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Omelia della domenica

DOMENICA 14 MARZO
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DOMENICA 14 FEBBRAIO
DOMENICA  07 FEBBRAIO
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DOMENICA 14 MARZO

Quarta di Quaresima
Gli corse incontro e lo abbracciò

La parabola del vangelo odierno mette di fronte tre protagonisti che potrebbero contendersi il titolo del brano: il padre misericordioso, il figlio prodigo, il figlio maggiore. Forse impropriamente è stata chiamata come «parabola del figlio prodigo»; in realtà il primo prodigo è il padre, talmente «prodigo nell’amore» da scandalizzare il figlio maggiore. Proprio per i presunti giusti, impersonati dal primogenito, Gesù delinea una sconcertante immagine di Dio.

Dal Vangelo secondo Luca       15,1-3.11-32
Questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita.

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

Parola del Signore                           Lode a te, o Cristo


Celebrata la prima Pasqua dopo essere arrivati nella Terra promessa, gli Israeliti non ricevono più la manna dall’alto, ma cominciano a mangiare i frutti della terra dove finalmente sono arrivati. È un momento importante della loro storia. Sembra che non siano più sostenuti direttamente da Dio e che debbano invece essi stessi provvedere alle proprie necessità con il proprio lavoro. Il cambiamento è importante: essi si rendono conto di essere diventati responsabili in quella terra e di dover iniziare a faticare perché essa possa produrre i frutti necessari al sostentamento; d’altro canto è un momento tanto desiderato perché segna l’arrivo alla libertà. Sono arrivati a casa propria, là dove possono disporre di tutto ciò che vi si trova.  Questo passo della Scrittura viene letto come introduzione alla parabola detta del figlio prodigo. Anche questi ritrova la propria casa dopo un lungo periodo di assenza. Lontano da casa egli aveva sperimentato solo sofferenza e solitudine, fame non solo di pane, ma anche di affetti, di armonia, di fraternità. Lontano da casa aveva perduto la possibilità di decidere e di scegliere, tanto da sentirsi, ed essere realmente, schiavo di gente egoista, interessata solo al denaro. Per tornare a casa egli, nella sua riflessione, si rende conto di dover riannodare i legami che aveva spezzato. Nella sua voglia di vita libera aveva abbandonato la fonte della vita stessa, aveva rotto i rapporti col padre, e quindi anche con il fratello e con i servi del padre. Era rimasto solo, aggrappato unicamente ad un gruzzolo di denaro, da cui sperava ottenere la soddisfazione del piacere della sua libertà. Il denaro gli ha chiesto subito di sacrificare la capacità di amare. Il denaro infatti sa solo illudere con la sua capacità di procurare piaceri.
Ora, finalmente costretto dalla miseria, quel figlio rientra in se stesso e ricorda quant’era bello vivere in armonia e mangiare il pane in comunione  con  il  padre  e con  la  famiglia. Per  riuscire  a tornare si pente di quant’ha fatto e decide di chiedere perdono: il perdono deve certamente chiederlo a suo padre, ma anche al Cielo, cioè a Dio. Rifiutando di amare gli uomini infatti egli ha rinnegato Dio stesso. Non c’è nessuno, nemmeno l’ateo convinto, che non debba riconciliarsi con Dio per rendere efficace la propria riconciliazione con gli uomini. È Dio la fonte della vita, è Dio il vero Padre, è Dio che ci ha dato i fratelli.
Ogni riconciliazione è vera e ricostruisce la comunione quando è riconciliazione con Dio. Per questo l’apostolo San Paolo oggi ci esorta con forza: “Lasciatevi riconciliare con Dio”. Ora, questa riconciliazione è possibile, perché Gesù è morto ed è risorto per noi, e perché la Chiesa ha ricevuto il “ministero della riconciliazione”. Quando Gesù ha offerto se stesso al Padre in un’obbedienza completa, con un amore totale, il Padre ha visto che tutta l’umanità ritornava a lui. Gesù ha ottenuto il perdono per tutti quelli che si uniscono a lui. “Lasciatevi riconciliare con Dio” significa quindi «accogliete il Figlio di Dio nella vostra vita», accogliete Gesù. Uniti a lui siamo graditi al Padre, anche se nella nostra vita avessimo dato spazio al peccato. Uniti a Gesù diventiamo non solo capaci di tornare con vera umiltà al Padre e a tutta la sua casa, ma anche di accogliere con gioia quei fratelli che fossero stati ancor più lontani di noi. Nella sua parabola Gesù racconta anche la difficoltà di chi, apparentemente sempre fedele, si è lasciato coinvolgere nel giudizio e nella condanna dei fratelli infedeli. In tal modo egli concede spazio nel proprio cuore a Satana, l’accusatore dei fratelli, colui che li vuole portare alla rovina. La sua distanza dal Padre è davvero grande, tanto che si permette persino di mormorare contro di lui e rifiutare il suo invito alla gioia. Siamo davvero tutti nel pericolo di essere «peccatori», bisognosi di riconciliazione. L’invito di San Paolo è quindi pressante per tutti: “Lasciatevi riconciliare con Dio”.

                                                                                      Padre Leonildo


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DOMENICA   7   MARZO   

Terza di Quaresima
Credete che quei Galilei fossero più peccatori…?

Nel vangelo di oggi Gesù da una parte vuole sfatare il pregiudizio che lega la sventura terrena a colpe personali o collettive, dall’altra dichiara che la vera disgrazia è l’impenitenza, il rifiuto della conversione.
I fatti della vita, compresa la morte, sono un linguaggio di Dio che bisogna saper interpretare, un provvidenziale avvertimento a rinnovare l’esistenza in questo tempo che è il tempo della pazienza divina

Dal Vangelo secondo Luca       13,1-9
Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo.

In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».
Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».no visto. 

Parola del Signore                           Lode a te, o Cristo

 

Di conversione si parla nelle letture di oggi: così ci prepariamo alla santa Pasqua. A questa festa dobbiamo arrivare diversi, con un cuore pronto a ricevere lo Spirito dal soffio di Gesù, con una mente allenata ad accogliere i pensieri di Dio, con un desiderio che attende le cose del cielo. Conversione!
Mosè ha visto il fuoco di Dio e ha parlato con lui: e Dio gli chiedeva conversione. Egli ha dovuto convertirsi dal pensare soltanto a se stesso a preoccuparsi del bene di tutto il popolo; ha dovuto convertirsi dal fare ciò di cui si riteneva capace al fare ciò che Dio gli chiedeva. Dio gli mette in bocca le parole da riferire al popolo e gli mette in mano un bastone: egli dovrà obbedire. L’obbedienza sarà la sua forza e la sua sapienza. Di Mosè ci parla anche San Paolo: coloro che gli obbedivano e si lasciavano guidare furono salvati, mentre i ribelli furono sterminati. L’esortazione dell’apostolo vuole distoglierci dal mormorare, dal lamentarci di Dio e di ciò che egli ci chiede. La nostra conversione deve portarci ad amare e desiderare ciò che Dio ci dona o che egli permette che succeda.
Finalmente anche Gesù ci dice: “Se non vi convertite, perirete…”. Le disgrazie che purtroppo succedono non sono la sventura più grave. Il pericolo maggiore è la nostra ostinazione, il rifiuto dei doni di Dio, anzi, del dono di Dio. Dono di Dio è Gesù, il Figlio. Chi non lo accoglie come il proprio salvatore, non si salva. Rifiutare la conversione è il peccato peggiore. La conversione più importante è questa: non mi illudo più di salvarmi con le mie buone opere, con le mie capacità, con le mie preghiere, ma vengo salvato dall’amore di Gesù. Mi offro perciò a lui, con tutto il mio essere.
La conversione non è facile, perché è difficile sradicare da noi il nostro orgoglio. Un anno? Due anni? Quanti anni occorrono per convertirci? Quanti anni occorrono per diventare umili, tanto da riconoscere di aver bisogno di Gesù? Per aiutarci Gesù racconta una parabola: un albero di fichi non porta frutti. Che si deve fare? Il suo padrone lo vorrebbe tagliare, ma ascolta il consiglio del vignaiolo e attende ancora un anno. Chi è quel vignaiolo che si offre di faticare ancora un anno per un albero improduttivo, che si offre di zapparvi attorno e mettergli il concime? Egli ama quell’albero, tanto che dal suo amore nasce speranza. Ebbene, se scopro che l’albero sono io, un albero per le cui radici è già pronta la scure, ecco che scopro chi è il mio vignaiolo: non può essere che Gesù. È lui che si è offerto per me, e si offre per ciascuno, a pazientare, a faticare, ad attendere. La mia salvezza è lui. Il frutto della mia vita dipende da lui, dalla sua e non dalla mia fatica. L’anno della fatica di Gesù è iniziato, e continua a trascorrere. Per lui quell’anno non terminerà se non alla fine, quando potrà consegnarmi al Padre per sempre! Grazie, Signore Gesù!
                                                                                     Padre  Leonildo
 

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DOMENICA 28   FEBBRAIO  2010
Seconda di Quaresima
Gesù salì sul monte a pregare

Il cristiano, consapevole del proprio inseri-mento in Cristo, se vive la propria vocazione senza sottostare alla tentazione di installarsi nel possesso delle cose e si apre all’attesa fedele e perseverante, conoscerà la sorte gloriosa del risorto, la trasfigurazione totale della persona. Un anticipo della condizione finale è offerto alla comunità nell’eucaristia che è assimilazione al Corpo risorto del Signore e parteci-pazione alla sua gloria.

Dal Vangelo secondo Luca       9,28b-36
Mentre Gesù pregava, il suo volto cambio d'aspetto.

In quel tempo, Gesù, prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. E, mentre pregava, il suo volto cambiò d'aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco due uomini parlavano con lui: erano Mosè ed Elia, apparsi nella loro gloria, e parlavano della sua dipartita che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme.  Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; tuttavia restarono svegli e videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui.  Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi stare qui. Facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli non sapeva quel che diceva. Mentre parlava così, venne una nube e li avvolse; all'entrare in quella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l'eletto; ascoltatelo». Appena la voce cessò, Gesù restò solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.
 
Parola del Signore                           Lode a te, o Cristo


  Sono cittadini celesti, ma pellegrini sulla terra, dove si moltiplicano i nemici della croce di Cristo: così San Paolo descrive i cristiani. Lo sguardo dei cristiani deve restare fisso sugli apostoli, per seguire il loro esempio. Molti, già credenti, dimenticando questa regola, seguono le mode del mondo e rinnegano il Signore e Maestro Gesù Cristo. Chi ascolta l’apostolo e cerca la salvezza eterna tiene il proprio cuore orientato ai cieli, dove regna il Signore. E il Signore è colui che appartiene ai cieli e ce li vuole già fin d’ora far pregustare. Egli ha iniziato a trattare Abramo come un amico, a venire a patti con lui, per aiutarlo a entrare nelle dimensioni dell’eternità. La vita su questa terra può essere vissuta in comunione con il Dio eterno e santo. Egli promette ad Abramo, uomo senza fissa dimora, una terra dove sentirsi ed essere in casa propria.
La promessa fatta ad Abramo si compie con la venuta di Gesù. Oggi lo accompagniamo per contemplarlo sul monte, dove si è recato con tre discepoli per pregare. Qui Pietro dice: “È bello per noi essere qui”. Egli si sente arrivato finalmente a destinazione, in patria! Gesù è la patria! Mentre prega, Gesù è in paradiso, anzi, è il paradiso, trovandosi alla presenza di Dio e di tutti i suoi servi, i santi. Qui appaiono Mosè ed Elia a rappresentarli tutti e a ricordare tutte le promesse e tutte le grandi opere compiute da Dio a favore del popolo e dell’umanità intera. Mosè è il capo del popolo di Dio, Elia è il profeta che ha portato i benefici di Dio al di fuori dei confini, perché ne godano anche gli estranei, i pagani. Gesù è l’atteso di Mosè e il desiderato di Elia. Mosè ed Elia sono impegnati con lui a parlare “del suo esodo”: essi parlano cioè del modo con cui egli avrebbe compiuto il passaggio da questo mondo al Padre, il modo cioè con cui avrebbe guidato gli uomini in questo passaggio. La croce così è presente in questo momento di grande gioia per i tre discepoli. Essi non se ne rendono conto, tanto che l’evangelista dice che Pietro nemmeno intuiva il significato delle proprie parole. È bello veramente stare con Gesù, anche mentre sale il calvario e porta la croce per avviare al paradiso noi e l’umanità intera. È bello il luogo dove Gesù è presente, non importa se quel luogo è segnato dalla sofferenza del martirio. Questo è l’unico luogo bello al mondo. Qualcuno lo ha capito, e non lascia più Gesù, cercando di fissare la propria dimora nella sua preghiera, cioè nella sua offerta di sè al Padre. Lo capissero tutti i cristiani! C’è chi lo capisce, ma poi lo dimentica: tra questi sono anch’io. Ci sarà chi me lo ricorda? Me lo ricorderai tu?
Non solo Pietro apre la bocca per manifestare la gioia, ma Dio stesso dagli abissi dei cieli, attraverso l’oscurità della nube, fa udire agli uomini la sua piena soddisfazione: Gesù realizza la pienezza dell’amore con il “suo esodo”! Il Padre manifesta Gesù “Figlio” suo, la concretizzazione del suo amore eterno, e quindi la sua gioia, come Isacco fu la gioia di Abramo. Egli stesso dice ciò che potremmo comprendere da soli: “Ascoltatelo”! Noi che desideriamo raggiungere la patria per rimanervi per sempre non abbiamo che da aprire le orecchie per ascoltare quel Figlio, e aprire il cuore per conservare e rendere attuale ogni sua Parola. È l’impegno di questa Quaresima.
                                                                                   
                                                                                     Padre Leonildo


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DOMENICA 21 FEBBRAIO

Prima di Quaresima Gesù quaranta giorni nel deserto tentato dal diavolo  


Un nuovo cammino verso la Pasqua si è aperto. La Quaresima ripropone l’impegno dell’ascolto della parola di Dio, della conversione, della preghiera, della carità fraterna perché la Chiesa riscopra il senso della propria vocazione e appartenenza al Signore, in un continuo passaggio verso la vita nuova. Ogni momento è segnato da questi impegni, ma il tempo quaresimale ha un’efficacia particolare perché è memoria viva e attuale del cammino pasquale di Cristo, del suo «si» alla volontà del Padre nel segno della comunità che si converte.

Dal Vangelo secondo Luca       4,1-13
Gesù fu guidato dallo Spirito nel deserto e tentato dal diavolo.

In quel tempo, Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo”». Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”».Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano”; e anche: “Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «È stato detto: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”». Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato.

Parola del Signore                           Lode a te, o Cristo


Mosè parla al popolo ricordando i grandi prodigi dell’amore di Dio per Abramo e per i suoi discendenti. Le opere di Dio non devono mai essere dimenticate: per questo ogni anno i membri del popolo devono offrire a Dio le primizie dei frutti della terra prostrandosi davanti a lui in adorazione. La memoria dei benefici di Dio dev’essere sempre viva. Noi, che abbiamo ricevuto salvezza dal Signore Gesù, continueremo l’obbedienza a questa parola di Mosè proclamando la sua signoria, credendo e annunciando la sua risurrezione dai morti. È San Paolo che ci esorta a non dimenticare la Parola della fede, a non tenerla nascosta in noi, ma a pronunciarla ad alta voce, in modo cioè che sia udita da altri. Vinciamo così il timore di essere derisi o disprezzati dagli uomini, e diamo testimonianza a Gesù che ha detto: “Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anche il Figlio dell'uomo lo riconoscerà davanti agli angeli di Dio”. Fino a che non mi comprometto con il mio Signore non posso dire di credere in lui: se ho paura di farmi conoscere come suo discepolo è segno che ritengo più importante la considerazione degli uomini, per di più di uomini senza fede!
Noi siamo assediati da proposte contrarie alla nostra santissima fede, proposte che sono vere e proprie tentazioni. Esse provengono dal nemico di Dio che ci vuol tenere lontani da lui, ce lo vuol far vedere come nostro avversario. Non ci dobbiamo meravigliare, perché Gesù stesso ha dovuto sopportare la tentazione e ha dovuto impegnarsi a vincerla. Egli l’ha vinta per noi. Noi riceviamo forza dalla sua vittoria e impariamo da lui il metodo per essere a nostra volta vittoriosi quando essa si ripresenta a noi, membra del suo corpo. A lui la tentazione si è presentata più volte in modi diversi, ma sempre con l’intento di distogliere Gesù dal considerare Dio come Padre. Al primo tentativo gli suggerisce di provvedere al proprio sostentamento senza bisogno di rapportarsi a Dio; al secondo, di provvedere alla propria reputazione da parte della gente, strumentalizzando persino la parola di Dio; al terzo, di occuparsi in prima persona della politica con metodi umani, anzi satanici: i metodi del dominio che si serve pure della violenza. Impariamo da Gesù: tutte le volte egli risponde dando peso alla Parola di Dio e non ad un proprio ragionamento. Egli non cede alla provocazione della discussione, ma mostra la propria fede. Egli crede che Dio è Padre, suo Padre, e quindi si occupa di lui. Sembra che Gesù intenda dire: «Dato che io sono Figlio, resto obbediente come un figlio, e quindi ascolto ogni Parola di Dio, mio Padre! Non cerco nulla per me e da me, cerco solo lui e voglio sottomettermi alla sua volontà». Questa ubbidienza umile e ricca d’amore per il Padre rende vittorioso Gesù. Anche la mia vittoria sulle tentazioni, su tutte quelle che possono venirmi dal mondo che mi circonda o dalle mie inclinazioni e concupiscenze, avrà inizio dall’umiltà che ubbidisce con amore. Per questo cercherò con assiduità la Parola di Dio e la comunione nella Chiesa: essa mi offre con abbondanza e con fedeltà la Parola di quel Dio che ci è Padre amoroso!
                                                                                Padre Leonildo

 

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 DOMENICA 14 FEBBRAIO

VI Tempo Ordinario
C’era gran folla di discepoli
e gran moltitudine di gente
 

L’ingresso del Dio «Santo» nella storia, si realizza senza il contributo o il calcolo da parte umana, ma semplicemente per un atto di Dio. E questa situazione cambia l’esistenza. Viene trasformato alla radice il rapporto dell’uomo con Dio e di conseguenza il rapporto con gli altri e con le cose. Il quadro dei valori nella sua globalità viene rivoluzionato. Crea una situazione nuova che non è possibile eludere. Esige una risposta, il si o il no, la fede o l’incredulità; l’accettazione comporta una «vita nuova».

Dal Vangelo secondo Luca       6,17.20-26
Beati i poveri. Guai a voi, ricchi.

In quel tempo, Gesù, disceso con i Dodici, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne.
Ed egli, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva:
«Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati.
Beati voi, che ora piangete, perché riderete.
Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione.
Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame.
Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete.
Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti  agivano i loro padri con i falsi profeti».  

Parola del Signore                           Lode a te, o Cristo


Troviamo strano che la Parola di Dio cominci con una maledizione. Abbiamo saputo, e ne siamo profondamente convinti, che Dio ci benedice, anzi, che egli stesso è benedizione per noi. Come mai il profeta comincia il suo discorso dicendo “Maledetto l’uomo”? Egli intende difenderci dall’inganno, darci un criterio di discernimento perché evitiamo di maledirci da noi stessi. “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo e pone nella carne il suo sostegno”, dice Geremia. L’uomo che confida nelle scelte umane, che pone la sua speranza nella potenza degli uomini e si aggrappa al potere rassicurante del denaro, invenzione delle preoccupazioni umane, si pone su di una strada ingannevole. Per quanto sembri sicuro un potere politico o una sicurezza economica, per quanto sia famoso il valore degli atleti o degli attori e per quanto sia ammirata la moda, l’uomo che se ne lascia affascinare rimane incatenato a cose che passano. La sua delusione sarà certa, assicurato il suo malcontento. Delusione e malcontento e sofferenze anche per quelli che operano scelte importanti e necessarie affidandosi al discernimento della propria “carne”, cioè dei propri istinti o sentimenti. Lo vediamo tanto spesso purtroppo nell’esistenza di coloro che scelgono il proprio compagno di vita basandosi su quanto sente la propria umanità. “Maledetto l’uomo”!
 Geremia continua con la benedizione: “Benedetto l’uomo che confida nel Signore e il Signore è la sua fiducia”. Ecco dove voleva arrivare il profeta e dove vuole arrivare Dio stesso che ci parla attraverso il suo messaggero. Dio sa di essere l’unico che conosce le nostre reali possibilità presenti e future, l’unico che è onnipotente e può redimere e usare il nostro passato, anche quello di cui noi ci vergogniamo, per il nostra bene. Dio sa di essere l’unico che può rendere vera la nostra vita facendone manifestazione della sua. Dio sa di essere l’unico che ci attende nell’eternità. Perciò davvero “Benedetto l’uomo che confida nel Signore” e si affida alla sua Parola. A Geremia fa eco il primo insegnamento di Gesù ai discepoli. Egli proclama beati coloro che per la mentalità corrente sono emarginati, senza importanza, senza possibilità di parola, coloro che sono persino perseguitati perché hanno una fede sicura. Ma anche lui, come il profeta, ammonisce noi superficiali e distratti, che cerchiamo le consolazioni del mondo e ci divertiamo con i divertimenti di chi deride la nostra santa fede.
Due modi di vivere, nella fede e senza fede, affidandosi a Dio Padre e affidandosi alla pochezza degli uomini. Hai scelto? Quanto hai pagato la tua scelta? Se scegli di confidare nel Signore pagherai con il disprezzo da parte dei tuoi amici e forse anche dei parenti. Pagherai pure con la perdita di guadagni e di protezioni. Se scegli l’appoggio di Dio perdi l’appoggio degli uomini e devi davvero vivere di fede. Diventerai povero. Se ti dispiace non essere ricco, non affidarti a Dio. Se scegli di essere stimato da Dio avrai pace, godrai delle piccole cose, sarai capace di comunione con gli uomini sofferenti, che sono la stragrande maggioranza. Potrai parlare la loro lingua. Essi ti cercheranno. Le parole di Gesù sono state ascoltate da “gran moltitudine di gente” proveniente sia dal popolo religioso che da quello pagano. Chi si affida a lui non ha più motivazioni per essere ostile a qualcuno né per sentirsi diviso da nessuno: Cristo infatti ha affrontato la morte in modo da essere solidale con tutti coloro che sono destinati alla morte e vivono spaventati dalla sua falce. Per tutti egli è morto e per tutti è risorto, in modo da donare a tutti la speranza della vita eterna, in comunione con lui e con tutti i suoi santi. Godremo la beatitudine di cui Gesù stesso si è compiaciuto di parlare ai discepoli e alle folle.
                                                                                     Padre Leonildo

 

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DOMENICA 07 FEBBRAIO

Prima di essere la pietra su cui Cristo avrebbe fondato la sua Chiesa, Pietro-Simone è stato colui che ha percorso per intero il cammino pieno di passione impulsiva ed insieme di incertezze verso il suo Signore. Egli è stato in questo modo colui che ha percorso, prima di noi, l’itinerario che a ciascuno di noi è chiesto di percorrere. Simone era un pescatore: ciascuno ha il suo lavoro e a ciascuno può capitare di faticare nel buio di tante notti e di non prendere nulla. Ma interviene quella Presenza che chiede di lavorare sulla sua parola, cioè di vivere la propria esistenza all’interno di quell’avvenimento potente che è Cristo Signore e allora il nostro lavoro e la nostra esistenza trovano una fecondità mai prima conosciuta. In questo stesso momento ciascuno di noi percepisce la propria distanza da quell’abbraccio misericordioso ed insieme la propria estrema vicinanza. Non saremo chiamati a fare altre cose, ma a farle per un altro scopo. Così Pietro continuerà ad essere pescatore, ma da allora in poi sarà pescatore di uomini.

Prima lettura  Is 6,1-2.3-8  Eccomi, manda me! 

Seconda lettura   1Cor 15,1-11
Così predichiamo e così avete creduto. 
 

Vangelo  Lc 5,1-11 Lasciarono tutto e lo seguirono.
In quel tempo, mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca. Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare.  Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini». E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.

Parola del Signore


Il brano evangelico in questione ci presenta la chiamata dei primi discepoli. Gesù si trova sulle rive del lago di Genesaret, oltre a Lui c'è la folla e alcuni pescatori. Mentre la folla manifesta la volontà di ascoltare la Parola, i pescatori se ne stanno in disparte, distanti. Di fronte a questo scenario, come spesso succede, Gesù chiede ospitalità e sale sulla barca di Simone… chissà quale progetto ha in mente!!! Ma cerchiamo di dare un ordine alle cose:
la folla ascolta il logos... - derivato dalla radice leg-, raccogliere, raccontare, parlare, significa all'origine parola, discorso, lingua, racconto. Il suo equivalente ebraico è d?b?r, parola…in questo caso è la predicazione generica - La folla è affascinata dalla predicazione di Gesù, ma il fatto stesso che si accosta facendo ressa e non in modo equilibrato e silenzioso, dice che persiste un distacco tra la vita e la parola annunciata; la Parola non trova un terreno fertile… c'è tanto entusiasmo e niente più. La folla ama ascoltare i fatti ma preferisce non compromettersi con la Parola. Quella predicazione cade su un terreno apparentemente buono, ma non fecondo… superficialmente bello, ma senza capacità produttiva. Allora l'atteggiamento di Gesù ci porta su un piano più elevato.
Mentre si trova sulla barca di Simone, chiede a questi di fare una cosa strana: allontanarsi e pescare in un'ora insolita… cosa molto originale… comunque perché non ubbidire?
Pietro e gli Altri sono a contatto con la "Rema"… Allontanarsi significa rompere con una realtà che non sempre ci offre soddisfazioni… tagliare i ponti con una società che bada solo al benessere e all'apparenza, nella quale non si accettano compromessi senza un tornaconto. Allora, si prende il largo, ma con Gesù. Cioè, nella vita siamo chiamati a fare delle scelte serie, severe e responsabili. Ci si discosta da terra e si prende il largo, perché a rendere stabile le acque c'è la presenza/persona di Colui che libera da ogni paura e da ogni forma di timore… e offre oltre al sostentamento corporale anche quello spirituale. Si taglia il cordone ombelicale con la realtà umana, per ristabilire il legame pieno, duraturo ed efficace con il Signore della vita. In questo clima di scelta, per prima cosa è necessario evidenziare un rapporto di fiducia. Simone dice a Gesù: sulla tua Parola (rema)… - questo termine sta a indicare molto spesso una singola parola o detto… è spesso inteso come parola di predizione divina, il contenere in se stesso il suo compimento e la tendenza a diventare realtà - non è una parola, come appena detto, come tante altre, ma è una Parola che vuole entrare con prepotenza nella vita di ciascuno, una parola autorevole capace di aprire nuovi orizzonti e spalancare nuove porte. Per cui la nuova realtà vitale che da questo rapporto scaturisce, deve essere fondata sulla fiducia, che Gesù pone in me e io in Lui. Se non c'è fiducia reciproca non ci può essere comunione o collaborazione e nemmeno sequela.
Le reti quasi si rompevano… le barche quasi affondavano… per loro fortuna né si rompono e né affondano. Cosa vuol dire tutto ciò? La presenza di Gesù fa osservare la vita con gli occhi di chi si scopre stracolmo di doni divini… elargiti da Colui che ci ha pensati, creati e amati dall'eternità. La nostra vita è quasi sempre una lamentela delle cose che non ci rendono felici e di problemi che assillano la nostra quotidianità… oltre il nostro mondo non c'è niente e nessuno.
La vicenda di Pietro è un invito a guardare la vita con gli occhi della fede per potere individuare i benefici che riceviamo e che ci permettono di affrontare in modo sereno e tranquillo la quotidianità. Questa scoperta di una realtà positiva che soggiace nella nostra persona e sostiene la vita, soprattutto nei momenti più tristi e bui, deve indurci ad un riconoscimento delle proprie debolezze e dei propri errori che quotidianamente si commettono. L'uomo deve lasciarsi plasmare e avvolgere dalla parola con cui è venuto a contatto. Anche in questo l'atteggiamento di Pietro dice come la Parola ascoltata e interiorizzata porta i suoi primi frutti… una confessione delle proprie debolezze e una richiesta di aiuto a uscire fuori dal baratro in cui ci ha condotti il nostro egoismo sono l'inizio per compiere un salto qualitativo: da terreno poco fecondo a terreno fruttuoso. Ecco allora la decisione di mettersi alla sequela del Maestro: offrire a tutti gli uomini la possibilità di liberarsi da una di precarietà umana e spirituale e iniziare un cammino di ammissione delle proprie debolezze… che si concretizza nella conversione.
Ma bisogna prendere coscienza che la nostra vita di discepoli porterà i suoi frutti, riusciremo a prendere vivi gli uomini, solo se si instaura un rapporto di fiducia con Colui che ha trasformato e vuole trasformare la nostra vita. L'essere discepolo, oggi diremmo cristiano, è fondamentalmente un lavoro di comunione e di abbandono filiale e fraterno… senza Cristo non si va da nessuna parte… o forse non si parte.
 

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DOMENIICA 10   GENNAIO 

BATTESIMO DI  GESÙ
“Tu sei il Figlio mio, l’amato”


Sulle rive del Giordano, Giovanni Battista predica la conversione dai peccati per accogliere il regno di Dio che è vicino. Gesù scende con la folla nell’acqua per farsi battezzare. Il battesimo per i Giudei era un rito penitenziale, perciò vi si accostavano riconoscendo i propri peccati. Ma il battesimo che Gesù riceve non è solo un battesimo di penitenza: la manifestazione del Padre e la discesa dello Spirito Santo gli danno un significato preciso. Gesù è proclamato «figlio amato» e su di lui si posa lo Spirito che lo investe della missione di profeta (annuncio del messaggio della salvezza), sacerdote (l’unico sacrificio accetto al Padre), re (messia atteso come salvatore).

Dal Vangelo secondo Luca          3,15-16.21-22
Mentre Gesù, ricevuto il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì.
 
In quel tempo, poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco». Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento».

Parola del Signore                           Lode a te, o Cristo

Le letture di oggi ci richiamano quelle che abbiamo udito nel periodo dell’Avvento e del Natale: sono quasi un riassunto o, meglio, un richiamo dell’attesa degli uomini, attesa che è stata esaudita. Il Signore, che aveva promesso di venire e per il quale abbiamo preparato la via, eccolo, è in mezzo a noi. Lo abbiamo contemplato bambino, e ci è stato detto che “cresceva in sapienza età e grazia”. Oggi lo contempliamo mentre Dio stesso lo presenta: viene presentato agli uomini che si riconoscono peccatori e vanno da Giovanni a farsi battezzare. Questo Giovanni con grande verità e chiarezza sa di preparare il popolo ad accogliere il Messia. Deve aiutare quanti pensano che il Messia sia egli stesso: no, il messia non si limiterà a battezzare con acqua, come fa lui, non si limiterà ad una purificazione. Non è tutto per l’uomo essere libero dal peccato, essere discolpato dalle iniquità.
L’uomo deve vivere, deve vivere una vita degna del suo Creatore, degna del suo Dio. Questa testimonianza di Giovanni mi viene alla mente quando qualcuno mi dice che non fa nulla di male. L’uomo che si limita a non fare nulla di male non sa ancora cosa significhi vivere. Il figlio di Dio è colui che vive una vita piena, ricca di santità, una vita in comunione con Dio stesso. Per questo non è sufficiente una purificazione dal male commesso in passato, ma è necessario lo Spirito Santo. Ecco l’opera di Colui che deve venire, il dono del Figlio di Dio agli uomini. Giovanni lo dice con l’espressione: “Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”. Lo potrà fare perché su di lui scende e rimane proprio lo Spirito Santo. Ciò avviene dopo che proprio lui, Gesù, è entrato nell’acqua della purificazione dai peccati: noi sappiamo che egli non era peccatore, perché mai aveva disobbedito al Padre. Egli si è messo ugualmente con i peccatori, per prendere su di sé il loro castigo: ciò avverrà pienamente quando salirà sulla croce. Qui al Giordano egli si umilia, e avviene quanto egli dirà poi ripetutamente ai suoi discepoli: chi si umilia sarà esaltato. Proprio a testimonianza del fatto che egli non è peccatore, anzi, che egli è il Dio con noi, ecco la voce dal cielo che accompagna la discesa della colomba. Questa voce che viene dall’alto testimonia che la sua vita è tutta gradita a Dio: “Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento”. Chi ha udito questa voce? Soltanto lui o anche il popolo? Oggi la udiamo noi, e noi la prendiamo sul serio. Gesù è Figlio di Dio, gradito a lui. Staremo vicini a lui, ovunque sarà. Staremo con lui nei suoi momenti di silenzio per godere la sua presenza, nei momenti in cui parlerà per ascoltare la sua sapienza, nei momenti in cui sarà disprezzato per soffrire con lui, nell’ora della sua morte per vincere con lui le forze del male. Vivremo in tal modo una vita nuova, libera dai condizionamenti del peccato presente nel mondo. Rinnegheremo con lui “l’empietà e i desideri mondani” e contribuiremo a formare un popolo nuovo, portatore di una vita che “rinnova la faccia della terra” (salmo).  Questa festa completa la celebrazione del mistero del Natale: Gesù, presentato da Maria, dagli angeli, dalla voce dei pastori, da quella di Simeone e di Anna, viene infine presentato da Dio stesso: Dio lo presenta quando egli vive l’umiltà. Una nuova lezione per noi, superbi. Dio ci approva quando siamo umili! 

                                                                            Padre Leonildo
 

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DOMENICA 27  DICEMBRE 

FESTA SANTA FAMIGLIA
Ma essi non compresero  ciò che aveva loro detto.


La famiglia è la prima cellula della società e della Chiesa. Dio l’ha creata a sua immagine (Gn 1,26) e ha affidato all’uomo il compito di crescere, di moltiplicarsi, di riempire la terra e di sottometterla (Gn 1,28). Questo disegno si avvera quando l’uomo e ha donna si uniscono intimamente nell’amore per il servizio della vita, partecipando così al potere creatore di Dio e all’amore redentivo di Cristo.

Dal Vangelo secondo Luca           2,41-52
Gesù è ritrovato dai genitori nel tempio in mezzo ai maestri.

I genitori di Gesù si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l'udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro. Scese dunque con loro e venne a Nazaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini.

Parola del Signore                           Lode a te, o Cristo


La nostra famiglia è il primo luogo dove viviamo la Parola di Gesù. Con le persone con cui siamo a contatto molto tempo e a cui ci legano l’affetto e l’amore, con loro possiamo anzitutto essere rivelatori della luce di Dio. È questo che vediamo osservando la famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe: vediamo tre membri di una famiglia impegnati a donarsi l’un l’altro i segni della fedeltà, della pace, della grazia che vengono da Dio stesso. Osserva Giuseppe e vedrai la purezza dell’amore coniugale, la fortezza e la sapienza di un custode fedele e generoso, la prontezza di fede di un uomo maturo. Osserva Maria e vedrai la grazia e la tenerezza di un amore che si dimentica di sè e vuole la gioia dello sposo e la crescita del figlio. Guarda Gesù e vedi l’amore ubbidiente del Figlio di Dio che cerca solo e sempre la volontà del Padre. L’amore, pur nella diversità delle sue sfumature, unisce nel cuore di Dio le tre persone della santa famiglia. Per ognuna di loro Dio è la persona più importante, e per questo essi vivono una comunione perfetta e santa, per questo essi si sentono l’uno per l’altro importante, per questo essi si accolgono reciprocamente come dono di Dio.   Il segreto dell’unità e dell’armonia di una famiglia è questo: ognuno nel proprio cuore dà il primo posto a Dio. Con questa premessa ognuno ha la forza di amare l’altro senza attendersi ricompensa e ognuno percepisce la presenza dell’altro come un dono immeritato, dono di cui essere continuamente riconoscente.
Le letture della Parola di Dio ci vogliono aiutare a fare qualche passo in questa direzione. La madre di Samuele, Anna, ha accolto da Dio il dono del figlio e a Dio ha voluto ridonarlo: così la sua maternità è divenuta perfetta. L’evangelista ci fa osservare la santa Famiglia in uno dei suoi momenti più difficili, e più belli: Gesù è diverso da come se lo immaginano i genitori. Essi ne soffrono come tutti i genitori quando si accorgono che il loro figlio non appartiene più a loro. È il momento però in cui vedono compiuti i loro desideri più profondi: il figlio apprezza il suo essere di Dio, e agisce di conseguenza.
Il loro amore non è fare l’uno quel che piace all’altro, ma fare ciò che Dio vuole, ciò che Dio chiede: questo è l’amore che essi si donano con fedeltà. Giovanni ci fa tenere lo sguardo rivolto al Padre, per vedere l’amore con cui siamo amati, l’amore che possiamo donarci gli uni gli altri, l’amore che è incarnato dal Figlio Gesù. È in lui che deve passare anche l’amore delle nostre famiglie, tra coniugi, tra figli e genitori, tra fratelli. Se il nostro amore non passa per Gesù non riuscirà a superare le prove delle nostre debolezze e dei nostri difetti e peccati. Ma se il nostro amore passa per Gesù nemmeno gli sbandamenti più gravi riusciranno a dividerci e a renderci nemici gli uni degli altri. Riempi il tuo cuore di amore a Gesù, e la tua famiglia riceverà forza di unità  e  pace.              

                                                                                      Padre Leonildo

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DOMENICA  14 DIC    4° di Avvento
4a  di AVVENTO
“Beata colei che ha creduto”

Il futuro Messia è presentato più come il discendente del Davide, pastore di Betlemme, che non del Davide glorioso della città regale. Umili e poveri sono i primi portatori della speranza e della salvezza. Così è Maria nei riguardi di Elisabetta. Per la stessa umiltà e povertà Elisabetta, illuminata dallo Spirito Santo, riconosce in Maria la madre del Salvatore, e proclama il mistero che si è compiuto in Lei.

Dal Vangelo secondo Luca                  39-45
A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me?
 
In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Ap¬pena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bam¬bino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orec¬chi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo.E beata colei che ha creduto nell'adempimento di ciò che il Signore le ha detto».

Parola del Signore                           Lode a te, o Cristo

Tra pochi giorni celebreremo il Natale di Gesù. Questa quarta domenica d’Avvento vuol preparare la nostra mente e il nostro cuore in modo che siamo degni di vivere una festa così grande. Fuori di questo edificio abbiamo un’infinità di distrazioni e tentazioni che ci disturbano, perché ci danno l’idea che Natale sia solo occasione di spendere denaro, di pensare a cosa mangiare, a come divertirsi, dove viaggiare, quali regali procurarci per parenti e amici. Io voglio sperare che tu non ti lasci travolgere da queste futilità che sembrano più vicine alla bestemmia che alla lode. Tu vedi il Natale come il Natale di Gesù, e perciò fissi i tuoi desideri su di lui, sulla sua persona, per vedere come esprimergli il tuo amore e la tua riconoscenza, per intuire come farlo conoscere e farlo amare anche dalle persone che ti amano. Per questo ascoltiamo la Parola di oggi con attenzione. Il profeta Michea parla di una città, Betlemme, e di una madre, che attendono colui che avrà la vera dignità regale, ma parla anche di un popolo che è stato messo “in potere altrui”, cioè è stato reso schiavo, perché il suo cuore desideri e attenda uno che possa liberarlo: questi regnerà in modo nuovo, al modo di Dio, con il suo amore misericordioso! La lettera agli Ebrei ci fa conoscere nell’intimo colui che viene: egli viene per compiere la volontà del Padre, viene quindi in obbedienza, rovesciando il comportamento di Adamo, che preferì seguire il proprio piacere invece che le indicazioni di Dio. Colui che viene obbedendo sa che la sua obbedienza gli costerà, perché dovrà mettersi al posto dei sacrifici, sostituendoli tutti. Egli sarà l’unica vittima sacrificale per redimere l’uomo e l’umanità e santificarli. Questi è Cristo, che fa propria la volontà di Dio, offrendosi liberamente. Parla ancora di lui il vangelo, facendoci osservare la Madre sua ed Elisabetta che si incontrano. È a causa di lui che si incontrano. È per lui che Elisabetta diventa madre, perché suo figlio è destinato a farlo conoscere a tutto il popolo. E anzitutto è proprio Elisabetta che ne percepisce in modo misterioso la presenza in grembo a Maria, tanto che la saluta con le parole con cui Davide salutò l’arrivo dell’Arca dell’alleanza nella sua città: “A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me?”. Elisabetta sa che il figlio che Maria nasconde in sé è il suo Signore, il suo Dio. E loda quella madre fortunata, fortunata perché ha vissuto e sta credendo con una fede grande come quella di Abramo. Ecco come ci prepariamo a celebrare il Natale di Gesù: teniamo presente che egli viene per offrire se stesso in sacrificio, e che anche sua madre si è offerta per portarlo, pur intuendo che egli sarebbe stato per lei una croce costante. Ci prepareremo chiedendo perdono per i nostri rifiuti della volontà di Dio e offrendoci a compiere ogni giorno il suo amore generoso e misericordioso.                    

                                                                                      Padre Leonildo


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DOMENICA 13  DICEMBRE  
3a  di AVVENTO
Che cosa dobbiamo fare?

“Che cosa dobbiamo fare? Chiedono al Battista per preparare la via al Messia. La prima indicazione pratica è la solidarietà e la condivisione con chi è povero. La vera conversione passa attraverso il dare meno importanza alle cose che si possiedono per poterle così donare a chi è più povero di noi. La condivisione di ciò che si è e si ha, è una legge fondamentale per la vita dei cristiani. L’egoismo e la sete di possesso, di accumulo, è invece, un segno di poca fede e di non piena e vera conversione. 

Dal Vangelo secondo Luca                    3,10-18
E noi che cosa dobbiamo fare?

In quel tempo, le folle interrogavano Giovanni, dicendo: «Che cosa dobbiamo fare?». Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto». Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?». Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato». Lo interrogavano anche alcuni soldati: «E noi, che cosa dobbiamo fare?». Rispose loro: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe». Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».
Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo.

Parola del Signore                           Lode a te, o Cristo


“Canta ed esulta” dice il salmo di oggi. Perché cantare e perché esultare? Per poter cantare bisogna essere contenti, e noi invece siamo angustiati, ansiosi, pieni di paure, di insicurezze e di sfiducia. Canta ed esulta! Il motivo della nostra gioia ce lo dice San Paolo: “Il Signore è vicino”. È vicino colui che ha vinto la morte e perciò può vincere anche tutte le nostre paure e farci superare tutte le difficoltà, è accanto a noi colui che ci ama e che possiede la chiave della nostra felicità. Egli è vicino e può ascoltare la nostra voce che gli presenta preghiere e suppliche. Prima di tutto però gli presentiamo il nostro grazie. Perché ringraziarlo? Egli è venuto vicino a noi, che siamo peccatori, che siamo diventati un peso gli uni per gli altri, e con la sua vicinanza ci dona speranza e gioia di vivere. San Paolo ci dice che, grazie alla sua vicinanza, possiamo aver fiducia di rivolgerci a Dio con tutte le nostre richieste, pregando e ringraziando: sarà lontana da noi ogni angustia e ogni paura. Anche nelle situazioni all’apparenza disperate, quando non intravediamo con la nostra mente alcuno spiraglio, anche allora la pace di Dio ci può raggiungere e nella sua pace il nostro cuore può rimanere fisso in Gesù, nostra vita. Le parole dell’apostolo fanno eco a quelle del profeta Sofonia, che invita tutto Israele ad esprimere la gioia, perché il Signore Dio è ancora vicino, anzi “è in mezzo a te” ed è capace di ridonare la pace ed il benessere al popolo. Messaggio di gioia sono anche le parole di Giovanni Battista alle folle che lo raggiungevano al Giordano per farsi battezzare. Ad esse egli dava suggerimenti per rendere concreta la conversione del cuore. A tutti consigliava la condivisione dei beni materiali: chi è attaccato alle ricchezze, chi pensa ad accumulare per sé non potrà vivere nella gioia, perché non si accorgerà mai della presenza e della vicinanza di Dio. Agli esattori delle tasse, quotidianamente tentati di arricchirsi ingiustamente, raccomandava di non pretendere nulla oltre il dovuto. E ai soldati, abituati ad arrangiarsi senza lasciarsi impietosire dalla povertà, raccomandava pure di sapersi accontentare del poco che ricevevano e di non prendersi nulla da sé. E poi annunciava la presenza di Gesù: egli è più forte e più grande, e la sua caratteristica supera tutte le aspettative: infatti egli “battezzerà in Spirito Santo e fuoco”. Con queste espressioni Giovanni ci vuol far conoscere la grandezza di Gesù, che non si limita a perdonarci i peccati, ma ci immerge nella vita di Dio, una vita luminosa e ardente come il fuoco. Parlando di fuoco Giovanni pensava a quello dell’altare del tempio, che faceva salire a Dio il sacrificio come profumo a lui gradito. Se Gesù ci battezza in Spirito Santo e fuoco, significa che egli può renderci divini e farci giusti, può presentarci al Padre come offerta di cui egli si compiace. In questi ultimi giorni di Avvento faremo anche noi passi di conversione, distaccandoci dalle cose del mondo, per attendere Gesù che continui a cambiare la nostra vita, purificandola e divinizzandola.
                                                                                     Padre Leonildo

 

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DOMENICA 06 DIC.    2° di Avvento

 Voce di uno che grida
nel deserto

Il vangelo di oggi si apre con un inquadramento storico che vuole situare l’inizio dell’attività del Battista e quindi di Gesù, dentro a un periodo preciso della vita umana. Luca desidera cioè farci capire che l’evento della venuta del Signore Gesù, del Messia, salvatore, non è un episodio mitologico, non è un evento della fantasia, ma un fatto che ha segnato profondamente la storia dell’umanità.
 
Dal Vangelo secondo Luca                    3,1-6         
Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!.

Nell'anno quindicesimo dell'impero di Tiberio Cesa¬re, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea. Erode tetràrca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetràrca dell'Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetràrca dell'Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Càifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto.
Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, com'è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaia:
«Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri!
Ogni burrone sarà riempito,
ogni monte e ogni colle sarà abbassato;
le vie tortuose diverranno diritte
e quelle impervie, spianate.
Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!».
  
Parola del Signore                           Lode a te, o Cristo
 

Continua il nostro cammino dell'Avvento: attesa e preparazione del cuore, al Natale del Signore. Nel vangelo di oggi l'evangelista Luca offre una lunga serie di precise informazioni per dirci quando Gesù, il Figlio di Dio, ha iniziato la sua vita pubblica e l'opera esplicita della sua missione.
Gesù non è un'idea, un'invenzione di qualcuno... Gesù è un personaggio storico, sicuro, documentato. Gesù è una persona semplice in mezzo ai potenti della storia, ma ha cambiato la storia e il suo regno, regno di amore e di pace, regno dei cuori, dura in eterno.
Il Figlio di Dio è veramente venuto in questo mondo e ha dato tutto se stesso dentro lo svolgersi dei fatti umani del suo tempo. Tiberio, Pilato, Erode Antipa, Filippo... tutte queste persone rappresentano la miseria umana, le lotte, il potere, gli sfruttamenti e i mali della storia.
Eppure dice il vangelo Dio arriva ugualmente, anzi viene proprio per questo, per salvarci dai mali. E' l'annuncio della speranza e della salvezza per tutta l'umanità.
Dio viene a salvarci proprio nelle situazioni difficili; Dio è sempre con noi. Dio cammina nelle strade e nelle vicende umane. La vera storia la fa il Signore; i potenti di questo mondo finiscono presto.
Questo ci apre alla speranza, alla consolazione, alla testimonianza. I tanti martiri della storia e anche della nostra epoca recente hanno saputo credere che Dio, prima o poi, secondo i suoi tempi, cambia la storia, salva i suoi figli, salva l'umanità.
All'interno degli avvenimenti ricordati viene sottolineata l'opera di Giovanni Battista, il precursore, colui che prepara l'attesa e l'accoglienza del Signore. Senza questa preparazione, Dio non viene nel mondo, Dio non lo incontriamo, non facciamo esperienza di Lui, non riusciamo ad accogliere tutta la sua grazia e la sua salvezza.
Giovanni Battista grida: "Preparate le vie del Signore, raddrizzate i suoi sentieri, ogni burrone sia riempito, ogni monte sia abbassato... Ogni uomo vedrà la salvezza del Signore". "Preparate le vie del Signore":
E' l'invito forte e profondo di questa domenica di avvento.
Ci facciamo alcune domande. Cosa vuol dire "preparare le vie del Signore"? In quale maniera posso preparare questa via nel mio cuore, nella mia vita e andare incontro al Signore e accoglierlo?
"Raddrizzate i suoi sentieri":
Quali sono le cose storte, i pensieri mondani, gli atteggiamenti incoerenti che devo riportare nella luce e nella direzione del Signore? "Ogni burrone sia riempito": come devo colmare i vuoti della mia vita, il vuoto di tante azioni senza significato, come devo aprirmi a Dio per non rimanere negli abissi della mia miseria? "Ogni monte e ogni colle sia abbassato": come abbassare la cresta della superbia, dell'egoismo, del prestigio, dell'apparenza umana, per accogliere lo spirito di Gesù, mite e umile di cuore?
A Gesù interessa il nostro cuore; è lì che dobbiamo preparare le vie, colmare i vuoti, cambiare, convertirci.
Nella fede, nella preghiera, nell'impegno di cambiare tante cose che vanno cambiate nella nostra vita, possiamo vivere l'attesa del Signore e sperimentare la sua grazia, la sua gioia, la sua salvezza.

"Preparate le vie del Signore":
Anche noi siamo chiamati, come Giovanni Battista, ad aiutare tante altre persone a cercare il Signore, a incontrarlo, ad accoglierlo. La gente ha tanto bisogno di Dio. Tutti i problemi e i mali che affliggono il mondo sono il segno che siamo lontani da Lui.

Vogliamo impegnarci tutti a fare il più possibile perché tante altre persone abbiano la fede, vivano la preghiera, trovino nel Signore la luce, la forza, il significato per la loro vita, possano vivere nell'amore a Dio e al prossimo, perché queste sono le cose più belle per tutti.

La grandezza dell'amore di Dio si rivela nel ricondurre sulle sue vie l'uomo smarrito e disorientato che si è allontanato da Lui. La conversione è innanzitutto dono di Dio: è Lui che opera e che salva. Mentre le strade che separano l'uomo da Dio si arrampicano sulle alture della superbia, dell'egoismo, dell'onnipotenza, dell'autosufficienza e lo fanno sentire sempre più solo ed infelice, lontano dal Padre e dai fratelli. Quelle del ritorno, della conversione, sono le vie diritte e sicure dell'amore, della pace e della giustizia, della fedeltà e della gioia, sulle quali non solo egli cammina verso Dio, ma Dio stesso va incontro a lui. È necessaria però disponibilità e collaborazione all'opera della salvezza: sgomberare la strada da cumuli di cose inutili perché si possa verificare l'incontro con il Salvatore. Dio, per richiamare l'uomo, si serve anche di tutti quei "Giovanni Battista" che sanno "vedere", e incoraggiano gli altri a vedere, ciò che ancora non c'è. È necessario liberarsi dalla presunzione di essere a posto e riconoscere umilmente di dover cambiare occhi, mente e cuore per accogliere il Signore e vivere per Lui. D'altra parte, sono proprio gli umili ad essere chiamati alla gloria da Dio che "rovescia i potenti dai troni e confonde i superbi nei pensieri del loro cuore", come dice Maria Ss. nel Magnificat.

                                                                              don Roberto Rossi

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DOMENICA 29 NOV.  1° di Avvento
State attenti a voi stessi. 

  
L’attenzione ai segni del tempo e ai semi del regno gettati da Dio nella storia, presuppone una vigilanza che evita lo stordimento. “Dissipazioni”, “ubriachezze” e “affanni della vita” sono invece caratteristiche della persona senza speranza. Chi disperde, dissipa, il suo tempo, le sue energie, per cose senza durata, che però sembrano colmare bisogni di piacere immediati, rinuncia di fatto ad at-tendere, rinuncia a coltivare il germoglio, ma si limita a mangiarlo subito. Se mi mangio il germoglio per soddisfare la fame di oggi, mi precludo la possibilità che cresca e possa diventare l’albero che nutre e toglie la fame di tanti e per sempre.

Dal Vangelo secondo Giovanni               18, 33b-37
Tu lo dici: io sono re.

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria. Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina. State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia della terra. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo”. 
  
Parola del Signore                           Lode a te, o Cristo


Nella prima domenica di Avvento, mentre iniziamo un nuovo anno liturgico, il Signore ci parla della fine. Egli ci vuole aiutare a vivere ogni giorno sapendo che il tempo non è tempo da godere per fare quel che ci piace, ma tempo da riempire di opere e di atteggiamenti di cui renderemo conto a colui che ce l’ha donato. Tutta la nostra vita è un luogo dove deve agire il Figlio di Dio, un tempio dove lui deve essere adorato, una strada dove lui possa camminare e incontrare gli uomini. È lui, Gesù, la pienezza dell’umanità: se egli è in noi, pure la nostra vita sarà piena e pienamente appagata. Se egli deve star lontano da noi perché noi lo escludiamo o perché vogliamo fare nostri interessi, allora tutti gli avvenimenti saranno per noi scogli insormontabili, e ogni cosa che sembra sicura sarà un trabocchetto, un inganno, una delusione. Gesù ci esorta quindi, per il nostro bene più bello, a vigilare su noi stessi, a non tradirci con le nostre mani.
L’invito di oggi è un invito a prendere seriamente la nostra vita, perché in essa possa manifestarsi l’amore di Dio. Anche San Paolo ci ricorda la stessa cosa: è suo forte desiderio e preghiera che i cristiani vivano in modo che risplenda tra di loro l’amore: in tal modo Dio stesso fa risplendere sulla terra la propria gloria.
Siamo in attesa della venuta di Gesù, che, già venuto nella storia, continua a venire e ad essere presente in mezzo a noi per preparare la sua venuta finale. Iniziamo perciò questo nuovo ciclo annuale alla sua presenza, con la gioia di chi sa di avere un compito insostituibile. Il nostro compito, come annuncia Geremia, è una partecipazione al realizzarsi delle profezie di Dio, che vuole donare a tutti i popoli il “Germoglio giusto, che eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra”. Noi, vivendo in modo da piacere al Signore, cioè secondo la sua volontà, diamo inizio a quel regno in cui non compaiono le ingiustizie e in cui ogni giudizio viene pronunciato da colui che ama gli uomini e li vuole salvare dall’accusatore. Questi è colui che deve venire: il tempo di Avvento è tempo di preparazione ad accoglierlo, tempo di attesa.
Ogni attesa è vera attesa quando è generata dall’amore. Viviamo perciò questo tempo amando Gesù: desideriamo così incontrarlo, vederlo, ascoltarlo, essere visti da lui ed essere toccati dalla sua mano. Prepariamo il nostro cuore con gesti di conversione: convertiamo la nostra preghiera, facendola diventare appunto attesa amorosa; convertiamo il nostro parlare, riempiendolo di quella saggezza che tien conto del traguardo finale; convertiamo il nostro agire, svuotandolo dell’egoismo e della ricerca del nostro piacere; convertiamo il nostro vivere, temprandolo con mortificazioni e rinunce. Saranno tutti gesti di amore che ci preparano a vivere per Gesù e con lui, donando al mondo i segni di quella novità e verità che esso cerca e non sa nè può trovare con i mezzi con cui la sta cercando.

                                                                                      Padre Leonildo
                                                                                                                                                                                                  

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22 novembre 2009  Cristo Re

PRIMA LETTURA
Dn 7,13-14 
Dal libro del profeta Daniele

Guardando nelle visioni notturne,
ecco venire con le nubi del cielo
uno simile a un figlio d’uomo;
giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui.
Gli furono dati potere, gloria e regno;
tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano:
il suo potere è un potere eterno,
che non finirà mai,
e il suo regno non sarà mai distrutto.

SALMO  RESPONSORIALE  dal Sal 92
 
Il Signore regna, si riveste di splendore

Il Signore regna, si riveste di maestà:
si riveste il Signore, si cinge di forza.

È stabile il mondo, non potrà vacillare.
Stabile è il tuo trono da sempre,
dall’eternità tu sei.

Davvero degni di fede i tuoi insegnamenti!
La santità si addice alla tua casa
per la durata dei giorni, Signore.

SECONDA LETTURA  Ap 1,5-8
Dal libro dell'Apocalisse di san Giovanni apostolo

Gesù Cristo è il testimone fedele, il primogenito dei morti e il sovrano dei re della terra.
A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen.
Ecco, viene con le nubi e ogni occhio lo vedrà,
anche quelli che lo trafissero,
e per lui tutte le tribù della terra
si batteranno il petto.
Sì, Amen!
Dice il Signore Dio: Io sono l’Alfa e l’Omèga, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente!

CANTO AL VANGELO  Mc 11,9.11
 
Alleluia, alleluia.
Benedetto colui che viene nel nome del Signore!
Benedetto il Regno che viene, del nostro padre Davide!
Alleluia.
 
VANGELO   Gv 18,33b-17 
Dal vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Pilato disse a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?».
Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù».
Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».

Parola di Dio


Il Vangelo dell'ultima domenica dell'anno liturgico, solennità di Cristo Re, ci fa assistere all'atto conclusivo della storia umana: il giudizio universale: "Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sua sinistra". Il primo messaggio contenuto in questo vangelo non è il modo o l'esito del giudizio, ma il fatto che ci sarà un giudizio, che il mondo non viene dal caso e non finirà a caso. Esso è iniziato con una parola: "Sia la luce…Facciamo l'uomo" e finirà con una parola: "Venite, benedetti…Andate, maledetti". Al suo inizio e alla sua fine c'è la decisione di una mente intelligente e di una volontà sovrana.Questo inizio di millennio è caratterizzato da una accesa discussione su evoluzionismo e creazionismo. Ridotta all'essenziale, la disputa oppone quelli che, richiamandosi – non sempre a ragione - a Darwin, credono il mondo sia frutto di una evoluzione cieca, dominata dalla selezione delle specie, e quelli che, pur ammettendo una evoluzione, vedono Dio all'opera nello stesso processo evolutivo. Giorni fa si è svolta in Vaticano una sessione plenaria della Pontificia Accademia delle scienze che aveva per tema: "Vedute scientifiche intorno all'evoluzione dell'universo e della vita", con la partecipazione dei massimi scienziati di tutto il mondo, credenti e non credenti, diversi dei quali premi Nobel. Nel programma sul vangelo che conduco su Rai Uno, ho intervistato uno degli scienziati presenti, il Prof. Francis Collins, capo del gruppo di ricerca che ha portato alla scoperta del genoma umano. Gli ho chiesto: "Se l'evoluzione è vera, resta ancora uno spazio per Dio?". Ecco la sua risposta: "Darwin aveva ragione nel formulare la sua teoria secondo cui discendiamo da un antenato comune e ci sono stati cambiamenti graduali nel corso di lunghi periodi di tempo, ma questo è l'aspetto meccanico di come la vita è arrivata al punto di formare questo fantastico panorama di diversità. Non risponde alla domanda sul perché c'è vita. Vi sono aspetti dell'umanità che non sono facilmente spiegabili, quali il nostro senso morale, la cognizione del bene e del male che a volte ci induce a compiere sacrifici che non sono dettati dalle leggi dell'evoluzione, che ci suggerirebbero di preservare noi stessi a tutti i costi. Questa non è una prova, ma non sta forse ad indicare che Dio esiste?". Ho anche chiesto al Prof. Collins se aveva creduto prima in Dio o in Gesù Cristo. Mi ha risposto: "Sino all'età di circa 25 anni ero ateo, non avevo una preparazione religiosa, ero uno scienziato che riduceva quasi tutto ad equazioni e leggi di fisica. Ma come medico ho cominciato a vedere la gente che doveva affrontare il problema della vita e della morte, e questo mi ha fatto pensare che il mio ateismo non era un'idea radicata. Ho cominciato a leggere testi sulle argomentazioni razionali della fede che io non conoscevo. Per prima cosa sono arrivato alla convinzione che l'ateismo era l'alternativa meno accettabile, e poco a poco sono giunto alla conclusione che deve esistere un Dio che ha creato tutto questo, ma non sapevo com'era questo Dio. Ciò mi ha indotto a compiere una ricerca per scoprire qual è la natura di Dio, e l'ho trovata nella Bibbia e nella persona di Gesù. Dopo due anni di ricerche ho ritenuto che non fosse più ragionevole opporre resistenza, e sono divenuto un seguace di Gesù". Un grande fautore dell'evoluzionismo ateo ai nostri giorni è l'inglese Richard Dawkins, l'autore del libro "God Delusion", L'illusione di Dio. Egli sta promuovendo una campagna pubblicitaria che si propone di mettere sui bus delle città inglesi la scritta: "Dio, probabilmente, non esiste: smetti di angustiarti e goditi la vita" ("There's probably no God. Now stop worrying and enjoy life"). "Probabilmente": dunque non si esclude del tutto che possa esistere! Ma se Dio non esiste il credente non ha perso quasi niente, se invece esiste il non credente ha perso tutto. Io mi metto nei panni di un genitore che ha un figlio portatore di handicap, autistico, o gravemente malato, di un immigrato fuggito dalla fame o dagli orrori della guerra, di un operaio rimasto senza lavoro, o di un contadino espulso dal suo campo…Mi domando come reagirebbe a quell'annuncio: "Dio non esiste: smetti di preoccuparti e goditi la vita!". L'esistenza del male e dell'ingiustizia nel mondo è certo un mistero e uno scandalo, ma senza la fede in un giudizio finale, essa risulterebbe infinitamente più assurda e più tragica. In tanti millenni di vita sulla terra, l'uomo si è assuefatto a tutto; si è adattato a ogni clima, immunizzato da ogni malattia. A una cosa non si è assuefatto mai: all'ingiustizia. Continua a sentirla come intollerabile. Ed è a questa sete di giustizia che risponderà il giudizio universale.
Esso non sarà voluto solo da Dio, ma, paradossalmente, anche dagli uomini, anche dagli empi. "Nel giorno del giudizio universale, non è solo il Giudice che scenderà dal cielo, ha scritto il poeta Claudel, ma sarà tutta la terra a precipitarglisi incontro".
La festa di Cristo Re, con il vangelo del giudizio finale, risponde alla più universale delle speranze umane. Ci assicura che l'ingiustizia e il male non avranno l'ultima parola e nello stesso tempo ci esorta a vivere in modo che il giudizio non sia per noi di condanna ma di salvezza e possiamo essere di quelli a cui Cristo dirà: "Venite, benedetti dal Padre mio, prendete possesso del regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo".

                                                         Padre Raniero Cantalamessa

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DOMENICA  1  NOVEMBRE  
Festa di Tutti i Santi
Beati,… beati, … beati, … beati, … beati.
        

 


Ecco la porta d’ingresso nel regno di Dio. Vi passeranno solo i poveri, i piccoli, gli umili, i vinti, gli oppresi.


 

 

Dal Vangelo secondo Matteo    Mt 5,1-12°
Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.
 
In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

Parola del Signore                           Lode a te, o Cristo


L’odierna solennità aiuta la Chiesa tutta a entrare nella gioia della Gerusalemme celeste, la città futura dalle salde fondamenta che accoglie i redenti a cantare la gloria di Dio e dell’agnello. Noi tutti dovremmo essere specialisti di questa novità: viviamo nel mondo, ma non siamo del mondo, viviamo in questo mondo che è valle di lacrime, regno del peccato e della conseguente sofferenza, ma teniamo lo sguardo fisso nei cieli, perché il nostro desiderio ci porta là. Purtroppo, quanto lo dimentichiamo! Quanti lo dimenticano! La dimenticanza dei cieli ci fa perdere l’orientamento qui sulla terra, ci fa vagare qua e là spinti dalle voglie, dagli egoismi, da quel che si sente e si prova, verso illusioni e delusioni continue. La dimenticanza dei cieli ci fa disimparare che siamo fratelli e ci spinge a comportarci quasi come gli animali, o persino peggio. Oggi siamo sollecitati a ricordare la nostra meta, il traguardo di ogni nostro passo e di ogni nostra decisione. Guardiamo al nostro traguardo vedendo quanti fratelli, amanti di Gesù e portatori della sua croce, sono arrivati e ci attendono. Vediamo i martiri, che hanno testimoniato l’amore di Dio e la morte e risurrezione del Signore fino a lasciarsi torturare e uccidere. Vediamo i confessori della fede, che pure hanno testimoniato il loro esser discepoli di Gesù fino a soffrire il rifiuto e l’odio degli uomini. Vediamo i pastori, che hanno consumato la loro vita nel seguire e precedere il gregge dei fedeli. Vediamo padri e madri di famiglia, che hanno vissuto nel Signore il loro matrimonio e la loro paternità e maternità. Vediamo monaci e monache, che hanno dato a tutti la testimonianza quotidiana del primato di Dio nella vita dell’uomo. Quale nuvola di testimoni del Signore circonda il trono di Dio e ci aiuta a conoscerlo e desiderarlo! Il nostro sguardo, che s’innalza a contemplare la fede e l’amore di coloro che chiamiamo santi, diventa anzitutto luce per considerare il nostro cammino qui in un modo diverso, libero dall’influsso travolgente del denaro, dei piaceri, delle ambizioni. Noi vediamo come l’influsso, che queste realtà hanno sul cuore di molti, provoca quelle ingiustizie e quegli egoismi a causa dei quali soffriamo. Ebbene, non vogliamo lasciarci travolgere da quelle stesse realtà: diverremo anche noi ingiusti, padroni degli altri, incapaci di amore. Guardando questi Santi vediamo come essi hanno trasformato il loro mondo, l’ambiente delle loro famiglie e della loro società, lo hanno trasformato in modo che l’amore fosse la sua luce e la sua forza, quell’amore gratuito di Dio. Essi lo hanno fatto vivendo con gioia e perseveranza le parole che sono uscite dalla bocca di Gesù. In tal modo sono stati partecipi della sua vita e della sua missione, hanno partecipato alla sua croce e ora partecipano della sua gloria. Le parole che hanno orientato i santi sono quelle che oggi sono entrate nei nostri orecchi e nel nostro cuore. Beati…
Beati i poveri in spirito… È bello e forte sentire oggi questa parole, in un mondo dove sembra che tutto sia deciso dal denaro. Guerra e pace, accordi e scontri tra fratelli e familiari, leggi per la vita dei popoli, malattie e salute, tutto è deciso dal potere dell’avidità del denaro. Il mondo, che cerca la pace, ha bisogno di persone che prendono sul serio queste parole di Gesù e le presentano vissute: sono beati, cioè veramente felici e benefattori degli uomini quelli che cercano la povertà, la libertà dal denaro e dalle ricchezze. Beati i puri di cuore: in un mondo dove tutto è guidato dal piacere sessuale, dalla moda per i vestiti alla giustificazione di delitti quali aborto e sfruttamento minorile, sfruttamento della donna e violenza sessuale ai bambini, in questo mondo c’è urgente necessità di persone che vivano con un cuore puro. Chi sono questi se non i cristiani? Non possiamo pretendere di trovare persone così da nessun’altra parte, perché la forza interiore necessaria per accogliere la povertà e la purezza viene solo dall’amore a Gesù Cristo: non viene prodotta dall’ateismo e nemmeno dalla tecnica, nè dalle credenze formulate e prodotte dalle religioni del mondo. Solo Gesù con la sua croce può sostenere la debolezza umana per vivere in modo degno dell’uomo e di Dio. Oggi rivolgiamo il nostro sguardo al cielo. Tra la folla dei santi incontriamo gli occhi profondi di San Giovanni Maria Vianney, il santo curato d’Ars, morto 150 anni fa. Nato allo scoppiare della rivoluzione francese visse l’infanzia durante la conseguente persecuzione dei sacerdoti. Uno di questi, costretto a vivere da clandestino, gli dette la prima comunione mentre la famiglia, per tenere nascosto quanto avveniva in casa, scaricava davanti alle finestre un carro di fieno. E dovette attendere due anni per fare di nuovo la S.Comunione! Egli ha percorso la strada della santità e ce la descrive: “Le croci ci uniscono al Signore, ci purificano, ci distaccano da questo mondo, liberano il nostro cuore da ogni ostacolo, ci aiutano ad attraversare la vita come un ponte aiuta ad attraversare un corso d’acqua”.
                                                                                     
                                                                                   Padre Leonildo
 

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