DOMENICA 14 GENNAIO
DOMENICA 08 GENNAIO
DOMENICA 01 GENNAIO
DOMENICA 25 DICEMBRE
DOMENICA 18 DICEMBRE
DOMENICA 11 DICEMBRE
GIOVEDI 08 DICEMBRE
DOMENICA 04 DICEMBRE
DOMENICA 27 NOVEMBRE
DOMENICA 20 NOVEMBRE
DOMENICA 06 NOVEMBRE
DOMENICA 23 OTTOBRE
DOMENICA 16 OTTOBRE
DOMENICA 09 OTTOBRE
DOMENICA 02 OTTOBRE
DOMENICA 25 SETTEMBRE
DOMENICA 18 SETTEMBRE
DOMENICA 11 SETTEMBRE
DOMENICA 04 SETTEMBRE
DOMENICA 15 GENNAIO
2a Tempo Ordinario
Abbiamo trovato il Messia!
L’incontro personale con Gesù suscita l’incontro personale e comunitario con tutti coloro che hanno fatto l’esperienza di questo incontro, e dà l’avvio alla costituzione di una comunità nella quale il vivere insieme e il « seguire » insieme Gesù diventa una caratteristica essenziale. Accanto alla vocazione personale c’è, quindi, la vocazione a far parte di un popolo che si chiama Chiesa: ekklesía, che vuoi dire appunto, la «convocata», la «eletta», la «chiamata».
Dal Vangelo secondo Giovanni 1,35-42
Videro dove dimorava e rimasero con lui.
In quel tempo, Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l'agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù.
Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbi - che, tradotto, significa maestro -, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui: erano circa le quattro del pomeriggio.
Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» - che si traduce Cristo - e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa», che significa Pietro.
Parola del Signore Lode a te, o Cristo
Samuele, con il suo triplice “Mi hai chiamato, eccomi !”, è il prototipo di ogni credente. Non c’è fede senza obbedienza, senza disponibilità pronta e generosa. Il cristiano non è cristiano se non risponde alla voce di Dio. Questi è il Padre che cerca sempre un rapporto con il figlio, con ogni suo figlio. La sua voce raggiunge il cuore di ogni credente che, se sveglio e non immerso del tutto e soltanto nelle realtà che passano, risponde: “Parla, perché il tuo servo ti ascolta”, come esclama il ragazzo Samuele quando scopre che non è un uomo che lo chiama, bensì Dio stesso. Egli risponde secondo l’istruzione ricevuta dal suo maestro Eli. Le parole del ragazzo sono accompagnate da movimenti concreti di tutta la sua persona: per tre volte si alza dal letto e corre al capezzale di Eli a chiedere quale servizio debba svolgere. La quarta volta, ubbidiente, risponde alla voce del Dio sconosciuto e invisibile. Samuele usa tutto il suo corpo per obbedire al suo Dio: orecchi, occhi, gambe, tutto. Non a caso quindi leggiamo oggi anche la pagina della lettera ai Corinzi in cui San Paolo ci istruisce sul valore del nostro corpo.
“Il corpo non è per l'impudicizia, ma per il Signore, e il Signore è per il corpo”. L’apostolo scrive ai cristiani di una città, in cui i vizi dell’uomo sono abitudine generale. Tra questi vizi hanno particolare sviluppo quelli sessuali. Prostituzione e perversione sono entrati a far parte della vita normale. I cristiani stessi, prima di arrivare alla fede, praticavano le stesse abitudini dei loro concittadini. Arrivati alla fede, devono ricordare di non appartenere più a quel mondo: essi sono uniti a Gesù Cristo. La loro unione al Signore ha conseguenze per ogni ambito della loro vita, anche per il comportamento sessuale. Essere uniti a Gesù significa essere diventati tempio dello Spirito Santo, e perciò ogni azione deve essere ispirata da lui ed essere testimonianza per Gesù. Anche la sessualità deve diventare uno dei modi che esprimono l’amore di Dio, quell’amore che egli ha deposto in noi tramite lo Spirito Santo. Dalla sessualità deve sparire ogni forma di egoismo, quindi la ricerca del piacere fine a se stesso, che è peccato e origine di nuovi peccati. La brama del piacere conduce a tutte le forme di perversione che distruggono la pace e la carità di chi le commette, oltre che la psiche di chi eventualmente le subisce. “State lontani dall’impurità!”, asserisce con forza San Paolo. Le forme più comuni di impurità, allora e oggi, erano e sono l’adulterio e rapporti sessuali con chiunque. Sembra che il mondo che ci circonda sia impregnato di un’atmosfera in cui la sessualità ha un posto preminente. Addirittura pare normale che gli impulsi sessuali debbano essere seguiti, accontentati in ogni modo, a tutte le età, in tutte le forme. Purtroppo anche i cristiani facilmente si abituano a questo pensare del mondo, tanto che i giovani delle famiglie cristiane non hanno la forza di professare la fede in cui sono cresciuti e seguono l’andazzo di chi disprezza la fede. E le sofferenze che ne seguono sono gravi, prolungate nel tempo e nelle generazioni. Comincia con l’accorgerti della tristezza del volto di quei giovani che non osservano il comandamento “Non commettere atti impuri”: la disubbidienza a Dio porta via la gioia dal loro cuore!
Noi dobbiamo essere saldi: per noi la Parola di Dio deve valere più delle nostre possibili valutazioni. “Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo, che è in voi? Lo avete ricevuto da Dio e voi non appartenete a voi stessi. Infatti siete stati comprati a caro prezzo: glorificate dunque Dio nel vostro corpo!”.
Il nostro corpo deve glorificare Dio, deve cioè dare spazio al suo amore, che è puro, fedele, disinteressato. Il nostro corpo deve essere a disposizione di Dio per compiere la sua opera. Opera di Dio sono la creazione e la redenzione. Il nostro corpo coopera alla creazione quando dona la vita ad altri figli di Dio, donando loro la possibilità di sperimentare nella famiglia la bellezza e la bontà della paternità di Dio. Il nostro corpo coopera alla redenzione quando segue Gesù, lo ascolta e ubbidisce a lui. I due discepoli di Giovanni Battista che seguirono Gesù, hanno camminato dietro a lui e si sono fermati con lui. Tutto il loro essere, anima e corpo, lo hanno impegnato con Gesù e per lui. A lui obbedirono. A lui ubbidiamo anche noi, e come Samuele anche noi diciamo: “Parla, perché il tuo servo ti ascolta”. In questo mondo, vivendo controcorrente, con gioia diamo testimonianza alla verità della Parola di Dio e del suo amore.
Padre Leonildo
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8 GENNAIO BATTESIMO DI GESU’
Tu sei il Figlio mio, l’amato
Sulle rive del Giordano, Giovanni Battista predica la conversione dai peccati per accogliere il regno di Dio che è vicino. Gesù scende con la folla nell’acqua per farsi battezzare. Il battesimo per i Giudei era un rito penitenziale, perciò vi si accostavano riconoscendo i propri peccati. Ma il battesimo che Gesù riceve non è solo un battesimo di penitenza: la manifestazione del Padre e la discesa dello Spirito Santo gli danno un significato preciso. Gesù è proclamato «figlio diletto» e su di lui si posa lo Spirito che lo investe della missione di profeta (annuncio del messaggio della salvezza), sacerdote (l’unico sacrificio accetto al Padre), re (messia atteso come salvatore).
Dal Vangelo secondo Marco 1, 7-11
Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento.
In quel tempo, Giovanni proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».
Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E, subito, uscendo dall'acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento».
Parola del Signore Lode a te, o Cristo
Il mistero che celebriamo oggi continua quella rivelazione del Figlio di Dio che hanno iniziato gli angeli a Betlemme. Come allora cielo e terra, cioè angeli e pastori, si sono uniti per dar gloria al Bambino, così oggi le parole di Giovanni preparano l’ascolto della voce che viene dall’alto, voce sconosciuta, ma che tutti capiscono da quale bocca viene, perché nessuno chiama un uomo figlio, se non il padre suo: se la voce viene dal cielo, è quella di Dio Padre. Giovanni poi parla di quel figlio come di uno forte, “più forte di me”: il riferimento alle profezie era chiaro per coloro che le udivano tutti i sabati. È forte colui che vince il nemico, e nemico dell’uomo è colui che riesce a farlo peccare, cioè a farlo allontanare da Dio. Viene colui che è forte, quindi l’unico che può vincere il peccato che ha già sottomesso l’uomo, tutti gli uomini, e ha tolto dal loro cuore la gioia e dalle loro relazioni la pace. L’abluzione con cui Giovanni asperge e bagna gli uomini è solo preparazione per l’opera che compirà lui: “battezzerà in Spirito Santo”. Egli agirà all’interno dei cuori, rendendoli da cuori di pietra “cuori di carne”, capaci di accogliere lo Spirito di Dio. Ancora i profeti fanno da sfondo a queste parole. Quando poi Gesù stesso esce dall’acqua del Giordano, dove è entrato con tutti i peccatori, avviene un doppio prodigio: su di lui scende lo Spirito e per tutti risuona la voce “Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento”. Anche queste parole sono eco di tutte le Scritture: la gioia di Dio si compie perché la sua volontà di salvezza finalmente si realizza. Gesù è il compimento dei disegni di Dio, il portatore del suo amore per gli uomini: infatti, entrando in quell’acqua che ha lavato tutti i peccatori, si carica del peso del loro peccato. Egli cambia la nostra vita: era solo e sempre una vita in attesa, ora diventa godimento, pace, gioia.
La gioia del Padre si riflette su tutte le sue creature. Anche se il male continua a farci soffrire, sappiamo che è stato vinto e che è qui colui che ci immerge nel calore dell’amore di Dio.
L’amore di Dio! Di esso continua a parlare Giovanni, l’evangelista. La sua prima lettera è un inno all’amore di Dio. È un amore che quasi ci mette in confusione, perché crea un cerchio che unisce tutto e tutti. Dio ci ama, e perciò amare significa rispondergli con amore, e chi ama Dio ama i fratelli, e per amarli deve osservare i comandamenti. Questi sono la dimostrazione dell’amore di Dio per gli uomini; l’amore poi, vincendo il nemico, genera la fede, e la fede posa il nostro sguardo sul Figlio di Dio, su Gesù. Questi è il dono più grande dell’amore di Dio per noi; tutto ce lo dimostra: “lo Spirito, l’acqua e il sangue” ci convincono che Gesù è tutto, tutto l’amore del Padre e tutto il necessario per la vita dei suoi figli. “Lo Spirito, l’acqua e il sangue” è come dire tutto ciò che forma la nostra vita. Quando siamo con Gesù tutto il nostro essere in tutte le sue componenti, corpo, anima e relazioni familiari e sociali, tutto si sente realizzato: lo dimostra la serenità e la gioia che percepiamo. Chi si è confessato dei suoi peccati e ha partecipato alle celebrazioni sa tutto questo e lo può confermare.
Dopo aver fatto questa esperienza non possiamo che accogliere l’invito che il Signore ci rivolge con le parole del profeta: “O voi tutti assetati, venite all'acqua, voi che non avete denaro, venite; comprate e mangiate; venite, comprate senza denaro, senza pagare, vino e latte. Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro guadagno per ciò che non sazia? Su, ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti. Porgete l'orecchio e venite a me, ascoltate e vivrete”. Le tentazioni continue ci portano lontano dalla fonte della vita, ci ingannano. Il pane che sazia e l’acqua che disseta, dono gratuito, sono rappresentati da colui che viene dalla discendenza di Davide, “costituito testimone fra i popoli, principe e sovrano sulle nazioni”. Egli è come noi in mezzo al Giordano, abbassato sotto la mano di Giovanni, ma, esaltato dalla voce del cielo, sta sopra di noi. Rinnoviamo la nostra volontà di ascoltarlo, di amarlo, di non abbandonarlo mai. La festa e la gioia del Natale non sarà una parentesi della nostra vita, ma una realtà stabile, un sostegno continuo a quell’amore che cambia il mondo.
Padre Leonildo
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DOMENICA 1 GENNAIO
SANTA MARIA
MADRE DI DIO
Prega per noi peccatori
La liturgia di oggi dà attenzione prevalente al «Figlio», ma questo non riduce il ruolo della Madre: Maria è totalmente Madre perché è stata in totale relazione a Cristo, perciò onorando lei è più glorificato il Figlio. Il titolo di «Madre di Dio» sottolinea la missione di Maria nella storia della salvezza: missione che sta alla base del culto e della devozione del popolo cristiano; Maria infatti non ha ricevuto il dono di Dio per sé sola, ma per portarlo nel mondo: nella verginità feconda di Maria, Dio ha donato agli uomini i beni della salvezza eterna.
Dal Vangelo secondo Luca 2,16-21
I pastori trovarono Maria e Giuseppe e il bambino. Dopo otto giorni gli fu messo nome Gesù.
In quel tempo, [i pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro.
Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore.
I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro.
Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.
Parola del Signore Lode a te, o Cristo
Oggi riceviamo la benedizione che hanno ricevuto gli Israeliti da Aronne. Una benedizione speciale, perché le parole sono dettate da Dio stesso. Questa è perciò il modello di tutte le benedizioni. Quante benedizioni riceviamo! Ogni volta che vado a Messa e ogni volta che partecipo ad un’azione liturgica ricevo una benedizione. Eppure quanto poco caso facciamo alle benedizioni ricevute! Siamo attenti più alle maledizioni, che ci spaventano, ci affliggono e distruggono nella nostra consapevolezza la grazia che abbiamo ricevuto dalle benedizioni.
Le benedizioni vengono da Dio, le maledizioni dal maligno. Possiamo stare tranquilli, anzi, fieri di aver ricevuto la benedizione di Dio e non essere mai spaventati da qualsiasi maledizione. Dio è più forte del maligno. Questi è stato vinto nella sua forza da Gesù nella sua debolezza. Da lui viene a noi ogni benedizione, anche durante tutto quest’anno che iniziamo. E come oggi Gesù, il benedicente, è in braccio a Maria, sua madre silenziosa, così sempre, aiutati da lei, riceviamo la pace e la forza dal Signore.
Maria è venerata in tutte le chiese e in tutte le case dei credenti. Questo è giusto e salutare, perché lei ce lo ha presentato bambino e a lei siamo stati affidati da lui morente in croce. Nei momenti della debolezza di Gesù, Maria è stata presente. Ecco perché la chiamiamo Madre di Dio: per questa sua presenza ai momenti in cui l’amore di Dio è stato maggiormente visibile nella nostra umanità. Madre di Dio, perché madre della presenza del suo amore tra noi. E Dio stesso gode che ognuno di noi accolga sua Madre in casa propria, come già il discepolo Giovanni. Siamo peccatori? Siamo indegni? Maria, senza vergognarsi, rimane accanto a noi per presentarci il Salvatore, colui che perdona, colui che ama proprio il peccatore per cui ha offerto la vita. Ella, per tutti quindi, anche per chi si sente escluso dagli uomini, diventa garanzia di quella benedizione che Dio vuole sia pronunciata sui suoi figli.
“Ti benedica il Signore e ti custodisca.
Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia.
Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace”.
Benedetti, portiamo benedizione. Oggi, giorno di inizio dell’anno civile, siamo particolarmente attenti alla benedizione di Dio. Gli auguri non bastano, rischiamo di sentirli parole inutili, vuote, che non porteranno frutto. Se Dio stesso li fa suoi, allora valgono, perché avranno conseguenze benefiche. Mettiamo nelle mani di Dio i nostri desideri di bene per i nostri fratelli, per i parenti, per gli amici e per i nostri nemici. Proprio i nostri nemici dobbiamo oggi benedire, se nemici abbiamo. Noi di certo vogliamo essere in pace con tutti, anche se non tutti vogliono essere in pace con noi. Ebbene, anche su di loro facciamo piovere oggi la benedizione di Dio: è l’unico modo perché in noi la sua benedizione diventi pace.
Iniziamo l’anno nuovo con Maria, lo iniziamo nella pace. Certo, preghiamo per la pace nel mondo e benediciamo tutti i popoli, perché dalla pace del mondo viene anche il nostro benessere. Ma questa preghiera non potrà essere ascoltata e portare frutto se non cominciamo ad amare noi stessi i nostri nemici.
La benedizione che riceviamo oggi diventi nostra vita, vita nuova che sia benedizione per chiunque incontreremo. Facciamo sì che il nostro volto rifletta lo splendore dell’amore del Padre, e perciò consacriamo a lui ogni giorno un po’ di tempo. Se non ci sarà preghiera nelle nostre giornate, se non ci esponiamo ai raggi della luce che viene dal Padre e da Gesù, noi stessi non saremo benedizione per nessuno e non contribuiremo alla pace che desideriamo fiorisca nel mondo. Ci proponiamo perciò di fare come Maria: terremo nel cuore i fatti della vita di Gesù, li faremo rivivere in noi, per amare Gesù e col suo amore incontrare i fratelli.
Padre Leonildo
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DOMENICA 25 DICEMBRE
SANTO NATALE
È apparsa la grazia di Dio
per tutti gli uomini
La Vergine dà oggi alla luce l'Eterno e la terra offre una grotta all'Inaccessibile. Gli angeli cantano gloria con i pastori, i magi camminano con la stella, poiché per noi è nato un tenero Bambino, il Dio che è prima dei secoli.
(dall'inno sulla Natività di Romano il Melode (sec. Vl)
Dal Vangelo secondo Luca 2,1-14
Oggi vi è nato il Salvatore.
In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta.
Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio.
C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia».
E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva:
«Gloria a Dio nel più alto dei cieli
e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».
Parola del Signore Lode a te, o Cristo
Il profeta Isaia ci offre la sua gioia a tutt’e tre le Ss. Messe. È il “bambino nato per noi” il motivo di una gioia nuova e prorompente, gioia moltiplicata, che si propaga come un fuoco che avvolge tutti i popoli. Quel bambino raccoglie tutti i titoli più belli, perché è lui che realizza quella pace che tutti gli uomini e tutti i popoli agognano da sempre senza vedere mai la fine delle guerre e dei pericoli. Egli è e sarà Consigliere mirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace! Gli uomini sono un pericolo l’uno per l’altro, fino a che non venga quel bambino a cambiare i cuori, a riempirli di gioia, a fare in modo che nessuno desideri null’altro che lui. Quando egli occupa un cuore d’uomo, quell’uomo non è più avido di denaro, non vuol più essere padrone di altri uomini, non si sente più soggiogato da nessun superbo, non è più rattristato da nessuna notizia, perché è lui la Notizia. Tutti i messaggeri fanno a gara a dare notizie, ma quella che distribuisce pace e gioia, consolazione e salute non riescono a donarla, nemmeno essi la conoscono. I messaggeri della Notizia che diffonde la gioia e la vita sono celesti, sono gli angeli, che iniziano il loro lavoro a Betlemme, nelle campagne, nella notte. Non ci aspettiamo che si facciano messaggeri di questa notizia di gioia gli uomini, quelli che si fanno grandi e ricchi con le notizie che diffondono. Non cercate perciò sul giornale e nemmeno sul telegiornale l’annuncio che viene dagli angeli. Volete essere allietati? Venite qui, dove cantano i messaggeri celesti. Fermatevi qui. Ritornate qui. Qui, dove la notizia è sempre fresca, nuova, forte, decisa. Qui quel bambino, che è un figlio dato per noi, rimane, qui continua ad accogliere e a farsi accogliere. Qui sua Madre lo presenta anche a te, come ai pastori. Qui sua Madre ti accoglie nel suo silenzio, perché i fatti diventino oggetto della tua riflessione e sostegno del tuo vivere. Maria ti presenta la sua fede, lasciandoti vedere quel Bambino che lei ha fasciato. La sua fede non è nascosta: gliela puoi leggere sul volto e puoi percepirne il peso guardando le sue mani. Maria ha creduto, come Elisabetta ha testimoniato. Ella ha preso sul serio la Parola dell’angelo, l’ha riconosciuta Parola di Dio, si è offerta per realizzarla, ed ora lei per prima è sorpresa al vederne il frutto.
Noi osserviamo il Bambino e siamo qui per il Bambino che ci viene presentato da Maria. Su di lui si concentra l’attenzione del cielo e della terra. Ora sono gli angeli e i pastori a rappresentare il mondo visibile e quello invisibile. I pastori affiancano gli angeli nel testimoniare il mistero di Dio. I pastori non lo meritano, ma… trovami tu qualcuno che lo meriti! Per la loro indegnità i pastori meritano maggiormente la nostra fiducia. Dato che sono quelli che stanno sempre fuori, fuori delle città e fuori del tempio, fuori dei discorsi dei sapienti e delle mire dei grandi, proprio per questo sono ritenuti vicini da quel Dio presso cui non c’è preferenza di sorta, anzi, che preferisce semmai quelli che gli altri evitano di incontrare. Essi non sapranno dire con parole eloquenti il mistero di cui sono testimoni, sarà invece la loro vita gioiosa a manifestarlo.
Il mistero di oggi è vita, è luce, è Parola, il mistero è un Uomo che inizia ora a vivere in una mangiatoia. Egli porta il cielo sulla terra, per questo è mistero. Vicino a lui non siamo più terrestri, siamo celesti anche noi, benché sempre peccatori. Per noi infatti è venuto. Per noi è luce, per noi è vita, per noi è grazia e verità. Oggi anche noi iniziamo ad essere mistero a noi stessi, se ci avviciniamo a lui. E se perseveriamo nello stare vicino a lui anche il mondo attorno a noi si trasforma. Non deleghiamo ad altri la trasformazione del mondo terribile che ci circonda. Noi diventiamo cielo sulla terra quando stiamo stretti a quel bambino che Maria ci presenta. Sarà per noi sofferenza e croce, ma vissute con gioia per distribuire attorno un po’ di luce e di pace, di consolazione e di perdono. Gloria del cielo e pace della terra saremo noi, noi con lui. Questo giorno non dev’essere una parentesi, ma un inizio vero. Per qualcuno la giornata di oggi è una parentesi nella quale egli si consola per la presenza in sè di un pochino di bontà, ma ha già calcolato che dopodomani tornerà ad essere lontano dal Bambino, come prima, ed eviterà di ascoltare la sua Parola e di farsi uno con i suoi fratelli. Non tu: tu vivi questo giorno come un inizio nuovo e continuerai ad amare e adorare, ascoltare e ubbidire quel Bambino che diventa Uomo.
Padre Leonildo
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DOMENICA 18 DICEMBRE
4a di AVVENTO
Sono la serva del Signore
Dio pone la sua dimora fra gli uomini: le pietre che la costitui¬scono sono quelli dei «sì» incondizionato a Dio; Maria ne è la prima pietra viva. Poi Giuseppe, la cui disponibilità al piano di Dio assicurerà al bimbo che nascerà da Maria la discendenza regale dalla stirpe di Davide.
Per il «sì» di persone così umili, povere, attente alla volontà di Dio, Gesù, figlio di Davide, entra nella storia del mondo. Questa è la sua casa, il suo tempio.
Dal Vangelo secondo Luca 1, 26-38
Ecco concepirai un figlio e lo darai alla luce.
In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te».
A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».
Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.
Parola del Signore Lode a te, o Cristo
San Paolo termina la lettera ai Romani con una solenne lode a Dio. Egli vede quasi, o senza quasi, un miracolo nel fatto che i credenti accolgano il vangelo, la bella notizia che riguarda Gesù Cristo. Basta che qualcuno l’annunci, e c’è chi è pronto a credere. Per lunghi secoli nessuno ha saputo nulla ed ora improvvisamente ci sono persone che aderiscono alla fede. La fede non è soltanto sapere una cosa invece di un’altra, ma è un’obbedienza. Chi crede ubbidisce a Gesù Cristo, inizia una vita nuova, entra nella Chiesa e in essa vive la vita del suo Signore, che continua ad essere l’Obbediente. È davvero opera di Dio, quindi un miracolo, che degli uomini, così inclinati all’indipen-denza come sono, si mettano invece sulla strada dell’obbedienza, o meglio, dell’amore che ama ubbidendo. La lode dell’apostolo a Dio è pure la nostra lode per la sua sapienza e perché ci sorprende suscitando la fede nei peccatori.
Del resto tutto quello che Dio fa è una sorpresa. L’angelo che entra dalla “vergine promessa sposa” è la sorpresa delle sorprese. È vero che tutti erano in attesa, ma nessuno avrebbe mai immaginato che Dio avesse potuto scegliere una strada così umile e semplice e nascosta per mantenere e realizzare le sue promesse. Maria rimane più sorpresa di tutti. Il saluto che i profeti indirizzano al popolo intero è rivolto a lei sola. Con quel saluto i profeti annunciavano la notizia buona e bella, quella che avrebbe rallegrato e fatto esultare tutti: Dio sarebbe venuto a camminare col suo popolo, a stare con gli uomini per iniziare con loro il suo Regno. Maria rimane turbata: perché proprio a lei e solo a lei questo saluto? Certamente anche lei pensava come tutti: Dio ha bisogno di persone grandi, importanti, famose, capaci, per realizzare le sue grandi cose. E invece no: Dio sceglie i piccoli e i poveri, i deboli e gli ignoranti. Dio ha scelto lei per mandare nel mondo un Figlio, quello che realizzerà la profezia annunciata al grande re Davide. E l’angelo glielo dice. “Il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine”.
Maria si sente piccola, davvero piccola di fronte a questi grandi eventi. Anche Davide era piccolo, il più piccolo dei suoi fratelli, quando è stato scelto da Dio per mezzo di Samuele e consacrato re. E come Davide ha dovuto soffrire molto, essere perseguitato, lottare anche con se stesso per realizzare la promessa di Dio, così Maria pensa di dover fare chissà cosa, e lo chiede all’angelo. Gabriele però la tranquillizza: ella deve essere soltanto disponibile a lasciar agire la potenza di Dio. Non era successo così anche a Davide? Verso la fine della sua vita pensava di dover costruire un tempio per il suo Dio, un tempio degno di lui. Sembra bella l’idea e giusta: egli abita in una casa, anzi in una reggia, e l’arca di Dio ancora in una tenda. Anche il profeta ne rimane convinto. Ma non è questo il pensiero di Dio. A lui non interessano tanto gli edifici, perché la sua presenza in essi è solo simbolica; egli si interessa invece ad essere presente tra gli uomini, per mezzo di loro. Ciò avverrà tramite la discendenza di Davide, che sarà vera gloria di Dio, perché ne porterà l’immagine perfetta. “Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio”: quel figlio ora è annunciato a Maria. Ella infatti è sposa di uno della casa di Davide, Giuseppe. Suo figlio sarà Figlio di Dio, figlio, e perciò obbediente. Egli cercherà di realizzare i disegni di Dio, che chiamerà «Padre». E i disegni di Dio riguardano la salvezza di tutto il popolo e di tutti i popoli, come hanno scritto i profeti. Per questo San Paolo si è rivolto anche ai Romani e si è fatto premura di annunciare il Vangelo a tutte le genti.
Maria ha iniziato la sua attesa, docile e umile. Si è offerta come “serva del Signore”, pronta a dedicare la vita alla realizzazione della Parola di Dio. Questo è l’atteggiamento che noi pure rinnoviamo oggi. Attendiamo di celebrare la festa del Natale, offrendoci a Dio per donare a Gesù i nostri anni, mesi, giorni e ore. Così egli potrà ancora avere una casa qui su questa terra, in mezzo agli uomini che noi incontriamo oggi e domani. La sua casa è la nostra presenza come persone obbedienti, persone che amano ascoltando e facendo la Parola di Dio, quella che Gesù stesso ci donerà.
Padre Leonildo
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DOMENICA 11 DICEMBRE 2011
3a di AVVENTO
Doveva dare testimonianza
alla luce
I «poveri» sono i più disponibili al lieto annuncio della salvezza: sono coloro che non si fanno forti della propria sufficienza personale o della sicurezza materiale, che sono attenti all’ascolto della parola di Dio e capaci di una fedeltà semplice e solida alla sua legge. Il segreto della personalità dell’Uomo-Dio rivela un’attenzione speciale ai poveri e agli umili che hanno fede e si abbandonano a Dio, e sottolinea il capovolgimento che l’arrivo del «giorno del Signore» porterà con sé nelle strutture umane.
Dal Vangelo secondo Giovanni 1, 6-8. 19-28
In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete.
Venne un uomo mandato da Dio:
il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone
per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
Non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla luce.
Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e levìti a interrogarlo: «Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa».
Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo».
Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.
Parola del Signore Lode a te, o Cristo
Questa terza domenica di Avvento anticamente veniva chiamata “Domenica «Gaudete»”, perché il primo canto iniziava con questo invito alla gioia. Tutte le letture infatti sono un canto di gioia. Sembra quasi che la gioia di Dio voglia irrompere sulla terra e coinvolgerci tutti. La gioia di Dio è la gioia di chi sta per compiere senza ostacoli di sorta la sua opera più grande, più bella, quella con cui può manifestarsi pienamente. E infatti con la venuta di Gesù tra noi Dio manifesta la pienezza del suo amore, ci manifesta se stesso così com’è in realtà e non così come gli uomini se lo sono sempre immaginato. “Rallegratevi” perciò. La gioia di Dio è ancora più bella quando è partecipata dai suoi figli. Benché noi siamo ancora in attesa, ci rallegriamo, perché siamo certi che le promesse si compiranno. Mai infatti la Parola di Dio è rimasta fiato sprecato, mai egli ha lasciato cadere nel vuoto le sue parole.
Il brano con cui oggi Isaia introduce la prima lettura è quella rivelazione che Gesù pronuncerà a Nazaret davanti ai suoi paesani. Noi sappiamo che egli ha risollevato gli oppressi, ha dato speranza e gioia e pace a molti, e perciò sappiamo che è proprio lui colui di cui Isaia parla: su di lui si è posato lo Spirito del Signore! Egli è venuto e noi perciò ci rallegriamo. Notizia più bella non c’è. Sappiamo però, per nostra esperienza, che il peccato continua a seminare distruzione e a diffondere sofferenza e lacrime tra gli uomini. Per questo continuiamo ad attendere una nuova manifestazione della presenza del Salvatore tra noi. Egli ci ha già salvati, ma noi siamo ancora sotto l’influsso del male che ci tenta e ci vince. Abbiamo bisogno ancora di salvezza. Lo sapeva San Paolo. Egli insiste ad esortarci alla gioia, perché siamo già salvati, ma insiste a dirci anche: “Non spegnete lo Spirito, … Astenetevi da ogni specie di male”. La nostra gioia potrebbe essere offuscata da noi stessi, dalle nostre azioni o dai nostri pensieri malvagi. Certamente il tener presente sempre che Gesù è in mezzo a noi, benché invisibile, e il godere di questo, ci rende più attenti e più forti nell’evitare il male e maggiormente generosi nel compiere le opere di Dio, cioè le opere del suo amore.
Giovanni Battista conosce Gesù e la sua superiorità, come superiorità di Dio su qualunque sua creatura, come superiorità del padrone rispetto al suo servo. Egli perciò, quando viene interrogato sulla propria identità, insiste a presentarsi come un nulla, come qualcuno insignificante. Egli non è importante, eppure il suo annuncio è necessario, è già principio di salvezza, perché egli indica la presenza di colui che salva, di colui di cui tutti gli uomini hanno bisogno. Egli sa di precedere colui che è destinato a donare agli uomini l’amore di Dio. Egli prepara soltanto il terreno dissodato perché chi semina possa seminare con frutto: infatti egli battezza con acqua per purificare, cosicché la novità e la pienezza di colui “che deve venire” possa essere accolta. A questo allude l’immagine da lui usata: “slegare il laccio del sandalo”. Era il segno con cui un uomo dichiarava di accogliere come moglie una vedova rifiutata da chi aveva il diritto di prenderla in moglie. La vedova ora è il popolo di Dio, popolo rimasto senza Sposo, perché Dio non ha più chi lo rappresenta nella sua verità di Padre amoroso. Questo è ciò che farà Gesù: egli sarà un vero Sposo che dona al popolo l’amore di Dio, amore fedele e completo. Giovanni non è degno di prendere il suo posto, e nemmeno sarebbe in grado di farlo. Per questo dice “a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo”.
Colui che realizza l’amore fedele e completo di Dio per noi è lo sposo, è il motivo della gioia vera e duratura. Egli è ora presente, ma viene ancora in quelle situazioni della nostra vita in cui finora non gli abbiamo permesso di entrare. Ci prepariamo alla sua venuta, ci prepariamo a ricevere la pienezza della gioia, e perciò iniziamo a cantare con Maria il canto della fede e della speranza: “L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore”!
Padre Leonildo
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FESTA DELL’ IMMACOLATA
GIOVEDI 8 DICEMBRE 2011
È una grande festa quella di oggi: essa celebra la bellezza e la purezza della nostra Madre. Potremmo dire però che questa festa non celebra Maria, bensì la bontà e la misericordia di Dio per gli uomini, perché l’opera è tutta sua. Il Padre, in previsione dei meriti di Gesù e della sua santità, ha preparato per lui una donna che fin dall’inizio è stata libera da quel peccato in cui noi tutti ci troviamo.
Il peccato che chiamiamo «originale» potrebbe essere visto come una strada, quella che porta lontano da Dio. Adamo ha generato tutti i suoi figli e discendenti su questa strada. È la strada dell’egoismo, della ribellione, dell’individualismo. L’effetto dell’essere in questa situazione si rende evidente in ciascuno di noi: a volte inizia a manifestarsi già in tenera età con i capricci da bambini, altre volte più avanti con le prime ribellioni, non solo ai genitori, ma anche alla Parola di Dio e ai comandamenti più elementari della convivenza umana. Allora quel «peccato» comincia a diventare azioni e pensieri di cui diveniamo colpevoli. L’educazione cristiana, che ha il suo inizio e la sua forza nella grazia del Battesimo, ci abitua a rivolgerci al Padre per ritornare a lui. Ci accompagna Gesù, che ci riveste e riempie del suo santo Spirito. Egli ci riporta sulla strada dell’amore, di quell’amore che, non vivendo più per se stesso, è disposto ad offrirsi fino a soffrire la persecuzione e la morte.
Per dare al Figlio una degna accoglienza sulla terra, il Padre ha predisposto che la vergine Maria nascesse già sulla strada rivolta a lui. Per questo la chiamiamo Immacolata Concezione: è stata concepita nel grembo di sua madre senza quell’orientamento alla disobbedienza in cui ci troviamo noi. Gloria a Dio per questo! Con questo mistero noi proclamiamo la gratuità dell’amore di Dio Padre, la sua attenzione alla debolezza della nostra umanità, la sua misericordia per tutti noi.
Quando l’angelo ha preannunciato a Maria la maternità che le avrebbe sconvolto la vita e avrebbe cambiato tutti i suoi sogni e progetti, ella non si è rifiutata, nemmeno ha provato a resistere, come hanno resistito, almeno in un primo momento, i profeti. Pur presagendo la grandezza della missione che le veniva domandata e la difficoltà a portarla a compimento, reagisce con un’unica domanda: “Come avverrà questo?”. Questa domanda sta a dire semplicemente: che cosa devo fare perché ciò avvenga? In questo interrogativo rivolto all’angelo è già contenuto il suo sì, un sì pieno e disponibile che si preoccupa già di realizzare. Ella si vede piccola e povera, come di fatto era, e pensa di dover fare qualcosa di cui non è capace. Lo chiede con umiltà e semplicità. Qui ci viene presentata la purezza del cuore di Maria, una purezza di cuore che le permette di dire con sicurezza: “Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola”.
Contemplando Maria Immacolata ringraziamo il nostro Dio, perché in essa vediamo il suo amore fedele. Amando Maria Immacolata amiamo il disegno di Dio di salvare tutti, e perciò non condanniamo nessuno e non portiamo odio contro nessuno. Supplicando Maria Immacolata chiediamo al Padre di liberare il nostro cuore da ogni peccato che ci disturba e crea disordine. Onorando Maria Immacolata ci
offriamo a Dio Padre perché anche in noi continui la purificazione dell’umanità da ogni disobbedienza e da ogni idolatria.
di Maria, una purezza di cuore che le permette di dire con sicurezza: “Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola”.
Contemplando Maria Immacolata ringraziamo il nostro Dio, perché in essa vediamo il suo amore fedele. Amando Maria Immacolata amiamo il disegno di Dio di salvare tutti, e perciò non condanniamo nessuno e non portiamo odio contro nessuno. Supplicando Maria Immacolata chiediamo al Padre di liberare il nostro cuore da ogni peccato che ci disturba e crea disordine. Onorando Maria Immacolata ci offriamo a Dio Padre perché anche in noi continui la purificazione dell’umanità da ogni disobbedienza e da ogni idolatria.

DOMENICA 4 DICEMBRE
2a di AVVENTO
Preparate la via del Signore
Giovanni Battista, nel compiersi del tempo messianico, invita ad esprimere, attraverso un segno che non è soltanto cerimoniale, la volontà di conversione e la speranza dei tempi nuovi, caratterizzati dall’effusione dello Spirito Santo. “Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo”.
Dal Vangelo secondo Marco 1, 1-8
Raddrizzate le vie del Signore.
Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio. Come sta scritto nel profeta Isaìa: «Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero: egli preparerà la tua via. Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri», vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati.
Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».
Parola del Signore Lode a te, o Cristo
San Pietro ci parla della venuta del giorno del Signore. E quel giorno vedrà la distruzione di tutto ciò su cui si posa la nostra sicurezza: “I cieli spariranno” e “la terra, con tutte le sue opere, sarà distrutta”. È un giorno che verrà quando il Signore vorrà: egli attende ancora, grazie alla sua magnanimità, per darci tempo, perché vuole che noi siamo trovati pronti, e quindi che ci possiamo pentire. I segni della possibilità di questo giorno continuano a farsi vedere e sentire; di quando in quando infatti alcuni eventi terrificanti ci ricordano questo avvertimento. L’apostolo non ci vuole spaventare, ma ci vuol dare un motivo in più per continuare il nostro impegno a condurre una vita santa. Noi sappiamo che questi eventi accadranno, e perciò ci impegniamo “nella santità della condotta e nelle preghiere”. Quando verrà il suo giorno Dio ci deve trovare “in pace, senza colpa e senza macchia”.
L’impegno del credente a condurre una vita santa è l’esortazione del profeta Isaia a “preparare la via al Signore”. Egli viene davvero, viene portando il premio per coloro che lo attendono. Viene come un pastore che si cura delle sue pecore, viene per far godere agli uomini il fatto di essere stati perdonati dei loro peccati. Quando verrà? E come verrà?
La «venuta» del giudizio e della salvezza di Dio è un fatto concreto. Ecco, ne parla Giovanni quando battezza nel deserto. Giovanni ci aiuta ancora a prepararci ad accogliere il Salvatore che viene. Egli ci aiuta a vivere un Avvento forte e serio. In queste settimane ci disponiamo a ricominciare il cammino della fede, e lo ricominciamo con la “conversione per il perdono dei peccati”. Convertirci significa sostituire i nostri pensieri e i nostri desideri con quelli di Dio. I nostri pensieri e desideri, orientati alle cose che passano, ci allontanano dal cuore di Dio, che è solo amore. Dobbiamo accogliere invece i pensieri e desideri di Dio, del Padre: ciò significa iniziare a essere figli obbedienti. Da soli non riusciremo, perché è necessario mettere in noi uno spirito nuovo. Ciò avverrà quando sarà con noi il Figlio, che porta in sè lo Spirito di Dio. Egli ce lo darà, ci rivestirà e ci riempirà di esso. Giovanni Battista vuole che ci rendiamo conto di essere peccatori, distanti dal cuore del Padre, e che con umiltà ci facciamo aiutare ad accogliere colui che viene. “Fate di tutto” ci dice San Paolo “perché Dio vi trovi in pace, senza colpa e senza macchia”.
Confessare i peccati e ricevere il perdono è ciò che ci deve occupare in queste settimane prima del Natale. Dove accoglieremo il Signore che viene? In un cuore egoista? In una casa colma di peccati? No, gli prepariamo un ambiente degno di lui. Prima di tutto vediamo se abbiamo di che chiedere perdono: disobbedienze alla sua parola, comportamenti egoistici, azioni, parole e pensieri che lui non può condividere. Non chiediamo perdono soltanto per ciò di cui la nostra coscienza ci rimprovera, ma per ciò di cui lui potrebbe rimproverarci. Il perdono lo chiediamo a lui nel profondo del nostro cuore, ma, perché sia vero e fruttuoso, lo chiediamo a lui anche manifestando il nostro peccato ad uno dei suoi ministri. Il popolo confessava i suoi peccati a Giovanni, noi li confessiamo, per convertirci, a coloro che Gesù stesso ha incaricato del compito di assicurare il suo perdono. Baderemo anzitutto che il nostro confessare i peccati non sia soltanto raccontare quel che abbiamo fatto desiderando il perdono, bensì desiderando di ricevere forza per cambiare. Gesù viene per immergerci nello Spirito Santo, per riempirci del suo Spirito. Noi liberiamo il nostro cuore del nostro peccato per accogliere la novità di vita che egli intende donarci.
La venuta del “Giorno del Signore” non ci spaventerà, ma ci riempirà di gioia! Se siamo pronti, col cuore libero dal male, sarà motivo di consolazione per noi e per tutti coloro che soffrono e piangono.
Padre Leonildo
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DOMENICA 27 NOVEMBRE
1a di AVVENTO
Quello che dico a voi
lo dico a tutti: Vegliate !
Dio viene improvviso è chiaro allora quale deve essere il nostro giusto atteggiamento: fidarci di Dio, disporre la nostra vita nella linea del servizio e della collaborazione al suo progetto; non arroccarci in ciò che è vecchio e collaudato; essere pronti alla perenne novità di Dio; non dormire, ma vegliare con amore per riconoscerlo nella sua continua venuta (vangelo). «Quando verrà di nuovo nello splendore della sua gloria» (I pref. dell’avvento), quando avrà termine la nostra avventura di «poveri», ci sarà svelato il vero volto e ci sarà data la piena comunione di vita con il nostro Dio, il Padre del Signore Gesù Cristo.
Dal Vangelo secondo Marco 13, 33-37
Vegliate: non sapete quando il padrone di casa ritornerà.
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare.
Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati.
Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!».
Parola del Signore Lode a te, o Cristo
“Se tu squarciassi i cieli e scendessi”! (Is. 63,19). Queste parole potrebbero esprimere e riassumere tutti i sentimenti che si muovono nel cuore dei credenti, spettatori di gravi crisi e di situazioni peccaminose da parte del popolo. I peccati attirano gravi castighi su tutti e su ciascuno, o, se non piace la parola castigo, portano conseguenze che generano sofferenze tremende e morte. Di questo parlava ai suoi contemporanei il profeta Isaia, ma altrettanto possiamo dire noi oggi. Ovunque volgiamo lo sguardo diventiamo testimoni di gravi disobbedienze a Dio, datore di vita e fonte di fraternità. Vediamo dunque non solo omicidi e suicidi, ma anche la propaganda dell’aborto e delle divisioni familiari, ingiustizie palesi nei tribunali con corruzione dei giudici, inganni dei poveri con lo scopo di arricchire, furti e frodi a piccoli e grandi livelli, disprezzo degli uomini e delle donne nella loro sessualità, sfruttamento dei piccoli per il piacere dei grandi, e altre violenze di ogni tipo. Sono tutti peccati e allo stesso tempo castighi, o sofferenze causate dai peccati. Quanto dice Isaia è applicabile ai nostri giorni. La situazione è talmente grave che nessuno sa come rimediare. L’unico rimedio può venire dall’alto: e il rimedio è la venuta stessa di Dio, il Dio della pace e della giustizia, il Dio che ama i piccoli e i poveri che confidano in lui. “Se tu squarciassi i cieli e scendessi”! Dio deve venire per insegnare di nuovo agli uomini la via della giustizia e della pace, deve venire per perdonare le disobbedienze e per rimediare ai danni arrecati dai peccati. Se egli viene, la nostra situazione potrà rinnovarsi e noi potremo riprendere fiato, e amore alla vita.
Gesù nel vangelo ci assicura della sua venuta: Dio ama gli uomini e non li abbandona! Essi però devono stare attenti, essere pronti. Sarebbe un guaio se egli ritornando non trovasse nessuno pronto ad accoglierlo. Egli viene, ma chi se ne accorge? Non verrà in modo da imporsi, in modo da costringere gli uomini annullando il dono della libertà che ha loro donato. E come essere pronti? Il Signore suggerisce un modo semplice: ognuno ha ricevuto un compito, un servizio per gli altri; chi si dedica con generosità al servizio ricevuto, ecco, allora, quando egli verrà, non sarà trovato addormentato.
San Paolo gode del fatto che i cristiani, anche quelli della grande città di Corinto, così piena di peccati, hanno ricevuto molti carismi, molti doni da mettere a servizio gli uni degli altri. Questi doni, materiali e spirituali, se esercitati, terranno tutta la comunità e i singoli credenti pronti ad accogliere il Signore quando verrà. Da lui stesso poi verrà la forza della perseveranza per portare a termine il nostro compito qui sulla terra ed essere preparati per il cielo.
Iniziamo il tempo di Avvento del nuovo ciclo liturgico ascoltando queste esortazioni. Riconosciamo di aver bisogno continuo della venuta e della presenza del Signore. Siamo peccatori, abbiamo deviato dalla strada della verità e della comunione con Dio, abbiamo accumulato errori che impediscono ai nostri occhi di vedere e al nostro cuore di amare. Innalzeremo di continuo il grido del profeta: “Se tu squarciassi i cieli e scendessi” !
Ravviveremo il desiderio di incontrare di nuovo il nostro Dio per cambiare la nostra vita secondo i suoi insegnamenti. Ci prepariamo così all’incontro con lui, sia all’incontro della fine dei tempi, sia alla sua continua venuta in questo tempo che ancora ci mette alla prova. Ci prepariamo con desideri rinnovati e santi per vivere un Natale degno di colui che viene, in modo che egli si possa sentire accolto. La festa che faremo sarà per lui e non per coltivare di nuovo il nostro egoismo e la nostra superficialità!
“Se tu squarciassi i cieli e scendessi” !
Padre Leonildo
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DOMENICA 20 NOVEMBRE
FESTA DI CRISTO RE
Venite benedetti del Padre mio
Dal Concilio Vaticano II leggiamo: “Il Verbo di Dio, per mezzo del quale tutto è stato creato, si è fatto egli stesso carne, per operare, lui, l’uomo perfetto, la salvezza di tutti e la ricapitolazione universale. Il Signore è il fine della storia umana, “il punto focale dei desideri della storia e della civiltà”, il centro del genere umano, la gioia d’ogni cuore, la pienezza delle loro aspirazioni. Egli è colui che il Padre ha risuscitato da morte, ha esaltato e collocato alla sua destra, costituendolo giudice dei vivi e dei morti. Nel suo Spirito vivificati e coadunati, noi andiamo pellegrini incontro alla finale perfezione della storia umana, che corrisponde in pieno col disegno del suo amore: “Ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra” (Ef 1,10) (Gaudium et spes n. 45).
Dal Vangelo secondo Matteo 25,31-46
Siederà sul trono della sua gloria e separerà gli uni dagli altri.
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra.
Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”.
Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.
Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”.
Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”.
E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».
Parola del Signore Lode a te, o Cristo
Terminiamo l’anno liturgico fissando lo sguardo sul Signore che è venuto, ci ha accompagnato, e ci attende là dove arriveremo tutti alla fine. Infatti Gesù ci parla del suo ritorno, un ritorno “nella gloria”. Questa volta egli ci assicura che la sua gloria non sarà nascosta nei cieli, ma si manifesterà davanti a tutti i popoli, che da lui verranno riuniti, osservati e giudicati. Il suo insegnamento è in forma di parabola diretta ai discepoli. Quali insegnamenti possono trarne i discepoli?
Anzitutto essi devono imparare che non ci sono differenze tra il loro popolo ebraico e gli altri popoli, e nemmeno tra i popoli che, in futuro, si riconosceranno nel cristianesimo e quelli che professeranno altre religioni: alla fine tutti si troveranno davanti allo stesso Giudice. Essere ebrei non darà alcun vantaggio. Essi ricorderanno sempre che nemmeno l’essere cristiani non darà vantaggio, se non vivranno davvero amando come lui ha amato.
Imparano inoltre che il Giudice finale nel suo giudizio non si baserà sulle nozioni di bene e di male, ma soltanto sul bene compiuto verso di lui. Chi avrà compiuto un atto di amore verso di lui avrà il premio. Chi non avrà compiuto il bene verso di lui non potrà ricevere il premio. Il premio è la vita eterna. Chi non riceve il premio rimane privo della vita eterna, cioè privo della gioia e della felicità.
Per compiere il bene verso il Giudice, che è anche Re, non serve altro che guardarsi attorno per cercare di alleviare le sofferenze che affliggono chi ci circonda. Queste sofferenze sono raggruppate in sei ambiti, come a dire quasi la totalità di ciò che pesa sulle spalle degli uomini. La settima sofferenza, per la quale nessuno potrà impegnarsi ad avere compassione, sarà quella di chi rimane privo della vita eterna perché non si è fatto carico delle pene altrui.
Le sofferenze sono fisiche, come la fame e la sete, la nudità e la malattia, ma anche di relazione, come la prigionia o l’essere straniero. Queste sofferenze degli uomini sono sofferte tutte dal Re stesso. Egli ama i suoi «sudditi», che sarebbe più esatto chiamare figli: per questo ogni gesto di amore rivolto a loro viene da lui percepito come rivolto a sé, e ogni rifiuto di amore a loro è da lui vissuto come un rifiuto della sua persona.
Una parabola questa che ci lascia tutti impegnati ad amare. “Il Figlio dell’uomo che verrà nella sua gloria e tutti gli angeli con lui” altri non è che Gesù stesso. Noi, che lo conosciamo, godiamo di un grande dono, che diventa una grande responsabilità. Abbiamo visto infatti il suo amore e così abbiamo da lui stesso imparato a donare un amore perfetto a tutti. L’amore perfetto non è quello che si occupa soltanto delle sofferenze del corpo, ma pure delle privazioni di affetto, di comprensione, di attenzione all’anima. L’amore pieno e completo si occupa anche e soprattutto delle sofferenze causate dal peccato, e perciò cerca di aiutare a perdonare e a chiedere perdono sia a Dio che ai fratelli. L’amore vero offre aiuto ad obbedire a Dio Padre e ad accogliere il Figlio suo come salvatore amico e fratello.
Questa parabola di Gesù riassume molti suoi insegnamenti e raccoglie molti avvertimenti. Non vivere egoisticamente, perché ti daresti la zappa sui piedi: chi vive egoisticamente si priva della vita eterna. Tieni gli occhi aperti, non per sfruttare la situazione a tuo vantaggio, bensì per incontrare il cuore dell’altro come fratello: sarai certamente ricompensato con una benedizione eterna. Non preoccuparti del premio: c’è chi osserva tutto e tiene conto del tuo amore, non importa a chi è diretto e non importa se tu stesso non ti accorgi di amare.
Gesù si comporta e si comporterà da vero re, re dell’universo, re dell’universo dell’amore. Ogni atto di amore è a lui gradito perché viene da quell’amore che egli ha portato sulla croce ed effuso dalla croce. In tal modo egli trasforma il mondo, anzi, l’universo, in un regno di amore, e perciò di festa e di gioia per tutti!
Padre Leonildo
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DOMENICA 6 NOVEMBRE 2011
32a TEMPO ORDINARIO
Vegliate dunque, perché
non sapete né il giorno né l’ora
La Chiesa primitiva ha insistito: bisogna tenersi sempre pronti per il ritorno del Signore. In questo clima di attesa di una imminente venuta del Signore vanno letti i temi delle ultime pagine del vangelo di Matteo. Si tratta dei temi della preparazione alla parusia (dieci vergini), dell’essere fedeli a Dio anche nelle minime responsabilità (talenti), della vigilanza attiva, intesa soprattutto come un venire incontro alle necessità dei fratelli (giudizio).
Dal Vangelo secondo Matteo 25,1-13
Ecco lo sposo! Andategli incontro!
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono.
A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”.
Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”.
Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».
Parola del Signore Lode a te, o Cristo
Cercare il Signore, essere pronti per lui, investire per il regno dei cieli: questi i temi proposti dalle letture di oggi. Il salmo responsoriale esprime un nostro desiderio profondo: “O Dio, tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco, ha sete di te l’anima mia, desidera te la mia carne”! E la prima lettura, dal libro della Sapienza, risponde a questo desiderio. Dio stesso viene in cerca di noi! Egli viene pensato come “la sapienza”, mettendo in luce con questo termine uno dei frutti della sua presenza nella nostra vita. Questa sapienza “si lascia trovare da quelli che la cercano”, ed è preziosa, perché arricchisce la vita di coloro che la incontrano e che non cercano altro che lei.
Nella parabola di Gesù, le persone che vogliono incontrare il loro Dio sono paragonate alle vergini che attendono lo sposo per partecipare alla sua festa di nozze e formare il corteo con cui egli va a incontrare la sua sposa. Tutte vogliono essere partecipi alla festa, ma non tutte allo stesso modo. Alcune di esse si preparano, non vogliono dedicarsi a nient’altro, non hanno null’altro più importante da fare. Alcune invece hanno riempito il loro tempo, e quindi il loro cuore, con quella superficialità, che le ha distolte dal pensare all’incontro con lo sposo. Quando questi arriva esse non sono pronte e non hanno più tempo e modo di prepararsi. L’incontro con lo sposo della parabola e la ricerca della sapienza della prima lettura vogliono aiutarci a pensare in modo serio alla nostra vita. Essa è preziosa, è un grande dono, perché siamo destinati all’eternità: va perciò vissuta con serietà.
San Paolo ci parla di Gesù che muore e risorge per precederci e accoglierci nella sua gioia, che è quella di Dio Padre. La nostra vita qui ora è la preparazione di una vita di cui non conosciamo nulla, ma che sappiamo essere piena e gloriosa, come la vita che Gesù ha ricevuto nella risurrezione. Egli stesso ci verrà incontro per accoglierci. Egli stesso ci introdurrà alla sua festa. Non possiamo che continuare a desiderare questo incontro. Penseremo sempre ad esso, così da predisporci. Ogni nostra attività riceverà forza e luce da questo desiderio. La nostra vita non sarà vuota, non andremo in cerca di altro significato per ciò che facciamo e per le esperienze che viviamo, perché tutto sarà in vista di quell’incontro definitivo.
Attorno a noi molte persone non sanno perché faticano, perché lavorano, perché si muovono. Questa mancanza di significato di ciò che si vive crea dissipazione, malcontento, delusione, vuoto e solitudine. Noi, con il nostro orientamento sicuro a voler cercare la sapienza e ad incontrare lo Sposo, siamo di aiuto ai nostri fratelli. La nostra certezza e la nostra consolazione saranno per tutti un aiuto a vedere al di là, ad alzare lo sguardo oltre ciò che passa.
Noi stessi però dobbiamo tenerci pronti, vegliare, essere protesi a colui che deve venire. La sua venuta è sicura, benché nulla sappiamo dei tempi e luoghi da lui scelti per incontrarci. La sua venuta non dev’essere uno spauracchio per noi, perché egli viene per donarci la pienezza del suo amore, per introdurci alla festa eterna. Lo attendiamo con amore e con gioia: è l’unico modo che ci tiene svegli e preparati.
Padre Leonildo
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DOMENICA 23 OTTOBRE
30a TEMPO ORDINARIO
Amerai il Signore tuo Dio…
Ognuna di queste domande ha ricevuto da Gesù una risposta essenziale: il primo comandamento è di amare Dio, e il secondo, che gli è simile, è di amare gli uomini. Non si può, dunque, pensare che l’entrata di Dio in una coscienza provochi l’esclusione dell’uomo (vangelo). Anzi, i testi più sicuri del messaggio dell’Antico Testamento e di Gesù ci portano a credere con certezza che l’incontro con Dio rinnova e perfeziona l’attenzione e la sollecitudine verso gli uomini (prima lettura).
Dal Vangelo secondo Matteo 22,34-40
Amerai il Signore tuo Dio, e il tuo prossimo come te stesso.
In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?».
Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».
Parola del Signore Lode a te, o Cristo
È facile usare la parola amare. È facile, e viene usata spesso. Che cosa significa amare? Possiamo dare molte risposte, ma nessuna è più valida dell'azione. Le parole possono tacere per lasciar parlare i gesti concreti. Vediamo una mamma che nella notte si alza più volte a curare il suo bambino che piange, e non si lamenta. Osserva uno sposo che tutti i giorni alla Casa di riposo per imboccare la moglie invalida. Guarda il figlio che attende il papà ubriaco, lo accompagna con delicatezza e nasconde a tutti quanto è accaduto. Considera un fratello che, dimenticato all'epoca della divisione dei beni, invita alla festa fratelli e sorelle, senza fare osservazioni o presentare lamentele. Vedi quel giovane che continua il servizio volontario alla mensa dei poveri, mentre lo deridono e gli fanno dispetti. Puoi continuare tu… Anche la prima lettura ci ha dato alcuni esempi concreti di amore esercitato nell'attenzione ai poveri.
Hai osservato e hai visto l'amore. Hai visto gente che sa amare. Chi amano queste persone? Amano i loro parenti? Amano i poveri? Si e no: alcuni di questi gesti di amore continuato non si spiegano dicendo semplicemente che è amore agli uomini. La fedeltà e la perseveranza di queste azioni esistono soltanto perché sono sostenute dall'amore a Dio.
Amore a Dio e amore agli uomini: sono due amori che si sovrappongono. L'uno non è possibile senza l'altro. Per questo, quando Gesù è stato interrogato sul più grande dei comandamenti non ha potuto dire solo il primo, ma ha aggiunto subito il secondo.
Il più grande e primo dei comandamenti è amare Dio con tutto il cuore. È il comandamento che dovrebbe contenere tutta la nostra vita, e darle pienezza e completezza. Chi ama Dio con tutto il cuore risponde all'amore che ha ricevuto e sta continuamente ricevendo. Dio è amore, ci dice san Giovanni. Se lo vuoi incontrare, lo puoi trovare soltanto sulla strada dell'amore.
Come faccio a sapere se amo Dio? "Chi mi ama osserva i miei comandamenti" ha detto Gesù. Chi ama Dio osserva la sua parola, e la parola di Dio continua a "comandare" l'amore agli uomini. Tutti i comandamenti indicano aspetti dell'amore al prossimo nei vari ambiti di vita: onorare i genitori, rispettare la vita di tutti, godere della sessualità non seguendone gli impulsi, ma per donarsi in un amore fedele, rispettare ciò che è nelle mani altrui e i loro impegni e la loro vocazione, non discostarsi mai dalla verità, coltivare i desideri che non portano alle cose o ai sentimenti passeggeri. L'amore del prossimo ha sfaccettature e sfumature infinite, perché è lo sviluppo dell''amore di Dio Padre: un amore che vuole essere presente in modo diverso in ciascuno dei miliardi di uomini del pianeta, e da ognuno vuole rivolgersi a molti altri in modi altrettanto diversi e personalizzati. L'amore del prossimo è testimonianza e rivelazione dell'amore di Dio. Se ami gli uomini, benché le tue possibilità siano limitate, puoi dire di onorare e adorare e rivelare veramente il tuo e loro Padre.
Ma come amare il prossimo? Per riuscire ad amarlo anche quando sei stanco, e anche quando ricevi ingratitudine come risposta, per riuscire a donare amore con fedeltà e con mitezza, per riuscire ad amare con umiltà in modo da non vantarti nè inorgoglirti della tua capacità di amare, per tutto questo devi amare Dio. E devi ricordare che il tuo amare Dio è solo una debole e flebile risposta a quell'amore che da lui ricevi.
Amare Dio non significa amare uno sconosciuto, ma amare mio Padre! Questo lo devo ricordare sempre: Dio è mio Padre, ha voluto che io venissi al mondo e mi ha coperto con le sue attenzioni. Anche qualora la mia vita fosse immersa nella sofferenza, so che Dio è mio Padre e ha già dato un significato e un valore a quanto mi succede: mi dà occasione di esercitare un amore più grande e forte. Amare Dio con tutto il cuore comporta non dividere le possibilità del mio cuore. Tutte le persone vengono dopo di lui. Agli uomini darò non l'amore che avanza, ma quell'amore che Dio stesso mi incarica di donare. Ogni mio sentimento e gesto e azione di amore sarà un'obbedienza al mio Dio e Padre, e sarà quindi una sua benedizione. Un aspetto e un dono grande di amore è perciò l'annuncio della Parola di Dio, del vangelo. San Paolo si vanta di aver annunciato il Vangelo e gode che anche i suoi cristiani lo facciano: è amore a Dio ed è il più grande amore al prossimo!
Padre Leonildo
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DOMENICA 16 OTTOBRE 2011
29a TEMPO ORDINARIO
… e a Dio quello che è di Dio
Emerge chiaro dalla risposta di Gesù ai farisei, che ciò che a lui importa è il regno di Dio. Questo è l’unico assoluto da ricercarsi. Gesù è venuto a predicare il regno: questa è la realtà fondamentale e discriminante. Di fronte a questo annuncio tutto passa in secondo piano. Con questo, Gesù non vuol negare la funzione di Cesare, ma vuol colpire i suoi avversari che non hanno compreso la sua missione e dimenticano la questione decisiva.
Dal Vangelo secondo Matteo 22,15-21
Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio.
In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi.
Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?».
Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare».
Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».
Parola del Signore Lode a te, o Cristo
Dio non è presente solo nel cuore di chi confida in lui e di chi crede nella sua presenza, egli è colui che guida la storia di tutta l’umanità. Persino chi non lo ha mai conosciuto e mai ascoltato, persino quei popoli che si mettono e si sono messi contro il popolo di Dio e contro i credenti, persino essi sono nelle sue attenzioni. Egli guida anche la loro storia. Le loro divinità sono solo frutto di fantasia, non realizzano nulla. Il profeta Isaia è cosciente di questa verità e osserva perciò gli avvenimenti con lo sguardo del credente: l’unico Dio, il Dio di Abramo, è il vero protagonista che guida le decisioni dei re o si serve di loro per realizzare i suoi imperscrutabili disegni. Il re persiano Ciro, col suo inatteso editto del 538 a.C., aveva permesso agli ebrei, deportati a Babilonia, di tornare a Gerusalemme dopo 49 anni dalla sua distruzione. Questa decisione del re pagano non può che essere opera di Dio, e Ciro, quindi, suo inconsapevole servitore. Non ci deve essere dunque, da parte degli ebrei, alcuna preclusione, nessun pregiudizio nei confronti delle autorità pagane: sono tutte nelle mani di Dio, che è al di sopra anche di loro.
L’episodio evocato dalla prima lettura fa da sfondo alla risposta di Gesù ai farisei. Essi infatti, lo vogliono mettere alle strette perché parli a propria condanna. Lo interrogano riguardo alle tasse. Queste sono comandate e riscosse dall’imperatore di Roma, pagano e nemico del popolo. Se Gesù dicesse che non è lecito pagarle, si rivelerebbe ostile a lui, e potrebbe quindi essere denunciato. Se dicesse che le tasse si devono pagarle, si renderebbe odioso a tutta la gente e, soprattutto, legittimerebbe un pagano ad avere autorità sul popolo di Dio: perderebbe ogni positivo influsso sulle folle. Gesù, ricordando come Ciro è stato guidato da Dio a prendere decisioni a favore del popolo d’Israele, non vede impedimenti a versare le tasse all’imperatore: anche la sua autorità è soggetta a quella di Dio. Egli perciò risponde ai suoi interlocutori sapendo di non poter essere smentito. Le tasse sono una restituzione: il popolo si serve della moneta dell’imperatore, cioè svolge i propri commerci grazie a tutta una rete di opere realizzate dall’impero, benché pagano. Gli interlocutori stessi di Gesù tengono nelle loro borse la moneta imperiale, nonostante porti la figura dell’imperatore e una scritta che per essi è chiaramente blasfema: “Tiberio Cesare, figlio del Dio Augusto”. Essi si dimostrano così idolatri. “Rendete a Cesare” dice Gesù: disfatevi della moneta imperiale, se volete essere liberi. Il denaro rende schiavi, è un padrone che si mette al posto di Dio Padre. A lui va dato tutto quello che gli appartiene: “E a Dio quello che è di Dio”. Se diamo a Dio quello che è di Dio, non ci resta più nulla, nemmeno la nostra vita, perché di Dio è la terra e tutto ciò che contiene (Sal 24,1). La nostra stessa vita è di Dio, come il denaro è di Cesare, perché è lui che “plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita” (Gen 2,7), tanto che è impressa su di noi “la luce del tuo volto” (Sal 4,7).
La risposta di Gesù non è opposizione alla politica, non è rassegnazione né è giustificazione per i vari «Cesare» del mondo. Egli ci vuole figli di Dio, donati del tutto a lui come egli stesso è, da quando Maria e Giuseppe lo hanno offerto nel tempio (Lc 2,22). Adesso che Gesù è con noi, noi siamo in grado di dare a Dio ciò che è suo: senza di lui non saremmo capaci.
Quando noi ci saremo donati a Dio, non avremo difficoltà nemmeno a pagare le tasse, perché non ci lasceremo dominare dal denaro: esso è sempre quel mammona che vuole occupare il nostro cuore, escludendo l’amore obbediente al Padre. Noi non serviamo a due padroni, ci ha anche detto Gesù. Quello che vogliamo servire è Dio, che ci ricopre con il suo amore e non ci lascia mancare nulla, come un Padre. La vita del cristiano diventerà gioia per molti, come la vita dei cristiani di Tessalonica, di cui tesse l’elogio San Paolo. Egli rende sempre grazie a Dio, perché la loro fede è ricca di frutti di amore, esercitato anche con fatica. E la loro speranza li riempie di sicurezza e di pace. Così noi, quando riconosciamo che noi stessi e tutto ciò che possediamo è di Dio. La nostra vita, ricca di frutti di amore, sarà un bene prezioso anche per la comunità nazionale, benché questa possa essere governata da persone non credenti.
Padre Leonildo
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DOMENICA 9 OTTOBRE 28a TEMPO ORDINARIO
La festa di nozze è pronta
Il disegno di riunione di tutte le nazioni si realizza in Cristo. Dio vuole operare questo raduno attraverso il popolo eletto, già precedentemente destinato nei piani di Dio ad essere lo strumento privilegiato del raduno universale. Ma il rifiuto di Israele lo priva del suo privilegio, e la riunione universale si farà attorno al Cristo crocifisso che risuscita dai morti.
Dal Vangelo secondo Matteo Mt 22,1-14
Tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze.
In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse:
«Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire.
Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.
Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali.
Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».
Parola del Signore Lode a te, o Cristo
Un banchetto ricco e gioioso! Isaia profeta annuncia una festa grandissima perché si vedrà sparire ogni motivo e ogni segno di tristezza: scomparirà addirittura la morte! Il banchetto che viene preparato e offerto perciò è ricco e gioioso come non mai. È l’opera che Dio promette, dono che manifesta la sua benevolenza verso il suo popolo, nonostante l’ignominia di cui si è macchiato e continua a macchiarsi.
Gesù riprende l’immagine del banchetto per formulare la sua parabola. Questa è indirizzata ai capi dei sacerdoti e ai farisei, a quelle persone cioè che hanno già manifestato ostilità nei suoi riguardi. È importante conoscere i destinatari della parabola, per poterne cogliere il significato principale. La festa di nozze è offerta da un re per suo figlio: è significativo che non venga nominata la sposa. Parlando di un re che prepara il banchetto per celebrare le nozze, Gesù fa comprendere che siamo nei tempi del Messia, il Re figlio di Dio! A queste nozze sono chiamati coloro che sono già invitati. È chiara l’allusione: gli invitati al banchetto sono i membri del popolo d’Israele, popolo amato da Dio come una sposa è amata dal suo sposo: così affermano le Scritture. Ora essi vengono chiamati: ciò significa che è arrivato colui che realizza l’amore sponsale di Dio, è arrivato lo sposo, il Messia. Come mai gli invitati non vogliono partecipare? A loro il Messia non interessa, non lo vogliono riconoscere, non accettano che Dio li ami attraverso di lui, ritengono di poter vivere senza Dio e senza il suo amore.
Gli interlocutori di Gesù devono capire che sono proprio essi che, rifiutando lui, rifiutano l’invito di Dio. Essi hanno deciso la sua morte e attendono soltanto il momento propizio per eseguirla. Il Signore accenna anche a questo, per aiutarli a riconoscersi in coloro che meritano la distruzione della loro città. L’invito a nozze diventa così, a causa del rifiuto, l’occasione dell’annuncio di grandi sofferenze.
La parabola continua: Dio non si lascia condizionare dal rifiuto del suo popolo. Egli il suo amore vuole comunque esercitarlo, il suo banchetto vuole venga goduto: se non lo godrà il suo popolo, lo godranno gli altri popoli. “Andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete invitateli alle nozze”. Il rifiuto del popolo d’Israele dà a Dio l’occasione di invitare tutti gli altri, di mostrare e donare il suo amore a tutti gli uomini, quelli che finora sono stato esclusi dalla sua presenza. Questi, “buoni e cattivi”, accettano e accolgono l’invito. Fuori parabola: i peccatori e i pagani accoglieranno l’inviato di Dio, accoglieranno Gesù. Alcuni indizi erano già accaduti: la fede del centurione di Cafarnao, quella della donna Cananea e l’accoglienza dei samaritani avevano già lasciato capire che i pagani erano pronti a dare la loro adesione al Signore. È quanto possiamo osservare anche oggi. Assistiamo talora alla conversione di persone di altre fedi che, conoscendo Gesù, iniziano una vita nuova con gioia e fortezza, nonostante il pericolo di persecuzione e rifiuto. Mentre assistiamo impotenti alla defezione di molti che abbandonano la Chiesa, altri arrivano ad essa testimoniando di aver trovato la vita e la pace in quel Signore che nella Chiesa possono servire a adorare.
La parabola di Gesù continua con un’aggiunta che pare indirizzata ai nuovi credenti più che ai farisei e agli scribi. Questa aggiunta riguarda coloro che accettano l’invito alle nozze. Come sei entrato? Tu che hai accolto Gesù salvatore, come l’hai accolto? Hai indossato l’abito nuziale che ti viene dato entrando, o sei entrato con il tuo vestito? È cambiata la tua vita quando hai accolto Gesù, o sei rimasto quello che eri? Hai deposto i tuoi vizi e i tuoi egoismi per indossare umiltà e obbedienza, amore e fedeltà? Hai deposto il tuo orgoglio per accogliere nella tua mente e nel tuo cuore ciò che la Chiesa ti propone? Se tu vuoi conservare le tue credenze, le tue varianti al credo della Chiesa, le tue abitudini di divertimenti egoistici e di piaceri carnali, se tu non accetti che nella tua vita compaia la croce, non puoi restare al banchetto: hai rifiutato il dono che Dio ti ha fatto, lo stai offendendo col tuo giudizio: egli non ti può rendere felice, se hai rifiutato la fonte della gioia.
“Il Padre del Signore nostro Gesù Cristo illumini gli occhi del nostro cuore per farci comprendere a quale speranza ci ha chiamati”. Alleluia!
Padre Leonildo
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DOMENICA 2 OTTOBRE
27a TEMPO ORDINARIO
Mandò i suoi servi dai contadini
a ritirare il raccolto
L’immagine della storia di Israele e il suo misterioso destino richiamano anche noi, oggi, al mistero di una elezione che per colpa dell’uomo si cambia in riprovazione, mentre emergono e si fanno avanti nuovi eletti, nuovi predestinati. Nessuno di noi cristiani si sente al di fuori di questo tremendo e insondabile mistero perché la vicenda del popolo eletto si può ripetere nella storia e nella coscienza di ciascuno di noi, in quanto l’elezione da parte di Dio esige sempre una fedele risposta personale.
Dal Vangelo secondo Matteo 21,33-43
Darà in affitto la vigna ad altri contadini.
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo:
«Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.
Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo.
Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero.
Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?».
Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».
E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:“La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”?
Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».
Parola del Signore Lode a te, o Cristo
Le parole di San Paolo ai Filippesi sono un dono gradito. “Non angustiatevi per nulla”: motivi di angustia, di paura, di preoccupazione ne avevano i Filippesi, e ce ne sono sempre, a vari livelli. Ci sono pericoli continui per la nostra vita e per la nostra fede, per la comunione con i fratelli, per la pace nelle famiglie, per la libertà. Quante tensioni e quanti timori! Come facciamo a non angustiarci? Anche Gesù aveva detto ai suoi, proprio un momento prima di recarsi per l’ultima volta nell’Orto degli Ulivi: “Non sia turbato il vostro cuore”. E aveva continuato: “Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me”. Dio è sempre presente ed è sempre Padre, e Gesù stesso è sempre con noi, egli che è Figlio di Dio! Se ci angustiassimo recheremmo offesa al Padre e a Gesù, alla loro presenza e alla loro promessa. Che fare quando ci sono situazioni che ci spaventano e ci mettono ansia? Rinnoveremo la fede, riprenderemo la certezza della presenza amorosa di Dio, che ha in mano la nostra storia. Metteremo davanti a lui la nostra situazione di sofferenza “con preghiere, suppliche e ringraziamenti”. Dio ascolta, Gesù prende le nostre preghiere e le presenta al Padre. Le nostre preghiere devono essere completate dai ringraziamenti, segno evidente che non dubitiamo di essere amati, di essere ascoltati, di essere già esauditi. Se Dio è Padre, e noi lo crediamo, sappiamo che egli “già ci ama”, come ebbe a dire Gesù: ciò significa che non saremo mai capaci di precedere il suo amore con le nostre preghiere. Le nostre preghiere servono più a noi che a lui, servono a noi per rafforzarci nel nostro abbandono fiducioso a lui, per manifestare il nostro amore confidente. Davvero non possiamo angustiarci. La presenza di Dio ci dà pace, una pace che viene a noi nonostante i gravi problemi che ci turbano e che la nostra intelligenza non riesce a risolvere. Dio è più grande dei nostri problemi! E il nostro cuore e la nostra mente possono continuare a guardare a Gesù per godere della sua presenza!
Apparentemente questa esortazione di San Paolo non ha a che vedere con la parabola di Gesù e con il “cantico d’amore” di Isaia. Questo profeta contempla il disegno di Dio, che avrebbe voluto che il suo popolo fosse un esempio per tutti i popoli, esempio di giustizia e di rettitudine, e invece, purtroppo, in esso prendono spazio ingiustizie e sopraffazioni. Il popolo, sul quale Dio ha profuso tutto il suo amore e per il quale ha nutrito grandi speranze, lo delude, diventa non solo inutile, addirittura dannoso, perché gli fa far brutta figura di fronte a tutti i popoli del mondo.
La stessa conclusione è nella parabola raccontata da Gesù ai capi del popolo: coloro cui fu affidata la vigna, - e per vigna tutti capiscono che s’intende il popolo d’Israele -, deludono il padrone, anzi, lo offendono pesantemente: essi non meritano che la morte. Ebbene, dice Gesù, ora Dio è in cerca di un altro popolo cui affidare i suoi progetti. Questo nuovo popolo sarà quello che si appoggia sulla “pietra che i costruttori hanno scartato”. Questa pietra angolare, scartata da quelli che sono chiamati “costruttori”, cioè i capi del popolo ebraico, è lui, Gesù stesso. Avevano deciso di trovare il modo di eliminarlo.
Noi non vogliamo eliminare Gesù: faremo anzi il possibile per tenerlo nel cuore e nella mente. Fondando la nostra vita su di lui diventiamo quella vigna di cui il Padre potrà gioire, la vigna che porta i frutti da lui sperati. Vivendo con Gesù, non permettendo ad alcuna angustia o preoccupante vicenda di lasciarcelo portar via dal cuore, diverremo attivi in quel Regno che porta frutti per la gloria di Dio: saranno i frutti dell’amore ai poveri e dell’amore ai peccatori, anche se rovinati dalla ricchezza.
Continuiamo la nostra preghiera: supplica preceduta dal ringraziamento, domanda di perdono arricchita della gioia di essere già stati molte volte perdonati, lode a Dio, che gode di essere nostro Padre! Pregando con fiducia affronteremo le nostre angustie con serenità, e la pace regnerà in noi tanto da arricchirne il nostro ambiente.
Padre Leonildo
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DOMENICA 25 SETTEMBRE
26a TEMPO ORDINARIO
Pentitosi ci andò
Gesù rivolge la parabola ai grandi sacerdoti e agli anziani del popolo, così come ne rivolge altre dello stesso tono ai farisei (Lc 18,9). Con le parabole di questa e delle prossime domeniche Gesù ribadisce la sua predilezione per i peccatori, per i disprezzati da coloro che si ritengono giusti. Egli giunge perfino a dire che questi «poveri» sono più vicini alla salvezza dei benpensanti che si ritengono giusti e amati da Dio perché compiono scrupolosamente tutti i dettami della Legge.
Dal Vangelo secondo Matteo 21, 28-32
Pentitosi, andò. I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio.
In quel tempo, disse Gesù ai principi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli; rivoltosi al primo disse: Figlio, và oggi a lavorare nella vigna. Ed egli rispose: Sì, signore; ma non andò. Rivoltosi al secondo, gli disse lo stesso. Ed egli rispose: Non ne ho voglia; ma poi, pentitosi, ci andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Dicono: «L'ultimo».
E Gesù disse loro: «In verità vi dico: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio.
E` venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, pur avendo visto queste cose, non vi siete nemmeno pentiti per credergli».
Parola del Signore Lode a te, o Cristo
La strada che ci porta a Dio è segnata dal pentimento. Noi siamo tutti incamminati dietro ad Adamo sulla strada che ci allontana dallo sguardo del Padre. E su questa strada siamo portati a pensare che i nostri pensieri e le nostre decisioni sono illuminate e persino migliori di quelle indicate da Dio. Infatti, come dice Ezechiele: “Voi dite: «Non è retto il modo di agire del Signore». Siamo davvero stolti. Dobbiamo pentirci, rivedere il nostro modo di pensare e di orientarci. Nostra bussola non possono essere le nostre comodità e nemmeno le nostre abitudini, nè i nostri ragionamenti influenzati dall’egoismo: unico segnale deve diventare la Parola di Dio. È questa che ci indica la strada del ritorno al Padre, e perciò strada di vita vera, di verità, di sviluppo armonico della nostra persona, di realizzazione autentica. Questo ritorno è possibile pure a chi fosse lontano dal Padre a causa di colpe anche gravi: ce lo dice con sicurezza il profeta Ezechiele.
Di pentimento parla pure Gesù nella parabola che indirizza ai “capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo”. Si tratta del pentimento del figlio che in un primo momento si è rifiutato di accogliere l’invito di suo padre: riflettendo, ritorna sulla decisione di rifiutare la volontà del genitore, e la esegue. Gesù lo mette a confronto col figlio che invece promette, ma non ubbidisce. La parabola è breve e immediata, tanto che tutti capiscono, ma Gesù ne fa l’applicazione per i presenti a scanso di equivoci. Colui che si pente di aver rifiutato l’invito di Dio rappresenta peccatori e addirittura prostitute. Per essi può aprirsi la porta del regno dei cieli, perché sono capaci di accogliere colui che il Padre ha mandato per la salvezza. Gesù infatti è stato ascoltato, ubbidito e amato da pubblicani e prostitute: questi stanno vicini al Re del regno! Coloro che lo stanno ascoltando invece, capi dei sacerdoti e anziani del popolo, lo ascoltano senza accoglierlo, anzi lo stanno decisamente rifiutando. Essi si comportano con lui come si sono comportati con Giovanni Battista: non hanno accettato di pentirsi, mentre i peccatori si sono umiliati e hanno manifestato volontà di cambiamento, quando sono entrati nel Giordano sotto la sua mano.
Queste parole del profeta e del Signore ci vogliono aiutare a fare sul serio con Dio. Non bastano le belle parole, nemmeno le belle preghiere, né le convinzioni interiori di essere a posto. Se non c’è pentimento, se non c’è umiltà, se non c’è obbedienza, il nostro camminare non è verso il Padre. Per camminare verso il Padre dobbiamo esercitare ubbidienza umile accogliendo Gesù e facendoci accompagnare da lui.
Come va accolto Gesù? La risposta viene da San Paolo. Gesù viene accolto quando decidiamo di esercitare in noi i suoi “stessi sentimenti”, che sono sentimenti di umiltà piena. Egli, che è Dio, si è fatto uomo come gli uomini, come quelli del suo tempo, come la maggior parte di loro, che erano come servi. Egli, servo dei servi, si fa ubbidiente. Per Gesù l’ubbidienza non è, come per noi, un’umiliazione, perché atto di amore! L’ubbidienza di Gesù è rivolta al Padre, ma il Padre gli manifesta la sua volontà anche attraverso gli uomini. Noi impariamo da lui. Siamo così convinti che Dio può servirsi di ciascuno dei nostri fratelli per parlarci, che ci guardiamo bene dal disprezzarne uno solo: proprio attraverso di lui ci potrebbe venire la voce di Dio nostro Padre. “Ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso”: questa la strada percorsa da Gesù e indicata a noi come la via della carità, via che porta alla gioia piena. Non cerchiamo perciò il nostro interesse, bensì la vita e l’armonia di tutti.
Dio Padre ha esaltato il Figlio proprio per la sua obbedienza esercitata con umiltà. Noi pure lo esaltiamo piegando le nostre ginocchia davanti a lui, proclamando che è il “Signore” di tutto e di tutti, e soprattutto vivendo i suoi stessi sentimenti. In tal modo diventiamo quel figlio che dà gioia al Padre, perché pur avendo spesso fatto il contrario di quanto ci ha chiesto, ora, tenuti per mano dal Figlio Gesù, andiamo “a lavorare nella sua vigna” con amore gioioso!
Padre Leonildo
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DOMENICA 18 SETTEMBRE
25a TEMPO ORDINARIO
E li mandò nella sua vigna
Nel Vangelo Gesù afferma il primato della bontà di Dio: la sua maniera di agire non contrasta con la giustizia umana, ma la trascende totalmente nell’amore. Di conseguenza il patto concluso fra il padrone della vigna e i suoi operai si presenta come un’immagine dell’alleanza fra Dio e i suoi, alleanza che non ha alcun rapporto con il contratto «do ut des» che i Giudei volevano trovarvi, ma è un atto gratuito di Dio
Dal Vangelo secondo Matteo 20, 1-16
Sei invidioso perché io sono buono?
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.
Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».
Parola del Signore Lode a te, o Cristo
Domenica scorsa San Paolo ci ha detto che noi non viviamo e non moriamo per noi stessi, bensì per il Signore. Oggi egli ci racconta la sua esperienza, o meglio ciò che “sente” dentro di sé. È meglio vivere o morire? La fede lo porta a desiderare la gioia di essere sempre con il Signore, senza gli impedimenti che la vita in questo mondo porta con sé, quindi a morire. L’amore per il Signore però si accompagna e si esprime con l’amore per i fratelli: egli perciò desidera ciò che è meglio per le comunità da lui fondate. Esse hanno ancora bisogno di lui, del suo insegnamento e delle sue esortazioni, del suo esempio e della sua presenza: perciò è disposto a rinunciare ancora alla sua gioia! Il premio più bello e più desiderabile per lui è quello che riceveranno i suoi fedeli, le sue comunità!
Noi vediamo così nell’apostolo realizzarsi la parabola di Gesù. Paolo è come colui che ha lavorato tutto il giorno e ha “sopportato il peso della giornata e il caldo”, ma non si lamenta, anzi gode che gli ultimi arrivati siano premiati e ricevano lo stesso suo stipendio. Lo stipendio del discepolo è l’essere col Signore, godere della sua presenza, del suo amore. Non si può desiderare nulla di più. Chi gode dell’amore del Signore porta in sé lo stesso suo amore per tutti gli altri, e per lui diventa gioia e premio triplicato il vedere che gli altri ricevono la stessa grazia. Chi può essere invidioso della bontà di Dio? Sarebbe davvero povero e si escluderebbe dal godere ciò che riceve. Chi gode della bontà di Dio, gode davvero, e la sua gioia aumenta a dismisura ogni volta che vede anche una piccola porzione dell’amore del Padre, non importa verso chi è diretto.
La parabola raccontata dal Signore è diretta ai discepoli perché non cadano nella stessa tentazione in cui stavano cadendo i farisei. Questi pensavano che Dio doveva essere debitore verso di loro per quel po’ che facevano per lui: purificazioni, offerta di sacrifici, digiuni, preghiere, elemosine. Ritenevano che chi fa tanto riceve tanto e chi fa poco riceve poco: in pratica essi faticano o lavorano per se stessi, nonostante dicano a parole che fanno tutto per Dio. In tal modo dimenticano che Dio è amore. Fare qualcosa per Dio-amore dev’essere soltanto amore, dimenticanza di sé, desiderio e volontà che il suo amore si diffonda. In caso contrario essi non lavorano per Dio-amore, ma per un Dio diverso, somigliante agli idoli dei pagani. Ad essi non si può far altro che dire: “Vattene, prendi il tuo e vattene”. Noi fissiamo il nostro sguardo sul Padre, che continua a cercare chi, non importa l’età, cominci un’avventura con lui. Egli cerca chi comincia a lavorare nella sua vigna, cioè ad amare insieme con Gesù, e anche riuscisse ad amare solo per pochi minuti prima di morire, riceve il premio dell’amore, riceve Dio stesso! Il Padre sarà sempre vicino a chi ha cominciato a fare ciò che fa lui, ad amare come lui, a rivelare il contenuto del suo cuore e a diffondere la luce del suo volto. Il Padre premierà vigorosamente chi lavora nella sua vigna, cioè là dove il Figlio suo si unisce ai suoi discepoli, nella Chiesa, la porzione visibile del suo Regno.
Isaia ci ha aiutati a disporci con umiltà di fronte a Dio: i suoi pensieri sono diversi dai nostri, più grandi e più profondi, più alti e più belli. I nostri pensieri sono legati alla terra e soffrono di superficialità e di poca durata, non riescono a dar gioia e nemmeno a impostare una comunione fraterna passeggera . Le nostre vie sono brevi e faticose, mentre quelle di Dio sono nuove e ricche di sorprese. E allora? Allora “Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino”. Anche il peccatore può intraprendere questa strada, anche “l’iniquo” può avviarsi alla speranza: “Ritorni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona”. La misericordia di Dio ci raggiunge, e raggiunge chiunque faccia un piccolo passo verso di lui: ricordiamo il ladrone appeso alla croce. Proprio in quel momento Gesù ha voluto realizzare questa promessa del profeta per farci vedere il volto paterno di Dio. Quel volto lo terremo presente ogni giorno, per coltivare speranza sia per noi che per le persone che siamo tentati di giudicare e condannare. Faremo invece come fa il Padre, che desidera coprire di misericordia il mondo intero.
Padre Leonildo
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DOMENICA 11 SETTEMBRE
24a TEMPO ORDINARIO
Perdonate e vi sarà perdonato
Il giudaismo conosceva già il dovere del perdono delle offese, ma si trattava di una conquista recente, che riusciva ad imporsi soltanto con la compilazione di tariffe precise. La grettezza umana è sempre sollecita a ricercare una misura, una norma che le dia soddisfacimento. Perdonare, sì, ma quante volte? I rabbini, per sottolineare la liberalità di Dio, dicevano che egli perdona tre volte; le scuole rabbiniche esigevano dai loro discepoli di perdonare un certo numero di volte alla moglie, ai figli, ai fratelli, ecc., e questo tariffario variava da scuola a scuola. Pietro domanda a Gesù quale sia il suo tariffario.
Dal Vangelo secondo Matteo 18, 21-35
Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».
Parola del Signore Lode a te, o Cristo
San Paolo sta per concludere la lettera ai Romani. Ora dice loro una grande verità che riguarda la vita di tutti i credenti: “Nessuno di noi vive per se stesso”. Chi crede davvero in Dio, e non fa della fede soltanto un vestito esteriore per essere ritenuto dagli altri un buon cristiano, sa che questa è la verità. Chi risponde alla chiamata di Gesù e accoglie l’amore del Padre, chi gode della presenza dello Spirito Santo nella propria vita, costui non ricorda più cos’è l’egocentrismo. Non viviamo per godere i piaceri della vita e non viviamo per farci vedere belli e buoni dagli altri. Viviamo per dar gloria a Dio, per diffondere il suo amore, per portare la sua sapienza alle menti e ai cuori di tutti, affinché tutti possano vivere la pace e la gioia della comunione fraterna, inizio di paradiso! “Nessuno di noi vive per se stesso”, perché questa non sarebbe vita, ma inizio di una esistenza senza gioia, senza motivazioni, senza significato capace di far superare le difficoltà e le fatiche. “Se noi viviamo, viviamo per il Signore”: il nostro vivere è dono che riceviamo dal Padre, e quindi chiediamo a lui per qual motivo ci ha creati e cosa si aspetta da noi. Il Padre poi ci ha donato il Figlio suo, Gesù, come vita nostra e come fondamento per ogni attività: viviamo per lui! E, misteriosamente, sgorga e cresce la gioia nel nostro cuore. La stanno sperimentando quei giovani e non giovani che cominciano a prendere sul serio proprio Gesù! San Paolo continua dicendo pure che “moriamo per il Signore”. La nostra vita fino alla fine trova la sua gioia nel Signore, tanto che la morte non la blocca e non incide su di essa. Anzi, la morte stessa del credente porta alla perfezione il suo amore: il credente infatti fa della morte l’offerta più matura della vita, l’atto d’amore pieno, il sacrificio ultimo e completo.
Vivendo per il Signore il credente non ha più remore a vivere come lui insegna. Uno degli insegnamenti più grandi e per il quale ci sono nell’uomo le tentazioni più grandi è quello che riguarda il perdono. Gesù sa che anche i suoi discepoli non saranno del tutto esenti dal peccato, e che il peccato diventa peso e sofferenza per altri, e che questi avranno difficoltà a perdonare. Egli approfitta di una domanda di Pietro per donare il suo pensiero a lui e a tutti gli altri discepoli. Pietro, quasi vantandosi della sua intuizione, chiede se si può arrivare a perdonare sette volte. Egli pensa forse di essere addirittura più generoso del suo Maestro! Ma Gesù lo smonta subito: il numero sette in questo caso non è il massimo, può essere moltiplicato col numero settanta. In questo modo nessuno è più capace di contare… e praticamente finirà col perdonare sempre. Il cuore non deve tenere in sè mai nessun tipo di rancore, odio, vendetta. Il cuore è fatto per il Signore e deve contenere solo e sempre il suo amore. Gesù usa una parabola per far desistere chiunque da ogni eventuale obiezione. La parabola non ha bisogno di commento: chi è perdonato o condonato da debiti immensi è ovvio che a sua volta perdona o condona con gioia sia le bazzecole quotidiane che cose anche più gravi. Se chi è perdonato da Dio non riesce a perdonare a sua volta un fratello, è segno che di Dio non ha nessuna stima: non lo vuole imitare! Il perdono del Padre non avrà alcun effetto sul cuore di chi a sua volta non perdona: questi rimarrà nella sua condanna.
La pagina del Siracide che abbiamo sentito è sfondo e forse ispiratrice dell’insegnamento di Gesù. “Un uomo che resta in collera verso un altro, come può chiedere la guarigione al Signore? Lui che non ha misericordia per l’uomo suo simile, come può supplicare per i propri peccati? … Ricordati della fine e smetti di odiare.” Nulla è più bello del perdono e nulla rende l’uomo più grande. Il perdono è il culmine dell’amore, e, a detta di molti santi, è il segno che lo Spirito Santo è presente nel cuore. Per questo chi perdona è gradito a Dio, chi perdona è premiato da lui. Chi perdona purifica il proprio cuore e purifica il mondo, perché chi perdona è simile al Padre che sta nei cieli, ma vuole manifestarsi sulla terra. Chi perdona realizza le parole dell’apostolo: “Nessuno di noi vive per se stesso… Se noi viviamo, viviamo per il Signore”! Godiamo per ogni perdono ricevuto, e continueremo a tenerci pronti a far dono ai nostri fratelli della stessa gioia che noi abbiamo gustato. Non arrossiremo mai per aver perdonato!
Padre Leonildo
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DOMENICA 4 SETTEMBRE
23a TEMPO ORDINARIO
Dove sono due o tre riuniti nel mio
nome io sono in mezzo a loro
Il brano del vangelo di oggi segue immediatamente il racconto della parabola della pecorella smarrita della quale diventa, quindi, un’applicazione concreta. Se un fratello ha commesso una colpa si deve applicare, in primo luogo, la correzione personale; se non ascolta, bisogna chiamare in aiuto qualche testimone; in terza istanza, conviene riferire alla comunità; e se non ascolta neppure questa, si deve, solo allora, considerarlo come un pagano o pubblicano, cioè come uno che s’è «messo fuori comunità».
Dal Vangelo secondo Matteo 18, 15-20
Se ti ascolterà avrai guadagnato il tuo fratello.
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano.
In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo. In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».
Parola del Signore Lode a te, o Cristo
Gesù sa che siamo peccatori, e non se ne meraviglia. Egli ci suggerisce, nel caso ci accorgessimo del peccato del fratello, come dobbiamo fare per rimanere nell’amore e nella verità. Per prima cosa, se c’è un peccato non dobbiamo chiudere gli occhi e far finta che non ci sia. Ogni peccato porta con sé conseguenze di male, di sofferenza e di disordine che genera altro male e altro peccato. Ogni peccato va sradicato. Il peccatore però va amato e aiutato ad accorgersi che sta diventando fonte di dolore e di sofferenza per qualcun altro o per la società intera. Se aiutato, quel peccatore può cambiare il suo orientamento, correggersi, e diventare benedizione per i fratelli. Se invece chi si accorge del male sta zitto, può diventarne complice, perché colui che pecca può percepire il silenzio di chi gli sta vicino come approvazione. Il profeta Ezechiele dà un insegnamento chiaro in questa direzione.
Gesù vuole aiutarci a correggere senza dubbio il fratello, ma con amore, con tutto l’amore possibile. Per questo insegna ad agire con delicatezza e progressione. Prima di tutto si deve parlare a tu per tu, non divulgare l’errore o la colpa del fratello: questi potrebbe rimanere offeso e danneggiato dalla eventuale indiscrezione. Solo nel caso non accettasse l’ammonimento, si rivelerà la cosa a qualcun altro che aiuti a fargli notare la sua colpa: forse una terza persona sa usare parole più convincenti, o è più umile nell’intervenire. Se anche questo tentativo andasse a vuoto, allora si deve rivelare la cosa a tutta la comunità, che interverrà con un’autorevolezza maggiore. Nel caso che il fratello s’inorgoglisse al punto da rifiutare l’avvertimento di tutta l’assemblea, allora deve essere considerato da tutti come un estraneo e deve essere escluso dalle riunioni e dalle celebrazioni. Delicatezza, ma con serietà e fermezza. Noi abbiamo imparato, anche se non sempre, la gradevolezza, per paura di violare la vita privata dei cristiani. Abbiamo imparato meno la serietà, col rischio del diffondersi, non solo di comportamenti peccaminosi, ma anche di mentalità che ignorano le verità della fede.
L’insegnamento di Gesù continua affidando ai suoi apostoli l’autorità di legare e sciogliere. Quanto essi stabiliscono, è importante anzitutto per Dio stesso: le loro decisioni saranno fatte sue. “Sarà legato in cielo… sarà sciolto in cielo”, dice con sicurezza il Signore. Come devono essere attenti i discepoli a lasciarsi ispirare solo dallo Spirito d’amore del Padre! E come devono essere obbedienti i fedeli e aperti ai loro pastori! Nella Chiesa dev’esserci comunione e obbedienza, così da sperimentare l’amore e l’onnipotenza di Dio. Gesù infatti assicura che il Padre premia coloro che si uniscono nel nome di Gesù, cioè nel suo amore.
La conclusione del brano che ascoltiamo oggi è fonte di consolazione e di sicurezza: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro”. Gesù ci ama e gode di essere con noi e addirittura in mezzo a noi: quando ci uniamo per obbedirgli e amarlo, eccolo, egli stesso è presente. Dove egli è presente può compiere i suoi prodigi. Vogliamo vederli? Cercheremo di unirci per amor suo, per causa sua, per realizzare insieme qualche sua parola. Egli agirà, egli esaudirà, egli ci farà le sue sorprese!
Questa promessa di Gesù vale per tutti, vale in particolare per gli sposi, che si sono uniti con la sua benedizione e con la sua Parola. Essi dovranno tener presente sempre questa promessa, e sarà loro gioia coltivare l’unità e la comunione nel nome di Gesù. Non mancherà tra di loro la preghiera e l’aiuto reciproco ad obbedire a lui, ed egli li fornirà quotidianamente di fortezza, di fedeltà, di ispirazioni sante per condurre anche i figli alla sua salvezza.
Oggi ci aiuta pure San Paolo a guidare il nostro comportamento sempre con il volante dell’amore: debito continuo è l’amore, mai esaurito. L’amore condensa in sé tutti i comandamenti. Chi li osserva esercita vero amore. L’amore ci tiene lontani dal peccato e ci porta a chiedere perdono e ad accettare le eventuali correzioni dei fratelli. L’amore ci aiuta ad osservare i fratelli con attenzione e ad accoglierli nella misericordia nostra e in quella del Padre!
Padre Leonildo
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