! E non appena possiamo ci soffermiamo a dialogare con lui, ad ascoltarlo, interrogarlo, a rispondere alle sue domande e richieste.
“Quando pregate, dite: Padre”. Chi si è mai sognato di parlare così a Dio? Tutti gli uomini, quelli che non hanno avuto una formazione cristiana, hanno di Dio un’idea come di “qualcuno” talmente diverso da noi, che non possiamo immaginarci di averlo così vicino da potergli parlare con confidenza. Anche gli ebrei, pur sapendo che Dio si occupa del loro popolo per salvarlo, tuttavia non si sono mai permessi di rivolgersi a lui con parole che significhino un rapporto così stretto. Padre, Padre mio! Gesù vuol mettere sulla bocca dei suoi discepoli questo termine che lui stesso usa nella sua preghiera. Essi devono sentirsi figli, cioè dipendenti in tutto da lui. Devono sapere di avere ricevuto da lui la vita e di doverla ricevere continuamente da lui, giorno per giorno, anno per anno. Deve nascere e crescere in loro riconoscenza e dipendenza, obbedienza e fiducia. Se Dio è mio Padre, egli si sente responsabile della mia vita, e perciò tutto quello che egli permette per me è il meglio. Noi ci lamentiamo facilmente di quanto ci succede, e talvolta arriviamo ad accusare Dio di distrazione o di cattiveria: dimentichiamo che egli è amore, che egli è Padre, e che egli può trarre da un apparente male un gran bene per la nostra vita spirituale e per le persone che ci circondano. Dimentichiamo che Dio è capace di vedere più lontano di noi, e quindi che non possiamo presumere di potergli insegnare qualcosa. Dato che Dio è Padre e quindi responsabile della mia vita, io voglio scoprire i suoi progetti per collaborare con lui. Non può esserci significato più bello per la mia vita che contribuire a realizzare l’amore di Dio, e non ci sarà frutto più grande e utile delle mie fatiche che l’essere stato partecipe dell’opera del Padre. Quando comincio la preghiera dicendo “Padre”, il mio sguardo si solleva da tutto ciò che lo rattrista su questa terra. Qui ci sono i frutti del peccato, le sofferenze, i segni della morte, le gioie passeggere che alimentano illusioni e arrabbiature. Iniziando la preghiera esco da questo mondo, o, meglio, apro una finestra che mi fa respirare un’aria fresca, nuova, ristorante, una finestra che allarga il mio orizzonte e mi permette di vedere la luce dell’amore vero e perfetto, e non solo di vederlo, anche di gustarlo e respirarlo nei miei polmoni!
Quando comincio la preghiera dicendo “Padre”, per quanto mi senta solo su questa terra, non lo sono più. Anche Gesù, nel momento in cui sapeva di essere stato abbandonato da quelli che parevano suoi seguaci fedeli e si accorgeva che nemmeno i suoi discepoli lo comprendevano, disse: “Io non sono solo, perché il Padre è con me” (Gv 16,32). Quanto è bella la nostra fede, a differenza delle credenze di altre religioni che ti lasciano davvero solo! Le religioni orientali ti danno la gioia di credere d’essere tu stesso una ‘scintilla’ di Dio, cioè un pezzetto di quella divinità che è tutto ciò che si vede! Dio non sarebbe quindi una persona, cioè un Qualcuno con cui entrare in relazione: ebbene, in tale credenza non ti vien dato modo di parlare con nessuno, di essere ascoltato da nessuno; saresti davvero solo. Le religioni primitive poi ti convincono dell’esistenza di più divinità preposte alle varie fasi della tua vita o ai vari luoghi che frequenti, ma sono capaci solo di farti paura o di soddisfare le tue voglie: con essi non ti senti in comunione, e nemmeno vorresti esserlo. La religione islamica ti fa ritenere che Dio è talmente lontano e talmente diverso, che non puoi pensare di rivolgergli una parola né di riceverla da lui: egli rifiuterebbe il titolo di padre come rifiuta che tu ti ritenga figlio per lui! Dobbiamo essere davvero riconoscenti a Gesù, che ci svela un volto di Dio attento a noi, preoccupato della nostra vita e della nostra gioia, impegnato a donarci segni della sua presenza amorosa accanto a noi. Anzi, ringraziamo Dio perché ci ha dato in Gesù stesso la concretezza del suo amore, la certezza della sua vicinanza. Gesù sostiene e rafforza tutte quelle certezze che ci vengono già dalla rivelazione fatta al popolo ebraico da Abramo a Mosè, da Davide a Elia, da Eliseo a Giovanni Battista! Tutti i racconti del popolo d’Israele e in particolare le sue preghiere, i salmi, sono una miniera di tesori che ci fanno percepire e gustare la presenza di quel Dio che è veramente a contatto con noi perché la sua misericordia è vera e la sua fedeltà concreta. Guidati da Gesù diciamo perciò: Padre! Possiamo trascorrere anche tanto tempo della nostra preghiera dicendo semplicemente: “Padre”! Possiamo pensare che egli godrà di quei sentimenti che sorgeranno nel nostro cuore mentre pronunciamo questa parola con amore e desiderio di comunione.
Quando cominciamo la preghiera dicendo “Padre” siamo costretti a impegnare anzitutto il nostro cuore. Questa parola ci aiuta a metterci in un atteggiamento che è al tempo stesso riconoscenza, umiltà, confidenza, amore, fiducia, piccolezza, fierezza e ancora molto altro. È una Parola che ci cambia, che continua a convertirci, e allo stesso tempo ci fa esprimere questi sentimenti in modo che diventiamo testimoni, se qualcuno ci ascolta o ci vede mentre la pronunciamo. Gesù stesso usava questa parola per iniziare le sue preghiere. Quelle poche volte che gli evangelisti ci riferiscono le parole con cui Gesù pregava, ci dicono che iniziava dicendo appunto “Padre”, anzi, addirittura Padre mio, o papà! Egli non aveva vergogna a lasciar vedere il suo amore tenero nei confronti di Dio e la confidenza, nonché una affettuosa piccolezza. Questo mettersi piccolo, come un bambino, davanti a Dio, lungi dall’essere segno di meschinità o di bigottismo, ci fa sentire Gesù grande, di una grandezza che non ci fa soggezione, anzi, ce lo fa sentire vicino e partecipe dei nostri passi. Noi, che ci riteniamo grandi, facciamo fatica a imparare da lui, a iniziare la nostra preghiera con questo termine “Padre” o “papà”: l’orgoglio e il peccato che si annida dentro il nostro essere ce lo vogliono impedire; temiamo che qualcuno possa vedere la nostra tenerezza e la nostra fiducia. Il nostro pudore sconfina nella superbia e nella vanagloria. Io vi consiglio invece di farlo: quando preghi, anche con i tuoi familiari, non aver paura a formulare una tua preghiera di lode o di adorazione o anche di richiesta, rivolgendola direttamente al “Padre”. La tua preghiera sarà più bella, per te e per gli altri, ma soprattutto per il Padre stesso: sarà occasione di essere testimone della sua vicinanza, testimone del tuo amore per lui. E la preghiera sarà più vera, perché per incontrare il Dio dell’amore essa deve esprimere e manifestare amore! Gesù, insegnandoci a pregare, aggiunge subito alla parola «Padre» l’aggettivo «nostro». Egli non vuole lasciarci nemmeno per un momento l’illusione di essere soli al mondo, né di essere soli davanti a Dio. Egli è il creatore di tutti, perciò al suo cuore sono presenti tutti gli uomini. Come gli sono presenti? Anzitutto come sue creature! “Tu ami tutte le cose esistenti e nulla disprezzi di quanto hai creato” (Sir 11,24): così dice la preghiera di un libro della Bibbia. Dio ama le sue creature, sono opera delle sue mani. Dal momento poi che abbiamo accolto Gesù come Signore, il Padre ci ama persino come suoi figli: “A quanti però l'hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome” (Gv 1,12). Dicendo Padre nostro noi possiamo considerarci perciò come rappresentanti di tutti gli uomini del mondo, oppure possiamo applicare quel nostro alla cerchia più ristretta dei membri battezzati della Chiesa. Nel primo caso la preghiera si rivolge a colui che ha creato tutti gli uomini e noi ci sentiamo fratelli di tutti, impegnati ad amare ogni persona che incontriamo senza chiederle quale religione professi. In questo modo vediamo l’amore del Padre rivolto ad ogni creatura umana. Considerando quel nostro come riferito ai membri della Chiesa vediamo l’amore del Padre per Gesù e per noi, in quanto membra del corpo di Cristo, inviati nel mondo ad essere testimoni del Figlio suo. Per noi è importante sentirci davanti a Dio rappresentanti di tutti gli uomini, anche di quelli che ancora non lo conoscono come Padre, che ancora non sanno di essere amati da lui. È ancor più importante che ci consideriamo figli di Dio in quanto membri della Chiesa: ci sentiamo così impegnati ad annunciare la sua paternità, offrendo a tutti gli uomini il nome di Gesù, il suo Figlio prediletto, perché lo invochino e siano salvati!
"Padre nostro"! Queste parole uniscono il cielo alla terra! Ci fanno alzare lo sguardo senza dimenticare la nostra condizione! Sono parole che influiscono sul nostro cuore e su quello di chi ci ascolta, ma, nello stesso tempo, esse devono produrre un influsso particolare anche sul cuore di Dio. Proviamo ad immaginarlo?: potrebbe esserci di aiuto per sostenere una più solida fiducia in lui e un amore più generoso. Sentendosi chiamare Padre nostro, egli è "costretto" a ricordare tutte le promesse consegnate alla lingua dei profeti e tutte le parole pronunciate da Gesù. Egli deve ricordare tutte le alleanze donate agli uomini da Noè in poi, ad Abramo, a Mosè, a Davide e, soprattutto, quell'alleanza nuova ed eterna stipulata con il sangue versato da Gesù sulla croce. Noi diciamo "Padre nostro", ed egli, con un sussulto di commozione, ricorda che Gesù ci ha assicurato di essere misericordioso, tanto da beneficare allo stesso modo il pio e l'empio, il buono e il malvagio. Egli così è impegnato ad essere come Gesù ha detto, cioè a rivolgere a noi quel suo sguardo cui non sfugge nè il passero nè il fiore sul bordo del campo, ad essere attento al nostro angelo che gli parla bene di noi, a manifestarci i suoi segreti perché anche noi siamo piccoli e umili. Dicendo Padre nostro, inoltre, siamo sollecitati e aiutati ad uscire dai moti dell'egoismo, sempre latenti, sempre vivi in ogni angolo del nostro essere. Siamo aiutati a superare quella gelosia che ha trovato il suo primo spazio nel cuore di Caino e che in esso si è sviluppata fino a giungere alla tragedia. Dato che il Padre è "nostro", ci gloriamo anche di ogni altro suo figlio e siamo contenti di sapere e di vedere che egli lo ama tanto quanto ama noi. Se facciamo venire dal cuore questa parola, "nostro", non troverà più spazio in noi l'invidia: se vedremo che qualcuno sta meglio di noi, saremo contenti perché lo interpreteremo come un segno della benevolenza del Padre verso un fratello della nostra famiglia. Dicendo "nostro", al nostro sguardo si allarga l'orizzonte: scruteremo lontano e ci accorgeremo della situazione di altri popoli e di altre genti, in modo da non considerarli estranei e da sentire il peso delle loro sofferenze.
“Padre nostro”! Abbiamo ricordato che la parola “nostro” ci richiama anche il fatto che siamo figli di Dio in quanto battezzati, perché membra del Corpo dell’unigenito Figlio di Dio, appartenenti alla Chiesa di Gesù Cristo. Questa preghiera infatti ci viene consegnata dalla Chiesa al momento del battesimo e noi la preghiamo in comunione con tutta la comunità cristiana. Dicendo “Padre nostro” ci uniamo a tutti i credenti in Gesù, per riproporci di vivere la stessa missione di manifestare il volto di Dio, di realizzare il suo Regno, di continuare ciò che egli ha iniziato. Dio ci ama in modo particolare perché abbiamo accolto il Figlio suo, sua Parola, e sa di poter contare su di noi: sa che può chiederci di faticare con Gesù, e anche di soffrire e morire con lui. Noi, infatti, facendoci battezzare ci siamo immersi nella sua morte e non cerchiamo quindi da Dio particolari privilegi, nè situazioni di benessere e di comodità in questo mondo, anzi, siamo disponibili a seminare gesti e segni del suo amore anche quando questo ci costa sofferenza. Possiamo pensare a quei nostri fratelli che devono affrontare ingiustizie da parte dei loro stessi parenti o colleghi di lavoro, oppure per le leggi statali, o a causa della violenza di concittadini seguaci di altre religioni. Sono varie le situazioni in cui i cristiani soffrono in quanto credenti, e molti di essi soffrono senza lamentarsi, sapendo che la loro pazienza è testimonianza del Regno di Dio e di Gesù Cristo. Essi partecipano alla croce del Signore sotto lo sguardo del Padre, e patiscono a nome di tutti i loro fratelli. Noi siamo loro riconoscenti e, conoscendo la loro passione, riceviamo forza per resistere a nostra volta alle pressioni del mondo e alle tentazioni del maligno. Non ci lamentiamo, piuttosto ci prepariamo ad offrire il nostro sforzo come preghiera che dà valore e consistenza alle parole che stiamo recitando senza fatica. Tutti insieme, come Corpo di Cristo, noi abbiamo un Padre, e siamo particolarmente lieti di poterci comunicare gli uni gli altri le esperienze che facciamo della paternità di un Dio così vicino, così attento, così previdente e provvidente.
“Padre nostro che sei nei cieli”: siamo già abituati a questa espressione, tanto che sembra non produrre nulla di nuovo dentro di noi. Pensando ai cieli, a cosa pensi? Pensi all’azzurro di un cielo soleggiato, o al grigiore delle nuvole, o al buio luminoso di un cielo stellato? Che Dio sia proprio lassù? I bambini fanno tante domande… e noi cosa rispondiamo alle nostre? A che cosa vuol farci pensare il linguaggio biblico usato da Gesù? Il cielo è certamente quanto di più irraggiungibile e nascosto possa esserci. Dio infatti nessuno l’ha mai visto né lo può vedere. Il cielo è quanto non può esser visto né toccato né raggiunto dalle capacità dell’uomo, per quanto potenti queste siano. Il Padre, che ci ama, ci osserva e ci custodisce, da noi non può essere raggiunto: noi non lo possiamo controllare, non lo possiamo comandare, non lo possiamo influenzare. Proprio per questo il suo amore per noi è bello e meraviglioso, perché non ha la sua origine in noi, ma nel suo cuore. E se noi siamo peccatori? E se ci scopriamo al di fuori dei suoi desideri e incapaci di eseguire la sua volontà? Dato che il suo amore ha origine nel suo cuore e non nel nostro comportamento, non possiamo mai disperare. Può succedere che qualche persona si trovi in situazioni così ingarbugliate, anche a causa dei propri peccati e disordini, che non può fare a meno di disperarsi. Ebbene, sapendo che l’amore del Padre è sempre vivo e fedele, benché la sua situazione non possa essere rifatta e i suoi problemi risolti, egli può confidare ancora e vivere nella speranza. Il nostro Padre è nei cieli: è nascosto, noi non lo vediamo, benché egli ci veda continuamente e segua con interesse il nostro cammino. Se il Padre è nascosto, è nascosto anche il suo amore. Viviamo molte vicende che a noi sembrano prive dell’amore di Dio: non è così, semplicemente il suo amore è nascosto. Se ci ricordiamo della vicenda di Giuseppe, il figlio di Giacobbe, venduto dai suoi fratelli, oppure la storia di Daniele e di molti altri personaggi biblici, vediamo che dentro le angosciose vicende da loro vissute era operante davvero l’amore del Padre, un amore più grande e più previdente di quello che noi tutti insieme possiamo esser capaci di immaginare. Ciascuno di noi può verificare anche nella propria storia come l’amore del Padre si sia nascosto in qualche vicenda difficile e dolorosa.
“Che sei nei cieli”: Il nostro Padre è nei cieli: nei cieli non regna il male, non vi penetra, non riesce a rimanervi. Dai cieli infatti è stato scacciato Lucifero con i suoi seguaci. Questi è venuto sulla terra a combinare i suoi guai, a sedurre gli uomini, a cercare di attirarli nel suo odio contro Dio e nella sua volontà di dominare fino a privare della pace e della vita coloro che si alleano con lui e coloro che si allontanano dal Padre. Nei “cieli” regna solo il Padre con il suo amore e la sua volontà di vita, di pace, di comunione. Dicendo che il Padre è nei cieli affermiamo anche la sua distinzione dal creato e dalle creature. È importante, proprio ai nostri tempi, avere chiarezza su questo punto: ne ho già accennato, ma penso sia utile ripeterlo. Si sta diffondendo infatti, creando gravi squilibri nello spirito di chi vi aderisce, il modo di pensare tipico delle religioni orientali. Queste, che non godono della rivelazione di un Dio personale, ritengono che il creato stesso sia divino. Per quelle credenze Dio non sarebbe che il substrato di tutto quel che si vede e si tocca. Tutta la terra e tutto ciò che è sulla terra sarebbe divino. Ogni cosa sarebbe una parte di Dio! Anche l’uomo sarebbe divino, benché la sua divinità sia nascosta. Egli deve trovare i modi per manifestarla attraverso la conoscenza, la forza, i poteri della mente, gli esercizi del corpo e della psiche. Noi intuiamo che un tal modo di pensare ci inganna, ma non tutti sono pronti a individuarne la menzogna. Benché apparentemente innocua e affascinante, questa credenza getterebbe l’uomo in una profonda solitudine, impedendogli di entrare in comunione con gli altri e soprattutto con un Dio che ci ama, ci parla e ci ascolta e ci perdona. Dicendo quindi “che sei nei cieli”, noi affermiamo la certezza che viene dalla nostra fede, che Dio è Qualcuno, diverso da noi, diverso dal creato, superiore a tutto e a tutti. La superiorità di Dio non ci permette di dubitare di lui, semmai dubitiamo di noi, della nostra intelligenza, del nostro sentire, del nostro pensare. Se dubitassimo di Dio e del suo amore di Padre, saremmo in balia delle nostre incertezze, ognuno delle proprie, lontani dalla verità, ingannati dalla propria piccolezza e fragilità. Diciamo con gioia quindi: “Padre nostro, che sei nei cieli”, siamo sicuri di te, di te siamo fieri!
“Che sei nei cieli”: San Paolo scrive che noi siamo “seduti nei cieli”. Noi quindi guardiamo i cieli non come un territorio estraneo, ma come ad un Traguardo che ci appartiene già. In essi è già presente infatti Gesù, il Capo del Corpo di cui noi siamo le membra, la Chiesa. Dicendo “che sei nei cieli” affermiamo che là il Padre ci sta aspettando, là ci apre le sue braccia per accoglierci quando saremo uniti per sempre al Figlio suo. Quei cieli sono stati aperti sopra Gesù nel Giordano, sono rimasti aperti fin quando egli vi è tornato, sono ancora aperti per accogliere coloro che muoiono in lui. In quei cieli Gesù stesso ha visto Abramo con il povero Lazzaro, luogo di consolazione e di gioia eterna per coloro che, soffrendo sulla terra, sono rimasti fedeli a Dio. Nei cieli il martire Stefano ha contemplato il Figlio dell’uomo in piedi alla destra del Padre, e nei cieli Giovanni ha visto un segno grandioso, la donna vestita di sole con la luna sotto i piedi e una corona di dodici stelle! Ancora Giovanni vide scendere dai cieli la città santa, risplendente della gloria di Dio. Dio non è nei cieli per vivere una sua solitudine o una distanza da noi e da tutta l’umanità, anzi, sembra che per lui essere nei cieli significhi l’occasione di poterci abbracciare tutti. Dai cieli il Padre si china, dice un salmo, per vedere se sulla terra c’è un uomo che cerchi Dio! Noi non lo vediamo, ma egli ci segue con il suo sguardo attento e desidera incrociare il nostro perché noi ci accorgiamo del suo amore. Se egli è nei cieli, non è però distante, perché, dicono ancora le preghiere bibliche, egli ha fatto della terra lo sgabello per i suoi piedi! Il «luogo» dove Dio si nasconde avvolge quindi la terra. Su di essa noi ci muoviamo, e dovremmo muoverci con cautela, con attenzione, con spirito di adorazione, perché ovunque siamo possiamo calpestare il luogo su cui Dio poggia il suo «piede». Ogni angolo della terra quindi è per noi luogo di venerazione e adorazione. Cieli e terra davvero s’incontrano e si abbracciano, grazie alla presenza del «piede» di Dio. È un modo di dire, ovviamente, ma ci aiuta a comprendere che il timor di Dio ci deve possedere sempre e ovunque. Non ci sono luoghi sacri e luoghi profani, dal momento che Dio nostro Padre è nei cieli adoperando la terra come sgabello dei suoi piedi!
“Sia santificato il tuo nome”. Proseguendo la preghiera continuiamo a fissare il nostro sguardo sul Padre per incontrare il suo, ne coglieremo i desideri più profondi. A Gesù infatti preme tanto questo, più ancora che siamo capaci di pensare alle nostre necessità. Egli sa che l’osservare le nostre preoccupazioni non ci giova, non ci cambia, non ci migliora. Guardiamo cosa preme al nostro Padre, facciamo nostri i suoi pensieri, e gli assomiglieremo! Leggendo le Scritture scopriamo che uno dei desideri più forti di Dio è la santificazione del suo nome. Non è un desiderio egoistico di Dio, anzi, è il modo con cui egli vuole beneficarci in profondità. Infatti, ascoltando il profeta Ezechiele, veniamo a sapere che Dio, per santificare il suo nome, raduna i suoi figli, li purifica e dona loro un cuore nuovo, uno spirito nuovo! La santificazione del nome di Dio è un’espressione che riassume una serie di benefici a nostro favore. Dio si fa conoscere a tutto il mondo e si fa ammirare da tutti attraverso quanto riesce a compiere con noi e per noi. Egli soffriva al vedere il suo popolo disperso tra molti popoli, dopo la deportazione a Babilonia; oggi vede noi angosciati per la solitudine e ci vede più che mai deboli nelle tentazioni con cui il mondo ci seduce e ci inganna. Egli sa che il nostro cuore si è lasciato corrompere da molti idoli del mondo contemporaneo e perciò ci vede estremamente bisognosi di purificazione: l’idolatria del benessere, del piacere e dei presunti diritti ci fa perdere di vista il valore della croce e ci impedisce di guardare il Padre come un vero papà. Egli stesso troverà i modi di togliere dal nostro cuore la menzogna dei falsi dei. Adopererà il rimprovero? Dovrà ricorrere a farci sperimentare il dolore e la sofferenza della malattia, del lutto, della persecuzione? Il suo amore per noi arriverà con l’attenzione del medico che, pur di guarire, porge medicine amare, o del chirurgo che amputa un membro pur di salvare la vita al paziente? Il nostro Padre poi vuole renderci partecipi della sua vita donandoci il suo santo Spirito: ci raduna e ci purifica per averci come suoi figli, per godere la nostra vicinanza e perché la nostra vita diventi piena e perfetta, piena del suo stesso amore e perfetta della sua misericordia.
“Sia santificato il tuo nome”. Pronunciando queste parole ci viene da chiederci cosa significhi "santificare" e quale sia il "nome" di Dio, del nostro Padre. Col termine santificare s'intende il destinare a Dio, il solo santo, una cosa o una persona. "Io santifico me stesso" aveva detto Gesù nella sua preghiera durante l'ultima Cena. Egli voleva offrirsi del tutto al Padre, con un'obbedienza senza limiti. Il "nome" del Padre quale potrà essere? Sappiamo che il sommo sacerdote del tempio di Gerusalemme pronunciava il nome di Dio mentre nessun uomo lo udiva, nel segreto del Santo dei Santi e soltanto una volta all'anno. Quel è il nome di Dio? Di per sé il "nome" è una parola con cui identifichiamo qualcosa o qualcuno. Può il nostro Dio e Padre essere identificato semplicemente con una parola umana pronunciata dalla nostra bocca? Dio ha pensato di farsi conoscere da noi non tramite delle parole, ma tramite la persona di Gesù. Questi ha vissuto la pienezza dell'amore divino, la pienezza della misericordia e del perdono, e perciò Dio si fa conoscere attraverso di lui, tant'è vero che San Paolo lo chiama sempre "Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo". Il vero nome del Padre perciò è il volto di Gesù: è attraverso di lui, il Figlio, che conosciamo il Padre e lo possiamo incontrare. Dicendo "Sia santificato il tuo nome" perciò noi esprimiamo il desiderio che Gesù sia da tutti riconosciuto come colui che ci indica il vero volto di Dio, secondo la sua stessa rivelazione: "Chi vede me vede il Padre". Con questa preghiera ci uniamo quindi al desiderio che Gesù stesso ha espresso in pubblico dopo aver annunciato la propria morte: "Per questo sono giunto a quest'ora! Padre, glorifica il tuo Nome" (Gv 12,27-28). Il Padre esaudirà questa preghiera e glorificherà il suo Nome offrendo il Figlio per la salvezza degli uomini. Quando noi diciamo "Sia santificato il tuo nome" ci uniamo a questo desiderio di Gesù!
"Venga il tuo Regno". Nei disegni di Dio non è mai stata considerata la possibilità che un uomo possa farsi considerare re sopra gli altri uomini. Egli ha creato gli uomini capaci di amare, capaci di essere fratelli l'uno per l'altro. Il peccato ha sconvolto le intenzioni di Dio: la vicenda di Caino e Abele ne è la dimostrazione e quanto è avvenuto durante la costruzione della torre di Babele ne è il frutto. Dio avrebbe voluto risparmiare almeno al suo popolo le ingiustizie, le sofferenze derivanti dalle discordie generate dall'invidia e dal conseguente dominio dell'uomo sull'uomo. Quando gli israeliti chiesero a Samuele di poter avere un re come gli altri popoli, il profeta li mise in guardia: il loro desiderio aveva origine dall'ambizione umana, non dal cuore di Dio. L'uomo, qualsiasi uomo, benché scelto per essere re, non è immune dall'egoismo, dall'avidità, dall'ambizione, dalla sete di gloria e di potere; avere un re sarebbe stato fonte di molte e prolungate sofferenze per tutti. Gli israeliti se ne dovettero rendere conto ben presto. Ora noi abbiamo sperimentato e sperimentiamo le conseguenze dell'aver consegnato agli uomini il potere sul popolo o sui popoli. La storia del mondo intero è la narrazione delle sofferenze causate dalla volontà di dominio dell'uno sull'altro, è storia di guerre tra regni umani.
Quando Gesù ci ha insegnato a pregare ha inserito nella preghiera il desiderio profondo, e spesso inconscio, di tutti noi. Dobbiamo ritornare all'intenzione originaria del Padre, quella che ci vede fratelli, e soltanto fratelli, gli uni degli altri. Ciò sarà possibile soltanto se gli uomini potenti rinunciano ad esercitare il potere sugli altri e gli uomini deboli a demandare la propria responsabilità ad un altro uomo, per ubbidire nella libertà soltanto a Dio. Gesù ci mette nel cuore il desiderio che sia Dio a regnare. "Venga il tuo regno". Siamo davvero stanchi di considerarci sudditi di persone che sfruttano, che non sanno fare altro che accontentare l'avidità di denaro dei ricchi, non cercano altro che arricchire se stessi ignorando i comandi di Dio. "Venga il tuo regno". Dicendo così affermiamo che Dio solo è degno di essere ubbidito, Dio solo può comandare, perché solo il suo comando non si distingue dall'amore.
“Venga il tuo regno”. Noi ci illudiamo facilmente. Quando sono in ballo votazioni ed elezioni di uomini che ci governino, noi ci illudiamo. Ogni volta preghiamo per coloro che votano e per coloro che vengono eletti: la preghiera vera però è sempre questa: “Venga il tuo regno”. Gli uomini al governo, anche in clima di democrazia, sono tentati di ignorare i comandamenti di Dio, o di interpretarli in modo da sentirsi padroni assoluti del mondo e delle sue leggi. Non ci meravigliamo di questo perché conosciamo le debolezze dell’uomo, ma non lo possiamo nè approvare nè accettare. Non ci illudiamo perciò per il cambiamento di un parlamento o di un governo: cambiano i nomi, ma non cambia il cuore di chi starà sulla sedia del comando. Egli sarà tentato di eludere i comandi di Dio Padre. Egli ce li ha dati per il nostro bene, per favorire una vera convivenza anche a lunga durata: Dio infatti vede le conseguenze del male a lungo termine, quelle conseguenze che noi non vogliamo o non siamo capaci di vedere. Egli ce le vorrebbe risparmiare, ma gli uomini che comandano vorrebbero prendere il suo posto, e lo prendono. Noi continuiamo perciò a pregare: “Venga il tuo regno”. È come dicessimo: «Padre, vogliamo ubbidire a te, vogliamo che ci comandi tu. Sappiamo che tu ci ami e che di amore sono intrisi tutti i tuoi comandi. Ubbidire a te è salute, è pace, è serenità, è benessere e gioia». Ogni regno comincia quando si presenta il re. Chi è il re del regno del Padre? Non può essere che il Figlio suo. Per questo Gesù diceva all’inizio della sua predicazione: “Il regno dei cieli è vicino”! Quando si avvicina Gesù, si avvicina il regno del Padre, quel regno dove noi siamo fratelli gli uni degli altri, dove cioè siamo amati da tutti e possiamo donare amore a tutti. Dicendo “Venga il tuo regno” è come dicessimo a Gesù che lo aspettiamo, che lo vogliamo, che siamo contenti della sua presenza. Egli è venuto addirittura dalla stirpe di David, stirpe regale! Perché il suo popolo lo potesse accogliere come vero re umano, Dio lo ha mandato come Figlio di Davide. Proprio come vero re Gesù ha voluto essere riconosciuto: com’era diritto di un re terreno ha voluto il puledro su cui nessuno era ancora salito, ma come re mandato da Dio ha voluto che il puledro fosse d’asina, l’animale dei servi, che porta chi compie un lavoro, chi compie la fatica di un servizio utile agli altri.
“Venga il tuo regno”. Quando preghiamo così diciamo al Padre che desideriamo Gesù, l’uomo che egli ha mandato nel mondo e a cui ha consegnato ogni potere, ogni potere d’amore! Gesù è già venuto, ha già iniziato a regnare nel mondo, e molti lo hanno accolto come re. Chi lo accoglie come re può solo accoglierlo come proprio re e non re degli altri! Gesù stesso cercò di far comprendere questa verità persino a Pilato, mentre questi rifletteva sul titolo regale per cui Gesù veniva accusato dai Giudei. Gli disse: “Lo dici da te o altri ti hanno parlato di me?”. Il Regno del Padre è là dove Gesù viene ubbidito: è quindi tra i discepoli, è la Chiesa. Dobbiamo anche notare che ci sono persone estranee alla Chiesa che ubbidiscono a Gesù e, purtroppo, persone che fanno parte della Chiesa che gli disobbidiscono e sono di scandalo a molti. Non possiamo perciò affermare che il regno del Padre coincide con la Chiesa. Vorremmo tuttavia poter dire che la Chiesa è regno di Dio, e che ne è l’espressione visibile più sicura. Anche per questo noi ci impegniamo a vivere uniti a Gesù, perché la Chiesa di cui siamo membra sia davvero regno di Dio! Gesù aveva pure promesso ai suoi discepoli che avrebbe preparato per loro dodici troni, perché essi potessero regnare con lui. Regnare con lui è certamente possibile, ma passando attraverso la croce: ai due fratelli che chiedevano di poter sedere alla sua destra e alla sua sinistra nel suo regno, Gesù chiese anzitutto se potevano bere al suo calice! Per questo anche San Paolo scrisse: “Se con lui perseveriamo, con lui anche regneremo” (2Tim 2,12)! Dicendo “Venga il tuo Regno” noi ci disponiamo dunque a percorrere con Gesù la via del calvario, a portare con lui la croce, a offrire noi stessi al Padre come membra del corpo di Cristo. La perfezione del Regno del Padre e il suo avvento completo lo vedremo alla fine, quando saremo riuniti con lui nella gloria. Allora acclameremo con tutti i testimoni e con tutti i redenti: «Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo, poiché è stato precipitato l'accusatore dei nostri fratelli, colui che li accusava davanti al nostro Dio giorno e notte”. Il regno sarà pienamente realizzato quando l’avversario sarà reso impotente e non potrà più accusare nessuno, perché tutti ci saremo affidati e aggrappati al Salvatore unico del mondo!
“Venga il tuo regno”. Con queste parole riviviamo la gioia di Gesù che annunciava con sicurezza: “Il regno di Dio è vicino”. Gesù sapeva di essere lui il Re del regno: lo sapeva anche sua madre, Maria, perché glielo aveva rivelato l’angelo. Gesù lo sapeva anche grazie ai molti salmi che attribuiscono questo titolo direttamente a Dio, ma anche al suo inviato, generato “oggi” quale Figlio cui vengono assegnate “in dominio le terre più lontane” (Sal 2). Egli è un re cui tutti servono con gioia: “Servite il Signore nella gioia, presentatevi a lui con esultanza” (Sal 100). Nessuna paura, nessun timore davanti alla regalità di Dio, e nemmeno quindi alla regalità del Figlio. Egli è un re buono, un re che ama il diritto e la giustizia, un re invidiabile! Ubbidire a lui è meglio che fare la propria volontà. Ubbidire a lui significa garantirsi un futuro sicuro, l’armonia con tutti, la pace tra popoli diversi. Il suo regno non ha confini, non è limitato dalle culture o dalle lingue, nemmeno dalla geografia o dalle distanze. Il suo regno attraversa tutti i regni umani. Anche San Paolo, giunto a Efeso, nella sinagoga cercava “di persuadere gli ascoltatori di ciò che riguarda il regno di Dio”. Questo modo di definire la presenza dell’amore del Padre tra gli uomini è un modo compreso da tutte le culture in tutto il mondo. In tutto il mondo infatti è compresa la lingua dell’amore, vera “nuova” lingua data dallo Spirito Santo ai credenti in Gesù. È perché è già in atto questo regno, infatti, che molte persone raggiungono altri popoli per soccorrere i loro infermi, per aiutarli nella ricerca del cibo e dell’acqua, per difenderli dai soprusi delle società multinazionali. È grazie a questo Regno, già instaurato da duemila anni, che dai nostri portafogli possono staccarsi in molti modi degli aiuti per i popoli poveri del mondo o per quelli colpiti da calamità naturali, terremoti o alluvioni, cicloni o disastri ambientali, o per quelli che i regni degli uomini hanno impoverito e danneggiato materialmente e psicologicamente. Continuiamo a pregare: Venga il tuo Regno, offrendo la nostra disponibilità generosa a collaborare perché l’amore del Padre raggiunga ogni persona dimenticata del nostro pianeta.
“Sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra”. Come è bella la volontà del Padre! Egli, che conosce soltanto l’amore, vuole solo il bene e il meglio del bene per tutte le sue creature. Egli sa pensare solo il bene. Noi perciò, già chiamandolo Padre, ci affidiamo con serenità e fiducia, con gioia e pace, alla sua volontà. Nella preghiera esprimiamo il forte o incrollabile desiderio che la sua volontà prevalga sulla nostra. Anche noi abbiamo una volontà, ma sappiamo in partenza che essa è condizionata tantissimo dall’egoismo nostro e da quello delle persone che amiamo. La nostra volontà prende le mosse dai nostri desideri materiali, che spesso sono l’inizio di ambizioni, di concupiscenze della carne, di ricerca del potere, che portano ai vizi e al peccato. Il Padre vuole certamente difenderci da questi pericoli, oppure liberarcene, se vi fossimo già caduti o fossimo già ad essi orientati. Per questo spesso noi troviamo una discrepanza tra la nostra volontà e quella che man mano Dio ci manifesta. Diciamo perciò con sempre maggior convinzione e sicurezza: “Sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra”. Gesù ci ha insegnato non solo con le parole, ma anche con l’esempio, come sia importante accogliere la volontà del Padre, quando, nell’orto degli ulivi in preda all’angoscia mortale, disse: “Padre, non la mia, ma la tua volontà si faccia”. Egli non era nè affetto da egoismo né caduto nel peccato, ma ciò nonostante ha sentito la fatica ad accogliere la volontà del Padre, quella volontà che avrebbe portato lui alla gloria e il mondo alla salvezza: su di lui pesavano le conseguenze del peccato di tutti gli uomini, con cui volle essere solidale. Anche noi facciamo grande fatica ad accogliere la volontà del Padre non solo a causa delle nostre inclinazioni egoistiche, ma anche perché su di noi pesa l’influsso del peccato che ci ha preceduto e ci circonda, oltre che quello delle nostre personali disobbedienze. Continuiamo comunque, con fede, a dire: “Sia fatta la tua volontà”, per unirci a Gesù nel suo amore perfetto al Padre, e per essere da lui salvati dal contribuire alla distanza dell’umanità dai progetti di Dio.
“Sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra”.Gesù ha detto ai suoi che li chiama amici, perché manifesta loro quanto egli ha udito dal Padre! I disegni e la volontà di Dio quindi non sono qualcosa di misterioso, di impossibile da conoscere, anzi, dato che egli è nostro Padre e noi siamo suoi figli abbiamo la gioia di poterne ricevere la rivelazione. La preghiera che oggi esaminiamo è infatti desiderio di conoscere le intenzioni del Padre: desideriamo conoscerle perché vogliamo impegnarci con tutte le nostre possibilità, la nostra fatica e la nostra fantasia per la loro realizzazione. Vogliamo fare nostra la volontà del nostro Padre, e fare nostri anche i modi di concretizzarne i disegni. Come facciamo a conoscere ciò che vuole il nostro Dio? Gran parte dei suoi desideri sono già da noi conosciuti tramite le Sacre Scritture, che ci riportano i suoi comandamenti. Altri segni della volontà di Dio li riceviamo dai suoi "apostoli", i vescovi, che sono stati mandati da Gesù che disse: "Chi ascolta voi ascolta me". E poi le circostanze della vita di giorno in giorno ci mettono nella condizione di dover operare delle scelte: queste le prendiamo sulla base di principi che ci siamo abituati a coltivare e radicare in noi con umiltà e serenità. Gran parte delle scelte quotidiane sono conseguenza di altre scelte principali, quali quelle dello stato di vita, del lavoro, degli altri impegni comunitari civili o ecclesiali. Chi ha scelto il matrimonio dovrà sempre tener presente il suo legame d'amore, per salvarlo da tentazioni, accrescerlo e approfondirlo. Di fronte a proposte degli amici e colleghi o di altre persone terrà sempre presenti le necessità e i desideri del proprio coniuge per dare priorità a lui o a lei. Chi si fosse impegnato in un'associazione o in un gruppo di volontariato sa che volontà di Dio è essere fedele agli impegni assunti in essi. L'amore infatti è fedele, come pure misericordioso, benevolo e umile. Le qualità dell'amore di Dio sono altrettante indicazioni di come Dio vuole che noi realizziamo i singoli atti di ubbidienza a lui.
Sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra”. Con questa frase della nostra preghiera Gesù ci fa ancora alzare gli occhi, o meglio, prevede che noi teniamo il nostro sguardo sempre fisso al di là e al di sopra della terra. Come realizzare la volontà del Padre? Noi siamo qui in terra, ma i nostri desideri devono essere radicati in cielo. In cielo l’amore del Padre non trova impedimenti, perché gli abitanti del cielo sono tutti liberi di amare, liberi dal forte freno dell’egoismo, da ogni orgoglio, da ogni tentazione menzognera. Gli abitanti del cielo realizzano la volontà del Padre con determinazione, con prontezza, con gioia, con lo stesso amore con cui Dio progetta i suoi voleri. La nostra terra deve diventare un prolungamento del cielo, e noi ci dichiariamo disponibili a far sì che ciò avvenga. Osserviamo perciò, per quanto ci è concesso, il modo di fare degli angeli e di quei nostri fratelli che già abitano il cielo e lo trasformano nella città di Dio. Essi non mettono davanti alle proposte del Padre altre opinioni, altri ragionamenti, non mettono davanti a lui i propri punti di vista. Essi sanno che la volontà del Padre è l’amore più grande, più bello e più potente, che rende degno di lui chiunque lo realizzi. Angeli e santi diventano nostri maestri! Sia fatta la tua volontà! Terremo sempre vivo il desiderio di compiere, e prima ancora di conoscere, la volontà del Padre. Sappiamo che egli non ci vuole costringere a fare qualcosa, perché i suoi figli li vuole liberi. Come un vero papà egli ci tiene che i figli diventino uomini, maturi, capaci di scelte responsabili: per questo non ci costringe, e rispetta la nostra libertà anche a rischio che ci facciamo del male. Saremo noi a dirgli con insistenza: fammi conoscere i tuoi desideri, o Padre, perché vogliamo collaborare con te per trasformare il mondo in un luogo d’amore. Continueremo a dirgli perciò col salmista: “Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri. Guidami nella tua verità e istruiscimi, perché sei tu il Dio della mia salvezza, in te ho sempre sperato”. (Sal 25,4)
“Dacci oggi il nostro pane quotidiano”. Una volta pensavo: finalmente Gesù ci fa chiedere qualcosa per noi. Si, il nostro orientamento istintivo è pensare che la preghiera sia chiedere, far presenti a Dio le nostre necessità e le nostre sofferenze, come se egli non sapesse, non vedesse e non ci amasse abbastanza. Siamo sempre un pochino pagani, dimentichiamo con facilità che il nostro Dio è nostro Padre, e perciò ci preoccupiamo. Ora Gesù vuole insegnarci anche a presentare le nostre richieste a Dio. Egli stesso aveva detto ai discepoli: “Chiedete e otterrete, bussate e vi sarà aperto” e ha persino raccontato delle parabole per farci conoscere la disponibilità del Padre ad ascoltarci e anche ad esaudirci, come un papà risponde alle richieste dei suoi bambini. Egli vuole che maturiamo una confidenza semplice e vera verso il Padre, una confidenza filiale. Per questo ci insegna a chiedere. Anzitutto egli formula la domanda al plurale, in modo da non lasciarci alcun dubbio: noi non viviamo ciascuno per sè, ma siamo membri di una famiglia. In questa famiglia siamo tutti solidali, partecipi gli uni delle gioie e delle necessità degli altri, in essa siamo fratelli. Se nella famiglia uno è affamato tutti si preoccupano, tutti soffrono quella fame, e se uno ha del cibo, questo serve per tutti. Gesù aveva dato un esempio con la distribuzione dei cinque pani e dei due pesci. Se chiediamo al Padre qualcosa lo chiediamo per tutta la famiglia umana. E se vogliamo chiedere al Padre qualcosa chiediamo soltanto ciò che ci serve veramente: perciò chiediamo “oggi” e il “quotidiano”, cioè il necessario per la giornata, non per accumulare, tanto meno per arricchire. E domani? Domani il Padre sarà ancora Padre, chiederemo ancora sia per noi che per i nostri fratelli. Ma le parole di questa preghiera ci pongono un bel po’ di domande. Chi sono quel “noi” cui dev’esser dato il pane? E con il termine pane, che cosa si intende? Proprio il pane da mangiare o anche qualcos’altro? E quell’oggi è proprio oggi, il momento in cui viviamo adesso?
“Dacci oggi il nostro pane quotidiano”. Una “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”. Dà a noi il pane di noi: quel noi lo possiamo pensare in due modi. Ci è facile pensare a tutti gli uomini, a tutti i popoli. Ci facciamo così interpreti di tutto il mondo, anche di quei popoli che soffrono costantemente la fame e sudano e faticano per sopravvivere, e spesso non riescono nemmeno a sopravvivere. In tal caso la nostra preghiera diventa estremamente impegnativa. Se chiediamo a Dio nostro Padre il pane per chi muore di fame e noi ne abbiamo in sovrappiù, non possiamo non sentirci seriamente responsabili di quella fame. Sapendo poi che il benessere di noi occidentali viene dal fatto che gran parte di ciò che noi consumiamo è prodotto dai popoli poveri e pagato con salari da fame, sentiremo sempre il loro grido che implora giustizia: il nostro Padre ci manda notizia della sofferenza di quelle nazioni e messaggeri di iniziative a loro favore. Non potremo ignorarle. La nostra preghiera sarà ipocrisia e autocondanna se non restituiamo quanto stiamo continuamente rubando con le mani e con le armi delle società multinazionali, che anche noi sosteniamo depositando denaro nelle banche. La nostra preghiera ci impegna ad essere attenti ad ogni iniziativa che sostiene i poveri del mondo e a sostenerle in maniera generosa. Quando penso a quanto si spende per cose inutili e futili, e persino dannose, non solo come fumo e droga, ma anche come rotocalchi e riviste, mi vergogno al vedere come sono misere le collette in denaro raccolte per i popoli che soffrono la fame. Non possiamo delegare gli stati a provvedervi: questi promettono, ma poi non fanno. Quando preghiamo dicendo “dacci oggi…” pensiamo a chi non ha pane e pensiamo al nostro conto in banca: Dio ci vuol dare decisioni di generosità perché collaboriamo con la sua paternità verso tutti.
“Dacci oggi il nostro pane quotidiano”. Il “noi” e il “nostro” lo possiamo pensare anche in maniera un po’ più ristretta: chi prega questa preghiera sono i cristiani, i battezzati. Nessun altro si sogna di chiamare Dio col nome di Padre e di chiedergli il pane per gli altri. Qui noi cristiani, noi battezzati, chiediamo per noi il “pane”. A qualcuno sembra egoistico questo modo di pregare. Può Gesù averci insegnato a pensare solo a noi stessi? Pensiamo forse solo per noi? Ci preoccupiamo solo dei cristiani? Se fosse così daremmo ragione a chi si scandalizza. Ma basta guardare la storia e la geografia per accorgerci subito che i cristiani sono quelli che si preoccupano di tutti in ogni angolo della terra, persino dove sarebbe loro impedito. Chi conosce le iniziative di Madre Teresa di Calcutta e di tantissimi altri cristiani, chi sbircia nelle scuole e negli ospedali del Medio Oriente o dell’Africa, vede che la maggioranza di coloro che ne usufruiscono non sono cristiani. Piuttosto, se pensiamo quel “noi” come “noi cristiani”, - ed è legittimo pensarlo - ci chiediamo qual è il pane di cui noi cristiani abbiamo bisogno. Qual è il pane che chiediamo al nostro Padre? È solo il pane che mangiamo a pranzo? Noi cristiani abbiamo bisogno di un pane speciale, che alimenti la nostra fraternità, che alimenti il nostro amore per tutto il mondo, che ci faccia crescere nell’unità e nella santità. Il pane di cui noi cristiani abbiamo bisogno è un pane nuovo e vivo, che non alimenti tanto il nostro corpo quanto il nostro spirito. Il pane che Gesù ci fa chiedere al Padre è quello di cui la Chiesa ha quotidiana necessità per essere l’edificio di Dio, capace di accogliere tutti gli uomini per dar loro perdono e pace, comunione e gioia. Il pane di cui ogni cristiano e tutta la Chiesa ha bisogno è il Corpo di Cristo, di cui ogni giorno ci nutriamo. Questo pane ci unisce anzitutto tra noi battezzati, ma poi ci fa essere aperti a donare a tutti, anche a chi non è cristiano e persino a chi ci odia, i segni e i doni dell’amore di Dio.
“Dacci oggi il nostro pane quotidiano”. Il pane di cui la Chiesa ha bisogno è il Corpo di Cristo, e noi ce ne nutriamo perché sia stabile in noi la presenza dello Spirito Santo. Così preghiamo durante l’Eucaristia. Prima della consacrazione del pane e del vino infatti invochiamo su di essi lo Spirito Santo perché li trasformi in Corpo e Sangue di Cristo, e dopo la consacrazione preghiamo: “A noi che ci nutriamo del corpo e sangue del tuo Figlio, dona la pienezza dello Spirito Santo perché diventiamo in Cristo un solo corpo e un solo spirito”. Noi mangiamo il Corpo di Cristo perché abbiamo bisogno dello Spirito Santo. Possiamo quindi dire che, quando Gesù ci ha insegnato a chiedere il pane, pensava allo Spirito Santo, come quando ha raccontato la parabola dei tre amici. San Luca in questa parabola (11,5-8) racconta che l’amico, che a mezzanotte sveglia l’amico per chiedergli del pane per un altro amico, lo ottiene grazie alla insistenza con cui lo chiede: così Dio Padre dà lo Spirito Santo a chi insiste nel domandarglielo. Lo Spirito Santo è il pane di cui si nutre la Chiesa per crescere, per mantenere l’unità che Gesù ha chiesto al Padre per i suoi discepoli, il pane che accomuna tutti quelli che ne sono nutriti. Quando chiediamo il “pane quotidiano” non dobbiamo pensare solo a quel cibo che ci sazia, ma desideriamo anzitutto lo Spirito che rende noi membra vive della Chiesa, e la Chiesa stessa obbediente al Signore, stabile nell’unità e forte nel vivere la propria missione nel mondo. Per essere testimoni di Gesù in questo nostro mondo, amato da Dio, abbiamo bisogno del suo Spirito, altrimenti non saremo una novità in esso. Chiediamo continuamente lo Spirito Santo, così ovunque andremo porteremo il profumo della presenza di Dio e del suo Cristo; qualunque cosa faremo, saremo un dono del Padre agli uomini bisognosi di conoscerlo e di diventare membra del corpo di Cristo.
“E rimetti a noi i nostri debiti”. È un capitolo dolente. Ammettiamo di essere debitori. Di che cosa e a chi? Quando si sono presentati a Gesù farisei ed erodiani per tentarlo, gli hanno chiesto se essi, ebrei, popolo di Dio, dovevano pagare il tributo all’imperatore pagano di Roma. Il Signore si è fatto mostrare il denaro su cui era impressa la figura e la scritta di Cesare, e poi disse: “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”. A Dio quel che è di Dio: “Di Dio è la terra e quanto contiene”, dice un salmo. Opera delle sue mani è l’uomo, persino “sua immagine e sua somiglianza”, sul cui volto risplende la luce divina. Siamo debitori a Dio della nostra stessa vita, e poi di quell’amore che la rende piena e felice; siamo debitori persino di ogni bene che riusciamo a compiere, perché ogni nostra capacità, sia intellettuale che fisica, viene da lui. Se diamo a Dio quel che è suo non ci rimane proprio nulla. Dobbiamo dare a lui anzitutto il nostro cuore, per amarlo con tutte le forze, con tutta la mente, con tutto il nostro essere. Rimetti a noi i nostri debiti, in modo che possiamo vivere sereni, senza paura. Certo che noi non possiamo pagare questo debito, lo dice Dio stesso: “Certo, l’uomo non può riscattare se stesso né pagare a Dio il proprio prezzo. Troppo caro sarebbe il riscatto di una vita, non sarà mai sufficiente per vivere senza fine e non vedere la fossa” (Sal 48,8-10). Ma poi continua: “Certo, Dio riscatterà la mia vita”, ed è questo che chiediamo, che egli stesso ci prenda nelle sue mani e non dia peso alla nostra povertà. I ricchi di questo mondo non hanno alcun vantaggio, perché la nostra vita non la possiamo pagare, e quindi far nostra, con il denaro. Noi, comunque, restiamo sempre opera di Dio e sua proprietà. I ricchi hanno lo svantaggio dell’illusione di ritenersi autosufficienti: illusione che li deluderà ben presto. La ricchezza, infatti, è dichiarata da Gesù “ingiusta”, perché ostacola il sentirci figli di Dio e fratelli e anche perché inganna: infatti, sul più bello, quando lasciamo questo mondo, essa ci abbandona, non viene con noi e non paga alcun nostro debito.
“E rimetti a noi i nostri debiti”. Possiamo giustamente pensare che Gesù abbia inteso chiamare “debiti” anche i peccati, con cui abbiamo rovinato e roviniamo la nostra vita stessa e persino il creato. In questa breve parte della preghiera ritorna due volte il riferimento a “noi”: come abbiamo già visto, possiamo riferire questo noi alla Chiesa, di cui siamo membri. Anche se discepoli di Gesù, siamo peccatori, e abbiamo bisogno continuo di misericordia e di quell’amore che perdona e dimentica. Siamo peccatori, sia perché ciascuno di noi commette il male e disubbidisce a Dio, sia perché come comunità di fedeli non diamo testimonianza alla perfezione del suo amore. Siamo debitori quindi, non solo dei nostri peccati personali e relativo danno, ma anche di quei comportamenti sociali ingiusti e senza amore che sosteniamo, a cui non ci opponiamo, o nei quali ci lasciamo attirare. In questo modo la fede della Chiesa diventa fiacca, senza nerbo, e la sua incidenza nel mondo quasi nulla: sale senza sapore, luce nascosta, lievito senza forza. I peccati, quelli in cui i cristiani cadono e che giustificano perché divenuti comportamenti diffusi, sono molto deleteri, proprio perché divengono per molti ostacolo a vivere secondo l’insegnamento di Gesù. Il vangelo in tal modo appare non più una notizia buona, ma indifferente, perché non incide. In questo periodo storico tra i peccati maggiormente diffusi e giustificati dalla mentalità corrente, anche tra i cristiani, sono quelli che riguardano la sfera sessuale. Le conseguenze di questi peccati sono davvero molte e creano moltissime e gravi sofferenze destinate a durare nei decenni o nei secoli. Una delle conseguenze peggiori è l’incapacità a vivere la vita familiare, sia ad iniziarla che a continuarla. L’opera di Dio più bella, quella della comunione tra gli sposi, che si trasmette ai figli, viene così distrutta. Satana si diverte a creare sofferenze col consenso di uomini e donne che fanno ritenere un bene i loro capricci sessuali. Egli riesce pure a far promulgare agli stati leggi che favoriscono comportamenti sessuali altamente errati: gli interessi delle società multinazionali, realizzatrici di strumenti e prodotti finalizzati all’industria sessuale, riescono a far dimenticare il bene vero delle persone, delle famiglie e della società intera.
“E rimetti a noi i nostri debiti”. Ho detto che con i nostri peccati in campo sessuale distruggiamo la coscienza del significato della famiglia, roviniamo la psiche dei figli fin da piccoli, roviniamo i rapporti interpersonali, facilitiamo l’accoglienza e la giustificazione dell’aborto. Questo poi porta a cambiare la mentalità riguardo al valore della vita stessa dell’uomo. È una catena di disvalori che sembra non finire più. Condizionando, o quasi, le famiglie a limitare il numero dei figli a uno o due, obblighiamo questi a vivere in solitudine, a rimanere senza esperienza di fraternità e di parentela. Facilitando, con una mentalità permissiva, le separazioni e i divorzi, sosteniamo la rovina psicologica di una marea di bambini e ragazzi: che adulti diventeranno? A quali malformazioni psichiche andranno incontro? Quali saranno le conseguenze sociali tra cinquant’anni? Anche tutti gli altri peccati creano disordini, malattie e sofferenze lasciando strascichi nei secoli. Le avidità e le avarizie dividono i fratelli dai fratelli, producono ansie e risentimenti, e questi, vari scompensi e sviluppo di malattie diverse e sconosciute. Ogni tipo di peccato costringe la società alla diffidenza reciproca che rende difficile e amara la vita. Unico rimedio è il perdono che dobbiamo ricevere e dare. Lo chiediamo, e lo chiediamo con insistenza. Lo chiediamo al Padre: soltanto lui può perdonarci davvero. Noi crediamo che il suo perdono è vero, e porta frutto. Il perdono ci dà pace e ci riconsegna la gioia dell’esser figli, amati da Dio stesso. Possiamo ricordare la parabola con cui Gesù ci ha fatto vedere come il perdono dà gioia e ricostruisce i rapporti rovinati: è la parabola del figlio che ha abbandonato la casa del padre. Dio Padre fa festa quando noi chiediamo perdono. Che noi siamo perdonati è la gioia di Dio! Anche dopo un peccato grave o una grave situazione non possiamo dire che ormai tutto è finito e non c’è più rimedio. Non possiamo però nemmeno prendere le cose alla leggera e dire che Dio è misericordioso comunque, e quindi non serve umiliarsi a chiedere perdono. Il perdono lo chiediamo: Gesù ci mette in bocca questa preghiera! Ci fa bene umiliarci a chiedere perdono: se non lo facessimo, resteremmo nel nostro orgoglio, cioè nel peccato, lontani dall’amore del Padre nostro!
"Come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori". Abbiamo chiesto la remissione dei nostri debiti e peccati, e abbiamo fiducia di ottenere la misericordia che il Padre nutre per tutti i suoi figli e per tutte le sue creature. Ci viene però spontaneo chiederci come facciamo a chiedere perdono, se poi noi non perdoniamo a coloro che ci avessero offeso? Come facciamo a chiedere remissione dei debiti se noi poi non rimettessimo a nostra volta ai nostri fratelli? Gesù ha raccontato una parabola molto significativa e chiara a questo proposito, la parabola del servo malvagio. Quel servo si è dimostrato malvagio perché, dopo aver ottenuto il condono di un somma enorme, solo per aver pregato il suo padrone, non è stato capace a sua volta di condonare una piccola somma ad un suo compagno di servizio. Tale malvagità ha meritato un castigo peggiore di quello che gli sarebbe stato inflitto per non aver pagato il suo debito: "Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno come io ho avuto pietà di te?". Per questo noi diciamo al Padre di prendere la misura di generosità a perdonarci dalla disponibilità che noi stessi abbiamo a perdonare tutto a tutti. Concludendo l'insegnamento sulla preghiera Gesù infatti dirà: "Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe". Gli apostoli hanno continuato questo insegnamento: "Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo" (Ef 4,32). Per riuscire a perdonare noi dobbiamo guardare a quanto Dio Padre ha già fatto verso di noi: egli non ci chiede di meritare il suo amore, ce lo dona gratuitamente, ma si aspetta che, come veri figli, impariamo i suoi metodi e ritrasmettiamo il suo perdono. Ripensiamo anche la parabola del figlio prodigo: in essa Gesù ci racconta la capacità che ha Dio di perdonare al figlio che l'ha offeso con il suo comportamento e poi abbandonato. Il suo perdono diventa festa per tutti. Ma l'altro figlio non è riuscito ad assumere lo stesso atteggiamento del padre: si è dimostrato in tal modo ancora più lontano, più distante che non il fratello minore quando sperperava i beni o pascolava i porci.
“Come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori”. Anche in questa frase della preghiera il soggetto è “noi”. Abbiamo già annotato, a questo proposito, che il “noi” riguarda la Chiesa. Questo ci consola. Non è facile perdonare: a volte il torto che abbiamo ricevuto ci sembra tanto grave che non riusciamo a perdonarlo. Pensate per es. se qualcuno rivela i nostri segreti, oppure se qualcuno di cui avevamo fiducia ci deruba, oppure se un marito diventa infedele e tradisce la moglie che si fidava ciecamente di lui, oppure se uno ci uccide il figlio o la madre. Com’è difficile perdonare! Talora, se non siamo abituati, non ci pare nemmeno possibile. Come possiamo dire: “Come noi li rimettiamo…”? Si, noi come Chiesa, li rimettiamo. La Chiesa rimette i peccati a tutti coloro che con umiltà chiedono perdono a Dio. E la Chiesa sa ubbidire a Gesù anche riguardo al numero settanta volte sette! Allora, anche se mi sembra di non essere capace di perdonare, posso dire: “Come noi li rimettiamo ai nostri debitori”. Non io, ma noi! Dio prende come misura, per perdonare a me, non il mio perdono, ma il perdono della Chiesa. Il “come” potrebbe anche significare “poiché”: poiché noi li rimettiamo… In questo caso Dio dovrebbe sentirsi quasi obbligato a perdonarci, altrimenti noi saremmo migliori di lui! Però in questo caso noi ci sentiremmo ancor più impegnati a rendere il nostro perdono sempre più vivo verso tutti quelli che ci possono aver procurato qualche danno. Io mi sono abituato, quando faccio difficoltà a perdonare, a dire al Signore: «Perdona tu, Signore Gesù, a quel tale: concedigli di incontrarti, per essere salvato. Concedigli di conoscerti, di amarti, di donarsi a te». In questo modo supero l’ostacolo: quel tale riceverà ancor più di quanto potrebbe ricevere col mio perdono! Mi è di grande aiuto ricordare che io stesso sono peccatore, e sempre in pericolo di cadere nel peccato. Se io non perdono, chi perdonerà a me? Ricordarmi che sono peccatore è grande sapienza: mi rende umile, e perciò aperto a Dio e agli uomini, e per di più mi mette nella condizione di poter essere amato da Dio e dagli uomini.
“E non abbandonarci alla tentazione”. Da quale tentazione chiediamo a Dio di custodirci? È una sola o sono molte? Certamente si tratta della tentazione che Gesù stesso ha dovuto sopportare e vincere. Due evangelisti ce la descrivono con alcuni particolari. Gesù è stato tentato nel deserto, dove era stato spinto dallo Spirito. In seguito varie volte Gesù ha riconosciuto nelle parole dei farisei o degli scribi o di altri la presenza del medesimo tentatore. Quel pensiero voleva che Gesù, riconoscendosi Figlio di Dio, esercitasse potenza e dominio sul creato o sugli uomini: in tal modo egli avrebbe considerato Dio come un padrone, non il Padre, e se stesso come figlio del padrone, che fa e può fare quello che vuole, senza dover render conto a nessuno di ciò che fa. Noi sappiamo che Gesù ha risposto “Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”, come per dire: io farò solo ciò che mi dirà il Padre, starò in ascolto del Padre, starò in obbedienza! Dicendo “non ci indurre in tentazione” è come supplicassimo il Padre di renderci capaci di ascoltarlo, di ubbidirgli, di essere attenti ai suoi cenni. Lo preghiamo di darci la luce e la forza di non seguire i nostri pensieri e le nostre idee, di non seguire i modi di pensare del mondo che ci circonda, nemmeno dei cosiddetti grandi che, ingannando e seducendo, modificano i pensieri e le convinzioni degli uomini; gli chiediamo di renderci partecipi dell’obbedienza amorosa di Gesù. La tentazione viene in modo molto sottile, ci enuncia ragionamenti che dobbiamo condividere, ma che ci allontanano dal cuore di Dio: ci fa vedere le cose e le ragioni come fossero più importanti dell’amore. In tal modo, pur credendo che, come dice S. Giovanni, Dio è amore, ci comportiamo come se Dio fosse ragionamento. La tentazione voleva attirare Gesù ad essere sì Messia, ma un Messia che accontenta i desideri egoistici degli uomini. Egli invece era mandato dal Padre a mostrare e percorrere una via nuova, quella dell’amore fino alla fine, anche a costo di essere rifiutato e ucciso. Il tentatore si comporta così anche con noi: aiutati da Gesù e aggrappati a lui continueremo ad amare.
“E non abbandonarci alla tentazione”. Abbiamo visto che il tentatore vuole che noi non conosciamo Dio come è, cioè Padre che ama e che gode dell’amore. Egli vuole farcelo vedere come un Dio potente, dominatore, padrone così da essere riconosciuto egli stesso, il diavolo, come dio. Nessuno di noi direbbe una cosa simile o accetterebbe di adorare il maligno al posto di Dio. Ma la tentazione è sottile, e noi vi possiamo cadere facilmente, se non siamo attenti e non ci lasciamo aiutare. Possiamo facilmente intraprendere delle azioni oppure accogliere degli atteggiamenti che lascino credere che Dio è padrone e non Padre. Come già detto, il diavolo si serve dei nostri ragionamenti per allontanarci dal Padre. Noi sappiamo però che Dio è amore, e che lo incontriamo perciò sulla via dell’amore. Noi stessi diventiamo rivelazione di Dio e sua profezia attraverso l’amore. Può succedere però di venir trascinati a ragionare su ciò che è meglio: entra allora in noi uno spirito che ci fa sentire al di sopra degli altri, sicuri di aver ragione. La nostra vita allora non manifesta Dio: quando sono attento alle mie buone ragioni più che alla testimonianza da rendere al Signore Gesù, alle altre persone non faccio gustare l’amore paziente, misericordioso e mite di Dio, ma gli faccio provare invece l’amarezza della superbia e la voglia di averla vinta, cose tipiche di Satana. La verità è l’amore di Dio: se non faccio vedere qualcosa del suo amore non sono nella verità, anche fossi convintissimo di «aver ragione». Anche se la mia idea e la mia memoria fossero vincenti, se il fratello non può percepire da me l’amore di Dio, io resto nella menzogna e diffondo l’odore della menzogna ovunque. Un santo, S.Ignazio di Lojola, si era dato come motto, cioè come parola da tener presente sempre e su cui valutare ogni decisione: “Per la maggior gloria di Dio”. Questa frase lo aiutava a scegliere tra le varie cose, atteggiamenti, iniziative, quella che potesse manifestare di più l’amore fedele, misericordioso, umile, continuo, generoso, paziente e benevolo di Dio. Se facessimo così, la nostra vita diventerebbe manifestazione di Dio, un aiuto a tutti per assaporare la sua dolcezza, la sua bontà, la sua forza, la sua semplicità. Ogni tentazione perciò, distogliendoci da questa strada, ci fa nascondere la bellezza e la bontà di Dio, così da comunicare l’idea che egli invece è un padrone che opprime.
“E non abbandonarci alla tentazione”. Ogni volta che cadiamo in qualche disobbedienza a Dio la nostra vita diventa una menzogna: diamo l’idea che Dio sia uno che appoggia il nostro modo di fare, il nostro peccato. Il peccato degli uomini di Dio quindi è molto pericoloso, e per chi non è cristiano, è pericoloso il peccato di ogni cristiano. Chiediamo perciò con forza e con umiltà: “E non abbandonarci alla tentazione”. Abbiamo tentazioni contro la vita, contro la sessualità, contro il matrimonio, contro il rispetto delle cose e dei tempi riservati a Dio. Il diavolo cerca di rovinare ogni aspetto e ogni ambito della nostra vita, ogni dono che abbiamo ricevuto e ogni possibilità che abbiamo di collaborare con Dio. Ma egli, proprio come dice il nome che adoperiamo per individuarlo, tenta di dividerci. Diavolo significa divisore. Egli ci divide da Dio, ma anche tra di noi egli semina zizzania. Egli distrugge ciò che fa lo Spirito Santo: questi è Spirito di comunione e di pace, quello di divisione e di lotta. Il diavolo non vuole la nostra gioia, e perciò ci impedisce la gioia della comunione che solo Gesù può donare. Ogni tentazione ha come frutto il peccato, e il peccato non è mai un aiuto. Il diavolo ci vuol far credere che dobbiamo aiutare i nostri amici anche nel loro disobbedire a Dio. Con questo inganno egli riesce a far sì che ragazzi e ragazze, con lo scopo di andare d’accordo, pecchino contro il comandamento di Dio. Invece che prepararsi in tal modo al matrimonio, si preparano a non comprenderlo, a non riuscire a viverlo, a porre le sue basi sulla sabbia anziché sulla roccia sicura. Il diavolo vorrebbe soprattutto far sì che la divisione regni nella Chiesa. Nelle parrocchie e nei monasteri egli semina divisione: là dove riesce nel suo intento non si può più gustare la presenza di Dio e l’amore perfetto di Gesù. Proprio Gesù ha pregato intensamente il Padre di custodire dal maligno i suoi discepoli e di donare loro la grande grazia dell’unità. Vivendo uniti i cristiani manifestano la pienezza dell’amore che regna tra il Padre e il Figlio, e così diventano luce e grazia divina per il mondo.
“Ma liberaci dal male”. Gesù questa richiesta l’ha lasciato al termine della preghiera, però l’ha messa: il male è spesso presente nella vita del cristiano e del mondo in cui il cristiano vive, e perciò è importante chiedere di esserne liberati. Da solo l’uomo non riesce a vincere il male, nè quello che lo colpisce dall’esterno, nè quello che lo insidia dall’interno del proprio cuore. “Ma liberaci dal male”. Chi legge questo testo nella lingua dell’evangelista potrebbe tradurre un po’ più drasticamente: “Ma strappaci dal maligno”. Il maligno ci ha già azzannati, potremmo dire avvicinandoci all’espressione usata da S.Pietro, che scrive: “va in giro come leone ruggente cercando chi divorare”. Il maligno non ci lascia più fuggire da lui, ci possiede. Egli è già intervenuto nella nostra vita e vanta diritti su di noi. Noi talora viviamo infatti di rendita del frutto dei peccati nostri e dei nostri antenati: per esempio, ci sono ricchezze frutto di ingiustizie, o anche situazioni frutto di sentimenti e relazioni disordinate, di comportamenti che hanno alimentato divisioni e discordie: forse non verremo mai a conoscenza del motivo per cui il demonio vanta diritti sulla nostra storia. L’avversario può dire che gli siamo debitori, almeno in parte. L’aiuto per esserne liberati può venirci solo dall’alto, da Dio, da quel Dio che ama gli uomini come figli. Al Padre nostro perciò chiediamo “liberaci dal male”, strappaci dal maligno. Noi non abbiamo le forze sufficienti e nemmeno il coraggio, neppure la decisione necessaria per allontanarci dal diavolo. Se non interviene il nostro Padre, noi restiamo incatenati. Il maligno riesce ad ammaliarci, come il falco l’allodola o come la serpe gli altri animali che poi divora. Chiediamo a Dio di non aver pietà di noi, cioè dei nostri lamenti: pur di salvarci la vita usi pure tutti i mezzi necessari, anche se ci fanno soffrire. Purtroppo, per strapparci dal maligno Dio deve compiere talora delle operazioni dolorose: deve farci passare per la malattia, o per il fallimento delle nostre speranze, o per la distruzione delle nostre opere. La nostra vita gli preme e non può lasciarcela distruggere per qualcosa che vale molto meno. Noi stessi glielo chiediamo quando gli diciamo “liberaci dal male”.
“Ma liberaci dal male”. Gesù stesso, pregando il Padre per i suoi discepoli, ha chiesto: “Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno” (Gv 17,15). Egli sa che i pericoli del mondo sono quelli che vengono dal suo “principe”, da colui che riesce a distrarre, ingannare, illudere e sedurre. Il maligno riesce a far apparire bene ciò che è disobbedienza a Dio, riesce a ragionare sull’obbedienza e a non farci vedere il male di scelte compiute contro o senza il beneplacito divino. Noi dobbiamo essere sempre vigilanti e attenti. Ciò che non è benedetto da Dio non può portare frutti di bene nella nostra vita. Ciò che non è ordinato da Dio, anche se appare come cosa buona, è inganno. La nostra vigilanza deve portarci a interrogarci sempre se ciò che facciamo e ciò che decidiamo può essere benedetto dal Signore, se gli dà gloria, se è conforme ai suoi insegnamenti. Questa vigilanza e conseguente discernimento spirituale non è sempre presente in noi. Ci troviamo facilmente quindi immersi nell’errore e nel peccato. Il maligno riesce a rovinarci gli occhi e il cuore, a deporre dentro di noi l’ira e l’invidia, l’odio e l’impurità, la pigrizia e la superficialità, l’avidità, la vanità e l’orgoglio. Spesso ci ritroviamo il male nel cuore e nel corpo senza sapere da dove viene, ma la Parola del Signore è illuminante. Lo ha seminato il maligno, come il nemico ha seminato la zizzania nel campo del buon grano. Noi non abbiamo capacità per liberarci dai danni che il maligno opera in noi, e nemmeno dal suo influsso forte e frequente. Abbiamo però la possibilità di chiedere a Dio, nostro Padre, il suo intervento. Egli ha mandato Gesù per liberare gli uomini dal potere del diavolo, come ha detto san Pietro al centurione Cornelio (Atti 10,38). Il Padre ci esaudisce e ci fa stare uniti a Gesù: “Viene il principe del mondo; egli non ha nessun potere su di me” (Gv 14,31). “Nessuno le rapirà dalla mia mano. Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio.” (Gv 10,28s). Gesù ci custodisce, ci protegge, ci difende. I modi con cui lo può fare sono infiniti, dato che può servirsi anche degli angeli! Tra questi in particolare San Michele arcangelo, di cui è scritto che ha vinto e scacciato Satana. “Liberaci dal male”!