DOMENICA 1 AGOSTO
DOMENICA 25 LUGLIO
DOMENICA 18 LUGLIO
DOMENICA 11 LUGLIO
DOMENICA 04 LUGLIO
DOMENICA 27 GIUGNO
DOMENICA 20 GIUGNO
DOMENICA 13 GIUGNO
DOMENICA 06 GIUGNO
DOMENICA 30 MAGGIO
DOMENICA 23 MAGGIO
DOMENICA 16 MAGGIO
DOMENICA 02 MAGGIO
DOMENICA 25 APRILE
DOMENICA 18 APRILE
DOMENICA 11 APRILE
DOMENICA 04 APRILE (PASQUA)
DOMENICA 28 MARZO
DOMENICA 1 AGOSTO
XVIII Tempo Ordinario
“La vita non dipende dalle ricchezze che si possiedono”
Cristo innanzi tutto riprende l’insegnamento della saggezza umana, espresso già nell’Antico Testamento, traducendolo nella parabola del ricco insensato (Le 12,16-21). Le cose sono una falsa sicurezza. Il possesso è in realtà illusorio: il ricco è posseduto dalle cose, in fondo non le possiede. La morte rivela in modo evidente questa verità. La meditazione della morte compie nell’uomo la liberazione da un’illusione, una prima liberazione dalle cose.
Dal Vangelo secondo Luca 12,13-21
Quello che hai preparato, di chi sarà?
In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?». E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede». Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio». Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!».
Parola del Signore Lode a te, o Cristo
Le parole della lettera ai Colossesi siamo abituati a sentirle a Pasqua, ma ci fa bene senz’altro udirle anche oggi: sempre siamo frutto della Morte e Risurrezione di Gesù, e in ogni momento dobbiamo vivere coscienti che il meglio della nostra vita non è qui, tra le cose che passano, ma là, dov’è il nostro Signore. Qui ci prepariamo per la nuova vita che riceveremo nella gloria di Cristo Gesù. Per questo il nostro impegno è far “morire ciò che appartiene alla terra”, cioè tutti quei pensieri e desideri e modi di fare che mettono il corpo con le sue passioni al centro dell’attenzione, ma rovinano lo spirito e i rapporti sereni con gli altri. Questo vale tra noi, ma anche con tutti gli altri, anche con chi non condivide la nostra fede o la nostra condizione culturale e sociale. “Qui non vi è Greco o Giudeo”, cioè non è pensabile che la nostra fede e il nostro amore facciano differenze: a tutti dobbiamo manifestare la vita nuova ricevuta nel Battesimo, per tutti cioè siamo rivelatori dell’amore di Dio.
La prima lettura e il brano evangelico, in modi diversi, ma complementari, ci aiutano in questa nostra conversione dal lasciarci condizionare dalle cose terrene all’essere attenti e desiderosi della vita celeste. La riflessione di Qoèlet è quella che udiamo spesso dalla bocca di anziani sapienti, ma anche di giovani ancora liberi dai molti interessi e influssi del denaro e della ricchezza. Ovunque si nasconde vanità. E la vanità è vuoto, inganno, delusione. Lavoro, ricchezze, fatica, divertimenti, impegno, sono l’occupazione di ciascuno di noi: se queste realtà diventassero il sostegno della vita o l’unico nostro motivo per vivere, sarebbero davvero un impedimento alla crescita e alla vera pace. Dobbiamo saperci occupare delle cose, anche necessarie, con il cuore fermamente orientato al cielo: allora anche i nostri rapporti reciproci diventano sani e fonte di gioia. Altrimenti succede anche a noi quello che è successo a quell’uomo che si è rivolto a Gesù come fosse un avvocato. Suo fratello non lo ha trattato da fratello, essendosi impadronito di tutta l’eredità. Questo è ovviamente ingiusto e avido, ma anche quello che è rimasto offeso e danneggiato non deve prendersela tanto, perché l’eredità non aggiunge nulla alla sua vita, che è comunque nelle mani di Dio. “Quello che hai preparato, di chi sarà?”, dice Gesù a conclusione della breve e realistica parabola. C’è davvero chi ha iniziato a riposare, bere, mangiare e divertirsi, e si trova in ospedale con un ictus o con un cancro, senza che tutte le sue ricchezze lo possano difendere. Meglio se avesse accumulato tesori in cielo, curandosi, invece che di aumentare i propri depositi, di alleggerire le sofferenze dei poveri e degli afflitti della terra. Guardare al cielo con desiderio ci fa veramente bene!
Padre Leonildo
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DOMENICA 25 LUGLIO
XVII Tempo Ordinario
“Signore insegnaci a pregare”
La preghiera, nella sua definizione più universale e condivisa da ogni religione, è dialogo con Dio. Però mettere l’uomo in dialogo con Dio può essere un rischio. Infatti l’uomo nella preghiera può snaturare se stesso e Dio. Può ridurre Dio a un suo bene di consumo, a un facile rimedio alle proprie insufficienze e alle proprie pigrizie. E può ridurre se stesso a un essere che scarica le proprie responsabilità su un altro.
Dal Vangelo secondo Luca 11, 1-13
Chiedete e vi sarà dato.
Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite:
“Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno; dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano, e perdona a noi i nostri peccati,
anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore, e non abbandonarci alla tentazione”».
Poi disse loro: «Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: “Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli”; e se quello dall’interno gli risponde: “Non m’importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani”, vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono.
Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto.
Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!».
Parola del Signore Lode a te, o Cristo
La pagina del libro del Genesi che abbiamo sentito è una delle più belle della Scrittura. Sembra la descrizione di una delle tante lotte dell’uomo con Dio. L’uomo si crede intelligente, buono, misericor-dioso, e, sotto sotto, migliore di Dio. L’uomo che non conosce Dio può credersi così. Non è forse questo il modo di pensare di molti, anche di voi, che vi permettete di giudicare Dio e di dire che sareste capaci di insegnargli come e cosa debba fare nel mondo? Abramo ha offerto generosa ospitalità a Dio, cioè ai suoi angeli, tanto che si sente in potere e dovere di offrirgli anche i propri consigli, la propria sapienza, di suggerirgli una soluzione migliore ai problemi del mondo. Abramo ci rappresenta. Come lui anche noi ci accorgiamo tardi che Dio ha una misericordia superiore alla nostra, un amore più generoso, una visione più ampia e profonda delle vicende umane.
Abramo osa suggerire a Dio che la presenza di cinquanta giusti in una città è sufficiente per donare il perdono di innumerevoli peccati a quella stessa città. Quando si accorge di essere già preceduto da Dio, allora abbassa il prezzo: anche quarantacinque, quaranta, trenta, venti, e, infine, dieci. Abramo termina qui il suo contrattare, non è capace di scendere ancora. Dio invece ha ridotto ancora il numero e, con una settima proposta, è arrivato ad uno. Ma quell’uno non c’era nella città da salvare, e allora lo ha mandato lui. Dio ha vinto, ha stravinto nella gara dell’amore. L’uomo deve sempre arrendersi, non sa amare tanto quanto Dio, né come lui.
La preghiera dell’uomo allora deve diventare non un contrattare, ma un confidare, un affidarsi, un buttarsi con fiducia e determinazione nelle mani del Padre. Bisogna dirgli che la sua volontà deve avvenire, perché la nostra visuale delle cose è limitata. Bisogna chiedergli il suo pane, perché il nostro non nutre mai quanto il suo, non dà la forza di cui la nostra vita nel mondo necessita. Bisogna chiedergli il suo perdono perché anche noi dobbiamo donarlo ogni giorno, e chiedergli la sua protezione, perché noi non riusciamo a difenderci da quelle tentazioni e da quel nemico che ci seduce. Dobbiamo soprattutto chiamarlo Padre, perché è questo nome che ci apre il cuore a sperare, e ci apre la mente e le mani ad amare. Lo chiamiamo Padre perché la nostra vita è nelle sue mani, e nelle sue mani la vogliamo lasciare; e lo chiamiamo Padre perché desideriamo essere riconosciuti da lui come figli, figli ubbidienti, figli docili, figli amanti come lui, capaci di abbracciare tutti gli altri suoi figli come nostri fratelli bisognosi d’amore.
Padre Leonildo
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DOMENICA 18 LUGLIO
XVI Tempo Ordinario
“Marta, Marta, ti preoccupi
e ti agiti per molte cose”
Anche quando è ricevuto da amici di lunga data, come Marta e Maria (vangelo), Gesù non si comporta come un ospite ordinario: egli esige attenzione all’essenziale del suo messaggio e della sua persona. Accogliere Cristo ospite è soprattutto «ascoltarlo», mettersi in atteggiamento di ricettività, di accoglienza, più che di dare. È ascoltandolo che si entra in comunione con lui e si è trasformati (Maria). Chi si preoccupa più delle cose da dare (Marta) che della persona con cui comunicare, rimane estraneo.
Dal Vangelo secondo Luca 10, 38-42
Marta lo ospitò. Maria ha scelto la parte migliore.
In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò.
Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi.
Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».
Parola del Signore Lode a te, o Cristo
Questa domenica la si potrebbe chiamare domenica dell’ospitalità. Le letture ci offrono esempi e spunti molto belli e interessanti per riflettere su questo argomento. La cosa più bella che risalta è che l’uomo è capace di ospitare Dio! E che Dio è così umile da chiedere ospitalità all’uomo. Abramo accoglie i pellegrini che passano vicino alla sua tenda. Li accoglie con grande amore, con generosità, con calore, e si accorge poi che nella forma di pellegrino ha accolto Dio stesso. Un uomo ha nutrito Dio! Un uomo lo ha accolto nella propria casa, senza saperlo. Lo ha trattato come un grande e vero amico, ed è stato ripagato. Dio ha esaudito i suoi desideri a lungo coltivati e ormai abbandonati. Sua moglie Sara, ormai troppo avanzata in età, avrà il figlio tanto atteso e mai arrivato.
L’ospitalità non è tanto un dono che si fa, ma che si riceve! Questo lo si nota anche dal brano evangelico. Marta accoglie Gesù e lo serve con premura. Gesù è molto attento ai gesti di Marta e al suo modo di accogliere, e le vuol tanto bene da permettersi di farle una benevola osservazione. A dire il vero Gesù coglie l’occasione da una domanda che gli vien posta da Marta, domanda che rivela una pretesa nei riguardi di Gesù stesso e un giudizio verso sua sorella Maria. Così Gesù può aiutare a discernere qual è l’accoglienza vera. Chi si preoccupa delle cose non è attento alle persone. Chi si preoccupa delle cose da offrire, pur essendo animato da generosità, rischia di cedere al peccato di ambizione, di vanagloria, di fretta, e quindi poi anche di giudizio e di condanna verso gli altri. La preoccupazione per le cose da fare toglie spazio alle persone. Il Signore si è sentito accolto come Signore e Maestro da Maria, non da Marta. Marta voleva offrirgli i suoi servizi, Maria accoglieva il dono della Parola che egli era venuto a portare. Maria ascoltava, pronta ad ubbidire ad ogni cenno di Gesù. Marta esigeva che Gesù obbedisse a lei e che Maria si distogliesse dall’ascoltarlo. Esigeva in fondo di essere più importante del Signore stesso.
Abramo ascolta i suoi ospiti, Maria ascolta Gesù. Dio ha sempre una Parola per l’uomo, la parola che lo salva, che gli dona vita, che lo consola e rallegra, che lo rimprovera e gli fa sentire di non essere solo. La Parola, dice San Paolo, fa conoscere Dio e il suo mistero, quel mistero che è nascosto, ma che a noi è dato di vivere portando la nostra croce. Con essa viene completata in noi l’immagine del Figlio di Dio, che ha sofferto la morte per iniziare ad edificare la Chiesa. La Chiesa è il luogo dove il mistero dell’amore di Dio si manifesta, è il luogo dell’accoglienza di Dio sulla terra. In essa e da essa viene annunciato Gesù, il Signore, che poi entra nel cuore dei credenti per renderli sua benedizione nel mondo. “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, là Io sono”: Gesù è ogni giorno nella sua Chiesa, non solo come colui che è accolto, bensì anche come colui che accoglie.
Padre Leonildo
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DOMENICA 11 LUGLIO
XV Tempo Ordinario
“Va’ e anche tu fa’ così”
Gesù ci insegna che non basta più amare il prossimo come se stessi; occorre domandarsi come essere prossimo per l’altro e amarlo come Dio l’ama. Infatti dopo la Cena, Cristo darà un comandamento nuovo: amare gli altri come si è stati amati (Gv 13,34). Bisogna prendere coscienza dell’appartenenza a questa umanità ferita, abbandonata mezzo morta sul ciglio della strada, che il Cristo è venuto a salvare.
Dal Vangelo secondo Luca 10, 25-37
Chi è il mio prossimo?
In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai». Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».
Parola del Signore Lode a te, o Cristo
“Va’ e fa’ anche tu lo stesso”. Con queste parole di Gesù termina il brano di oggi. L’invito-comando di Gesù allo scriba è sorprendente. Che uno scriba di Gerusalemme prenda l’esempio da un samaritano, è quasi uno scandalo. Eppure lo scriba stesso ha dovuto ammettere che il comportamento del samaritano della parabola era esemplare, secondo Dio. Un uomo che si prende cura di un uomo sofferente e ingiustamente colpito, assomiglia a quel Dio che si cura dell’orfano e della vedova, che fascia le ferite, che è il pastore che si cura della pecora malata. Chi ama Dio con tutto il cuore vuole imitarlo e far risplendere la sua sapienza e le sue qualità con il proprio comportamento. Chi ama Dio, lo ascolta e fa tesoro di ogni sua parola. E non solo di ogni sua parola, ma di ogni suo gesto e di ogni sua opera: queste diventano parola da meditare, da depositare nel cuore. Noi abbiamo l’esempio prezioso di Maria, la madre di Gesù, che continuava ad ascoltare i fatti silenziosi che circondavano suo Figlio. Amare Dio con tutto il cuore significa accondiscendere ad ogni suo desiderio. E quali sono i desideri di Dio? Essere conosciuto ed incontrato da tutti gli uomini, sue creature. Questi lo incontrano e lo conoscono nei gesti di amore che ricevono, perché chi ama in modo disinteressato, come il samaritano del racconto di Gesù, rivela la santità e la grandezza, la tenerezza e la vicinanza dell’unico vero Dio. Di lui non rivelano nulla il sacerdote del tempio e il levita. Questi erano capaci di compiere gesti «per» Dio, ma non vivevano «con» Dio. Essi, pur portatori di una dignità sacra, diventavano menzogna: lo facevano apparire senza cuore. Amare Dio non è difficile, perché anche se non lo vedi, vedi pure le sue creature, incontri coloro che egli ti pone sulla strada, persone cui puoi donare un sorriso, una mano, uno sguardo, una parola, un sostegno, un rimprovero, una carezza. Gesù stesso è immagine di Dio perché ha continuato a donare attenzione alle sue creature fino a offrirsi per loro. L’amore è il comandamento più grande, perché se lo vivi ti rende simile a Dio, ti riempie la vita e ti fa essere operatore di prodigi. È un comandamento che si può vivere in ogni momento, quando lavori e quando riposi, quando sei solo e quando sei in compagnia. L’amore fa miracoli: anzi, compie il miracolo più grande, rende visibile a tutti il Dio invisibile che nessuno può vedere!
Padre Leonildo
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DOMENICA 4 LUGLIO
XIV Tempo Ordinario
Li inviò due a due davanti a sé
Cristo chiama per mandare. L’essere discepolo di Gesù non è un privilegio per sé, ma un servizio per il regno di Dio. Gesù manda i suoi discepoli per «annunciare» che il regno di Dio è vicino.
Dal Vangelo secondo Luca 10, 1-12. 17-20
La vostra pace scenderà su di lui.
In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.
Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada.
In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra.
Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: “Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città».
I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».
Parola del Signore Lode a te, o Cristo
La confidenza che ci offre San Paolo è per coloro che vogliono far sul serio nella loro vita di fede: “Che conta… è l’essere nuova creatura”. E l’essere nuova creatura passa per la “croce del Signore nostro Gesù Cristo”. L’apostolo addirittura si vanta della croce del Signore, e il suo vanto si completa con l’affermazione che “il mondo per me è stato crocifisso”; egli cioè ha impedito al mondo di influire sulle scelte della propria vita. Se il mondo non ti contagia e non ti seduce, lo hai vinto, e tu sei “nuova creatura”.
I discepoli di Gesù ricevono da lui proprio questo mandato, di annunciare e far sperimentare agli uomini la novità del regno di Dio. Essi stessi dovranno essere nuovi, diversi: per questo saranno come agnelli in mezzo a lupi. Il significato di questa espressione è chiaro: gli agnelli non azzannano e non conoscono violenza, nemmeno se circondati e minacciati, feriti o persino uccisi. Essi saranno in tal modo davvero nuovi, perché portano, ovunque vanno, un modo nuovo di reagire alle continue malvagità del mondo. Ovunque vanno non portano con sé le preoccupazioni che solitamente occupano e preoccupano gli uomini che incontrano: denaro, vestito, scorte per il futuro, stima di chi si incontra. Anche per questo sono nuova creatura. E infine le loro parole non sono le solite lamentele che si odono ovunque, ma un messaggio di speranza, di fiducia, di gioia: “È vicino a voi il Regno di Dio”. Questo annuncio, che si sviluppa con il racconto di ciò che ha fatto e ha detto Gesù, porta gioia e attesa. Quel Gesù che ha amato e curato malati e consolato peccatori, è vivente, è sempre presente nel mondo con il suo Spirito, che egli diffonde ed effonde ancora sui suoi discepoli in tutta la Chiesa. A lui può rivolgersi chiunque, ovunque, e perciò la consolazione si può diffondere sulla terra. La profezia di Isaia si compie, e la gioia entra nei cuori. Il primo a gioire per questo «lavoro» dei discepoli, aumentati fino a raggiungere il numero degli aiutanti di Mosè, è il Signore stesso. Quando essi tornano per riferirgli l’esito della loro missione, egli gode insieme a loro. La loro gioia è grande perché si sono accorti che la loro presenza e la loro parola scaccia i demoni. È questo il segno più grande dell’avvento del regno di Dio. Se Satana scappa, il suo regno è vinto: egli non ha potere definitivo sugli uomini. Non solo Gesù, ma anche i suoi inviati portano la pace e un benessere che non è quello ingannevole della ricchezza e del denaro, né quello del piacere e nemmeno quello della disponibilità di tempo libero. Essi portano, facendo conoscere Gesù, il benessere dell’amore, di quell’amore che, pur faticando e soffrendo per essere presente, porta come frutto la gioia, la gioia vera di una soddisfazione profonda. L’uomo sente di essere vivo e pienamente soddisfatto quando sa d’essere amato e di poter amare diventando dono, e dono di Dio. Per questo Gesù esorta i discepoli a rallegrarsi perché essi stessi sono amati dal Padre: da questa gioia ricevono forza per continuare a portare al mondo la parola e i segni del Regno. Questa è la gioia della libertà che supera quella ricevuta dalla vittoria sul maligno, la gioia di essere “nuova creatura”, dono nuovo del Padre al mondo sofferente.
Padre Leonildo
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DOMENICA 27 GIUGNO
XIII Tempo Ordinario
Prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme
Luca lascia anonimi coloro che vogliono seguire Gesù e non riporta la loro risposta: tutti gli uomini devono essi stessi sentirsi chiamati in causa, dare una risposta, prendere una decisione. Così ogni cristiano deve seguire Gesù nel distacco dai beni materiali per essere libero e disponibile, nel disprezzo di tutto ciò che è male ed infine nel rifiuto di ogni attaccamento ai passato
Dal Vangelo secondo Luca 9, 51-62
Prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme.
Ti seguirò ovunque tu vada.
Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò messaggeri davanti a sé.
Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio.
Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: «Ti seguirò dovunque tu vada». E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo».
A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Gli replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio».
Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio».
Parola del Signore Lode a te, o Cristo
San Paolo ci fa ragionare un pochino sul concetto di libertà. Questa parola è una di quelle che ci attirano maggiormente, perché in noi c'è sempre il desiderio della libertà, e di una libertà sempre più piena. Ogni giorno infatti abbiamo occasione di sentirci condizionati, se non addirittura costretti ad agire contro le nostre volontà o impediti a realizzarle pienamente. "Cristo ci ha liberati per la libertà"! L'apostolo intende senz'altro alludere alla liberazione da tutte le prescrizioni cui erano sottomessi gli ebrei: obblighi alimentari, circoncisione, regole per il digiuno e per i sacrifici. Ora noi siamo graditi a Dio per il fatto che abbiamo accolto Gesù, suo Figlio, e non perché osserviamo quelle regole che servivano nell'attesa di lui. Cristo ci ha davvero tolto un grande giogo. Noi comprendiamo questa libertà quindi come il non dover più sentirci obbligati a fare qualcosa di particolare per essere graditi a Dio: non siamo noi a salvarci, ma è Gesù che ci ha salvati. Unico nostro impegno è e sarà amare lui: unico impegno, amare! Nell'amore e nell'amare viviamo solo libertà. San Paolo ci mette in guardia a non riempire di egoismo questa nostra libertà, altrimenti inganneremmo noi stessi e gli altri. Se intendessimo la libertà come il fare tutto ciò che ci piace, non saremmo liberi, ma schiavi del nostro egoismo, schiavi del peccato. Questa libertà sarebbe solo un'apparenza di libertà. Quel che ci piace, infatti, ci porterebbe ben presto a sottometterci ai gusti e alle decisioni degli altri, e saremmo succubi di sfruttatori senza scrupoli. Per questo San Paolo dice: "Questa libertà non divenga però un pretesto per la carne; mediante l'amore siate invece a servizio gli uni degli altri". La nostra libertà è e deve essere possibilità di servire, cioè di amare.
All'amore pieno Gesù vuole educare i suoi discepoli e quanti desiderano esserlo. Per questo egli li invita a diventare liberi da tutti i legami umani, persino dagli affetti familiari. C'è soltanto una persona che, amandola, dona libertà, e questi è lui. Chi ama Gesù prima di chiunque altro e al di sopra di qualunque persona, riceve una libertà sempre più vera e fruttuosa, sempre più ricca di amore. Chi ama Gesù ama Dio, che è amore! Chi ama lui non è legato nè succube di nessuna forma di egoismo, perché in Gesù l'egoismo è completa-mente assente. Gesù non vuole possedere nessuno. Egli ama e riceve l'amore senza condizionare. Chi segue Gesù può conoscere la pienezza dell'amore da ricevere e da donare, un amore che lascia liberi, perché continua a liberare da se stessi e dai propri umani desideri. Con Gesù può stare solo chi gode questa libertà. Egli lo dice con la breve parabola che ci ricorda la chiamata del profeta Eliseo: "Nessuno che mette mano all'aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio".
Oggi possiamo ripensare il nostro essere cristiani: voglio essere di Gesù? Voglio stare con lui nella povertà? Lo amo più del denaro e della ricchezza? Lo amo più dei parenti e degli amici? Lo amo più delle mie comodità e dei miei piccoli o grandi capricci? Lo amo anche accogliendo la sua compassione per i nemici e per coloro che non lo vogliono vedere.
Padre Leonildo
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DOMENICA 20 GIUGNO
Tempo Ordinario
Chi vuole essere mio
discepolo rinneghi se stesso
Gesù provoca gli apostoli a dire ciò che pensano di lui, della sua identità e missione (vangelo). Pietro risponde: «Tu sei il Cristo di Dio!». C'è diversità fra come intendono il Messia gli apostoli, che riflettono la mentalità corrente, e Gesù. Essi intendono il Messia come potere. Lui, come amore. Se Dio è amore, a lui, che è l'Uomo-Dio, non rimane altra via che l'amore. Solamente un uomo-amore può essere la rivelazione del Dio-amore. A rigor di termini Gesù avrebbe potuto ricondurre l'uomo a Dio anche attraverso il potere usato per amore. Ma l'Uomo-Gesù sceglie di attuare la sua missione mediante l'amore «puro», ossia unicamente con l'amore, con l'appello alle coscienze, con la donazione, il servizio, la pazienza, la dolcezza, i mezzi poveri. Perché questa è l'unica via per la trasformazione dei cuori.
Dal Vangelo secondo Luca L9, 18-24
Tu sei il Cristo di Dio. - Il Figlio dell'uomo deve molto soffrire.
Un giorno Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare. I discepoli erano con lui ed egli pose loro questa domanda: «Le folle, chi dicono che io sia?». Essi risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa; altri uno degli antichi profeti che è risorto».
Allora domandò loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro rispose: «Il Cristo di Dio».
Egli ordinò loro severamente di non riferirlo ad alcuno. «Il Figlio dell’uomo – disse – deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno».
Poi, a tutti, diceva: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà».
Parola del Signore Lode a te, o Cristo
La profezia di Zaccaria ci porta al centro della rivelazione del mistero di Dio. Il giorno di lutto e di sofferenza è il giorno della rinascita: colui che muore trafitto dagli uomini infatti diventa fonte di perdono e di purificazione. È una profezia che ci aiuta a prendere sul serio quello che Gesù dice ai suoi discepoli sia riguardo a se stesso sia riguardo alla loro vita. Egli preannuncia ad essi la propria sofferenza e morte violenta. Essi avevano appena riflettuto sulla grande considerazione che la gente aveva di lui e sulla parola di fede di cui si era fatto portavoce Pietro. Se egli è “il Cristo” e se la gente lo considera addirittura un grande profeta risorto dai morti, com’è possibile che qualcuno possa rifiutarlo e ucciderlo? Non riescono a prendere sul serio quanto dice loro il Maestro. Infatti ben presto se ne dimenticheranno. Per questo non riescono a prendere sul serio nemmeno la parola che li riguarda: Gesù dovrà ripeterla varie volte e spiegarla in vari modi. Essi devono essere pronti a perdere la propria vita per amor suo e rinnegarsi, smettendo di pensare a se stessi, disponendosi ad essere servi, ad essere “l’ultimo di tutti”. Essi saranno come lui, un dono d’amore, di quell’amore disinteressato che vediamo guardando il Padre nostro nei cieli e guardando Gesù stesso, che sta preparandosi a dare la vita. Ciò che la gente può pensare o dire di noi non è importante, perché non è vero. Ciò che la gente pensa degli uomini di Dio è rovinato dall’egoismo dei loro pensieri. Noi non possiamo preoccuparci di ciò che la gente dice di noi, perché ci interessa ciò che Dio vuole da noi. Ed egli da noi vuole che ci doniamo, come si è donato Gesù, anzi, che ci doniamo insieme a Gesù, come membra del suo corpo. In tal modo apparteniamo a lui veramente, non solo a parole. San Paolo ci vuol sollecitare a questa unione con Gesù, perché in tal modo siamo graditi a Dio: egli lo dice con un’espressione particolarmente gradita agli ebrei: “Se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa”. Questa è la meta ambita da coloro che iniziano un cammino di fede, arrivare a quella terra promessa che è la piena comunione con Dio. Per appartenere a Cristo lo dobbiamo conoscere come è veramente e non solo come ci piacerebbe che fosse. Egli è colui che si lascia uccidere per vivere l’amore completo, e far risplendere sulla terra l’amore divino. E per appartenere a lui non ci sono facilitazioni per un popolo rispetto ad un altro, nè per qualche condizione umana: “Non c'è Giudeo né Greco; non c'è schiavo né libero; non c'è maschio e femmina”, dice l’apostolo. Le differenze che noi facciamo e consideriamo importanti spariscono: a tutti è richiesto partecipare alla croce di Gesù per essere suoi!
Padre Leonildo
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DOMENICA 13 GIUGNO
XI Tempo Ordinario
Perdonata molto perché ha molto amato
«Il peccato è rifiuto della comunione con Dio e disgregazione del popolo che Dio ha convocato; offesa a Dio e perciò vera e radicale alienazione dell'uomo » (RdC 93). Il peccato è la morte dell'uomo. Ora uno dei temi fondamentali del vangelo di Luca è la manifestazione che Gesù fa di se stesso, come colui che salva i peccatori. In questo senso egli si proclama già come Dio, perché nella coscienza dei Giudei solo Dio può perdonare i peccati.
Dal Vangelo secondo Luca Lc 7, 36 - 8, 3
Le sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato.
In quel tempo, uno dei farisei invitò Gesù a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. Ed ecco, una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, portò un vaso di profumo; stando dietro, presso i piedi di lui, piangendo, cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo. Vedendo questo, il fariseo che l’aveva invitato disse tra sé: «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi è, e di quale genere è la donna che lo tocca: è una peccatrice!».
Gesù allora gli disse: «Simone, ho da dirti qualcosa». Ed egli rispose: «Di’ pure, maestro». «Un creditore aveva due debitori: uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. Non avendo essi di che restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi di loro dunque lo amerà di più?». Simone rispose: «Suppongo sia colui al quale ha condonato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene». E, volgendosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato in casa tua e tu non mi hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio; lei invece, da quando sono entrato, non ha cessato di baciarmi i piedi. Tu non hai unto con olio il mio capo; lei invece mi ha cosparso i piedi di profumo. Per questo io ti dico: sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco».
Poi disse a lei: «I tuoi peccati sono perdonati». Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: «Chi è costui che perdona anche i peccati?». Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!».
In seguito egli se ne andava per città e villaggi, predicando e annunciando la buona notizia del regno di Dio. C’erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria, chiamata Maddalena, dalla quale erano usciti sette demòni; Giovanna, moglie di Cuza, amministratore di Erode; Susanna e molte altre, che li servivano con i loro beni.
Parola del Signore Lode a te, o Cristo
Con questa affermazione l’apostolo ci dice che non siamo noi con le nostre capacità che riusciamo a guadagnare il perdono di Dio e la salvezza. Siamo normalmente tentati di pensare che dobbiamo fare qualcosa per essere a posto, e spontaneamente cerchiamo penitenze o pellegrinaggi o qualche altra opera buona. Facciamo affidamento sulla nostra buona volontà e sulle nostre capacità. In tal modo però succede che, quando commettiamo qualcosa di veramente grave, - come tradimenti, aborti, adulteri, gravi danneggiamenti a persone -, percepiamo che nessuna nostra opera può rimediare il male fatto, e ci deprimiamo o disperiamo. San Paolo ci rivela che non sono le nostre opere a renderci graditi a Dio, ma la nostra adesione a Gesù, il Figlio che il Padre ci ha mandato proprio perché potessimo essere salvi. Quando ci accorgiamo di essere peccatori o quando il rimorso vorrebbe portarci alla disperazione dobbiamo presentarci al Padre facendo affidamento alla persona di Gesù. Egli ha offerto se stesso per noi. Egli ha preso su di sé i nostri peccati già nel momento del Battesimo nel Giordano e li ha portati con sé sulla croce. Se il Padre ci perdona, lo fa perché Gesù è morto per noi. I nostri peccati possono essere gravi, più gravi di quello che pensavamo quando li abbiamo commessi, come è successo a Davide. Egli, re del popolo d’Israele, ha dovuto essere aiutato dal profeta ad accorgersi della gravità delle sue azioni. Dopo il pentimento, in vista del sacrificio di Gesù, è stato perdonato.
Che cosa deve fare chi s’accorge di essere nel peccato? È illuminante il racconto evangelico. Gesù perdona la donna peccatrice che lo ama. Egli si è accorto che l’amore di quella donna per lui era un amore che la portava ad ascoltarlo e a ubbidirgli, un amore grande che non poteva rimanere nascosto. Ella lo manifestava compromettendosi per lui, anche a costo di essere giudicata e disprezzata da molti. I suoi peccati erano davvero grandi e gravi, e proprio per questo ella ha avuto per Gesù, da cui attendeva il perdono di Dio, una grande riconoscenza. Il fariseo che aveva invitato il Signore a pranzo non attendeva da lui perdono. Egli l’aveva invitato forse solo per l’ambizione di ospitare un personaggio famoso o per compiere un’opera buona. Non si era compromesso con lui, non aveva compiuto verso di lui i gesti dell’amore semplice e gratuito. Questo proprio perché da Gesù non attendeva né perdono né salvezza.
Istruiti dal Signore stesso corriamo a lui con un amore puro e semplice, con fiducia, anche e soprattutto quando ci fa soffrire il ricordo del nostro peccato. Nulla e nessuno deve impedirci di amare Gesù. E quando gli chiediamo perdono cerchiamo anzitutto di rinnovare la nostra adesione a lui con un amore rinnovato. È certamente utile il dolore e il pentimento per il male commesso, ma è indispensabile ricuperare l’amore per colui che il Padre ci ha mandato. Senza questo amore non avviene la nostra conversione, e rimane infruttuosa anche la nostra confessione. Questa è completa e porta frutto quando rinnova seriamente il nostro amore per Gesù.
Padre Leonildo
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DOMENICA 6 GIUGNO
CORPUS DOMINI
Tutti mangiarono a sazietà
Gesù è Colui che sfama, in modo sovrabbondante, la folla della gente, servendosi dei suoi discepoli come intermediari: la prima cosa che essi devono fare, è accorgersi della loro insufficienza. Gesù vuole che si rendano conto che non possono dare da soli da mangiare a quelle persone: “voi stessi date loro da mangiare”, dice, quasi a sfidare il loro entusiasmo, la loro superbia, sempre in agguato come un delirio di onnipotenza. La chiesa non ha nulla da dare di suo. La chiesa ha solo Cristo da donare e ciò che Lui rende possibile a lei di dare. La chiesa vive in dipendenza stretta dal suo Signore: è lui che ordina: “fateli sedere…”; è lui che prende i pani e pesci e prega su di loro, in atteggiamento inequivocabilmente eucaristico (recitò la benedizione alzando gli occhi al cielo, li spezzò). Ma li consegna alle mani dei discepoli perché siano essi a distribuirlo alla folla. La chiesa è amministratrice della grazia di Dio. La chiesa deve solo distribuire, con fedeltà, ciò che il Signore Gesù offre gratuitamente.
Dal Vangelo secondo Luca 9, 11b-17
Tutti mangiarono a sazietà.
In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure. Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta».
Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C'erano infatti circa cinquemila uomini.
Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti.
Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla.
Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.
Parola del Signore Lode a te, o Cristo
Melchisedek, re pagano di un popolo pagano, incontra Abramo: davanti a lui e per lui egli esercita un sacerdozio sorprendente. Il suo sacerdozio è sorprendente appunto perché egli è pagano, ma anche perché il primo sacerdote del popolo ebraico sarà un discendente di Abramo, che inizierà a offrire sacrifici non meno di cinque secoli dopo questo episodio. Dio, il vero Dio, è rappresentato, adorato e servito non solo dagli ebrei: egli ha saputo manifestarsi al cuore dell’uomo in quanto tale.
La benedizione di Melchisedek ad Abramo introduce le letture di oggi, tanto significative per noi. Vediamo infatti Gesù che prepara i discepoli e tutto il popolo a ricevere da lui, attraverso gli apostoli, il pane che fa vivere. Udiamo da San Paolo come Gesù ha consegnato pane e vino come memoriale del suo sacrificio, segno di cui nutrirci per divenire un tutt’uno con lui. A tutto questo siamo stati preparati dal gesto semplice del re pagano, adoratore del vero Dio. Questi infatti offrì pane e vino. Con queste offerte poste sulle sue mani egli benedisse Abramo. In tal modo questo primo patriarca e tutta la sua discendenza si è posto in attesa di colui che avrebbe dato pienezza di significato e di contenuto all’offerta del sacrificio del pane e del vino.
Pane e vino sono frutto della terra e della benedizione con cui Dio ha reso utile il lavoro degli uomini. Pane e vino sono il sostegno di cui l’uomo ha bisogno per vivere e per gioire, per lavorare con allegrezza, per essere soddisfatto. Pane e vino sono nelle mani di Gesù e diventano la preghiera con cui egli si offre e si consacra a Dio. Pane e vino sono ora nelle mani dei sacerdoti, che ripetono il gesto di Gesù non come attori di un dramma, ma come partecipi e continuatori dell’offerta sacrificale del Signore. I sacerdoti che dicono “Questo è il mio corpo” sanno di essere essi stessi offerti a Dio, sanno che quel pane è anche la loro vita. Per questo motivo non cessiamo di pregare per i sacerdoti, perché siano sempre consapevoli di questo loro sacrificio. Ma quando tutti i fedeli acclamano l’«Amen» dopo la preghiera della consacrazione eucaristica, anch’essi vogliono che le parole pronunciate dal sacerdote li includano: sono anch’essi infatti membra del corpo di Cristo. E quando poi si accostano in piedi per ricevere il pane, di nuovo rispondono «Amen» alle parole «Il Corpo di Cristo»: in tal modo accettano di unirsi a lui per essere offerti al Padre, e dichiarano di rimanere uniti a tutto il Corpo, nonostante le difficoltà generate dalle antipatie e dai peccati dei singoli fedeli.
La festa di oggi è festa grande proprio perché ci costa. Vivere l’Eucaristia ci costa infatti offrirci in sacrificio, vivere donando la nostra vita. È quanto già facciamo, è quanto vogliamo impegnarci a fare con sempre maggior misericordia e fedeltà.
Oggi usciamo dalla chiesa in processione portando il sacramento del Corpo di Cristo: diciamo così, a credenti e non credenti, che siamo portatori di un mistero semplice e necessario, un mistero che non vogliamo tenere nascosto, perché fonte di vita e di comunione per tutti. La nostra fede e il nostro amore a Gesù Cristo è vita non solo privata, ma anche pubblica. Il frutto del nostro amore a Gesù e del suo amore per noi è visibile in tutta la vita sociale e comunitaria: è doveroso riconoscerlo ed è nostra gioia comunicarlo a tutti.
Il sacrificio offerto a Dio da un re, Melchisedek, ci sollecita a non tenere nascosto il mistero che ci è stato donato per la remissione dei peccati di tutto il mondo. I peccati fanno soffrire gli uomini, credenti e non credenti, e gli uomini non hanno null’altro che li possa contrastare se non questo grande dono che oggi celebriamo e manifestiamo. Nessuna autorità pubblica e sociale ha altri mezzi per ridare agli uomini armonia e vero benessere, sia interiore che sociale. Adoriamo dunque, senza timore di essere visti, il mistero del Corpo e del Sngue del Signore: è un mistero che dev’essere conosciuto e avvicinato da tutto il popolo.
Essendo creati a immagine e somiglianza di Dio, noi siamo vivi davvero quando ogni nostro pensiero e azione viene dall’amore e porta ad amare, quando cioè lo Spirito di Dio è operante in noi e tra di noi. Rendiamo grazie a Dio che si è rivelato a noi, poveri peccatori, in tutta la sua bellezza e santità. Godiamo oggi di questa sua rivelazione, e godiamo di poter diventare, tramite il nostro amore reciproco, rivelatori del mistero della sua vita!
Padre Leonildo
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DOMENICA 30 MAGGIO SS. TRINITA’
Gloria al Padre e al Figlio
E allo Spirito Santo
E lo Spirito è la perenne manifestazione di Gesù, del Figlio di Dio fatto Figlio dell’uomo per salvare gli Uomini. Lo Spirito testimonierà con la sua luce e la sua forza di amore che Cristo è sempre presente e operante, che Cristo sempre comunica lo Spirito, perché lo Spirito faccia conoscere che l’opera di Cristo è opera di amore: amore di lui che si è offerto, amore del Padre che lo ha dato. La Trinità si manifesta massimamente nel comunicare agli uomini lo Spirito di amore, perché gli uomini, amandosi come Cristo li ha amati, amino Dio ed entrino in intimità con la divina Comunità di amore.
Dal Vangelo secondo Giovanni 16, 12-15
Tutto quello che il Padre possiede è mio; lo Spirito prenderà del mio e ve l'annunzierà.
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».
Parola del Signore Lode a te, o Cristo
San Paolo ci partecipa la sua grande scoperta: “Noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo”. Davvero Gesù è la via per orientarci al Padre, per permetterci di ricuperare la comunione con lui, per godere di essere stimati da Dio e poter nutrire verso di lui fiducia incondizionata. Con Gesù non abbiamo paura di nulla, nemmeno di quelle tribolazioni che ci mettono a dura prova. L’apostolo infatti dice che proprio la tribolazione produce pazienza e da questa viene la speranza, cioè la certezza di essere amati da Dio. Con questo insegnamento San Paolo dà compimento alle parole di Gesù, che ha detto di non poter dire tutto ai discepoli, perché non erano ancora in grado di vivere tutta la fatica dell’essere suoi. Egli ha assicurato che lo Spirito Santo avrebbe completato il suo insegnamento, donandoci i segreti dell’amore del Padre, amore presente anche nella persecuzione e nella tribolazione. Così Gesù stesso ci fa comprendere che noi siamo al centro dell’amore di Dio, di quel Dio che è Padre, un Padre che si chiama così perché ha generato un Figlio che vive con noi, che noi abbiamo conosciuto e amato. Questo Figlio ci ama tanto da riversare su di noi lo Spirito di amore che unisce lui stesso al Padre. È uno Spirito che ci illumina fino a svelarci i segreti di Dio, fino a rompere ogni barriera tra noi e il cielo e superare ogni distanza tra la nostra umanità e la divinità di quel Dio che è amore.
Sia San Paolo che Gesù ci parlano in tal modo della Trinità di Dio, non come fosse una dottrina che dobbiamo conoscere, ma come una vita in cui siamo immersi e un amore da cui siamo avvolti. Il mistero della conoscenza di Dio non è un mistero difficile da comprendere, ma piuttosto un mistero in cui entrare per goderne la bellezza e da cui lasciarci abbracciare. Se ciò non avvenisse rimarremmo coperti dalla tenebra, dalla confusione del peccato generato dall’egoismo. Persino negli ultimi scritti dell’Antico Testamento viene iniziata la rivelazione di Dio come di un amore che non rimane chiuso in se stesso, ma che dà vita ad un «altro» amore per poter vivere una relazione di collaborazione e unione. Conoscere il nostro Dio è importante: in tal modo vediamo in che direzione deve svilupparsi la nostra vita al fine di raggiungere la sua pienezza. Essendo creati a immagine e somiglianza di Dio, noi siamo vivi davvero quando ogni nostro pensiero e azione viene dall’amore e porta ad amare, quando cioè lo Spirito di Dio è operante in noi e tra di noi. Rendiamo grazie a Dio che si è rivelato a noi, poveri peccatori, in tutta la sua bellezza e santità. Godiamo oggi di questa sua rivelazione, e godiamo di poter diventare, tramite il nostro amore reciproco, rivelatori del mistero della sua vita!
Ho gustato e veduto
Contemplazione di S. Caterina da Siena
sulla Santissima Trinità
O Deità eterna, o eterna Trinità, che, per l'unione con la divina natura, hai fatto tanto valere il sangue dell'Unigenito Figlio! Tu, Trinità eterna, sei come un mare profondo, in cui più cerco e più trovo; e quanto più trovo, più cresce la sete di cercarti. Tu sei insaziabile; e l'anima, saziandosi nel tuo abisso, non si sazia, perché permane nella fame di te, sempre più te brama, o Trinità eterna, desiderando di vederti con la luce della tua luce.
Io ho gustato e veduto con la luce dell'intelletto nella tua luce il tuo abisso, o Trinità eterna, e la bellezza della tua creatura. Per questo, vedendo me in te, ho visto che sono tua immagine per quella intelligenza che mi vien donata della tua potenza, o Padre eterno, e della tua sapienza, che viene appropriata al tuo Unigenito Figlio. Lo Spirito Santo poi, che procede da te e dal tuo Figlio, mi ha dato la volontà con cui posso amarti.
Tu infatti, Trinità eterna, sei creatore ed io creatura; ed ho conosciuto — perché tu me ne hai data l'intelligenza, quando mi hai ricreata con il sangue del Figlio — che tu sei innamorato della bellezza della tua creatura.
O abisso, o Trinità eterna, o Deità, o mare profondo! E che più potevi dare a me che te medesimo? Tu sei un fuoco che arde sempre e non si consuma. Sei tu che consumi col tuo calore ogni amor proprio dell'anima. Tu sei fuoco che toglie ogni freddezza, e illumini le menti con la tua luce, con quella luce con cui mi hai fatto conoscere la tua verità. Specchiandomi in questa luce ti conosco come sommo bene, bene sopra ogni bene, bene felice, bene incomprensibile, bene inestimabile. Bellezza sopra ogni bellezza. Sapienza sopra ogni sapienza. Anzi, tu sei la stessa sapienza. Tu cibo degli angeli, che con fuoco d'amore ti sei dato agli uomini. Tu vestimento che ricopre ogni mia nudità. Tu cibo che pasci gli affamati con la tua dolcezza. Tu sei dolce senza alcuna amarezza. O Trinità eterna!
Padre Leonildo
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DOMENICA 23 MAGGIO
PENTECOSTE
Chi ha sete venga a me
Durante il tempo pasquale la liturgia ci ha fatto meditare sulla presenza del Risorto nella Chiesa, sul dono dello Spirito, sulla Chiesa in quanto segno e annuncio della vita nuova nata dalla Pasqua del Signore. In questa solennità di Pentecoste, la prima lettura (Atti) e il vangelo di Giovanni, pur narrando lo stesso evento con procedimenti letterari e prospettiva teologica diversi, presentano la nuova realtà della Chiesa, frutto della risurrezione e del dono dello Spirito.
Dal Vangelo secondo Giovanni 7,37-39
Sgorgheranno fiumi di acqua viva.
Nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù, ritto in piedi, gridò: «Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura: dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva».
Questo egli disse dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non vi era ancora lo Spirito, perché Gesù non era ancora stato glorificato.
Parola del Signore Lode a te, o Cristo
“O luce beatissima, invadi nell’intimo il cuore dei tuoi fedeli. Senza la tua forza, nulla è nell’uomo, nulla senza colpa”. Sono parole della Sequenza che invoca la venuta dello Spirito. Anche da questa preghiera comprendiamo quanto sia necessario il dono dello Spirito Santo. Senza la sua presenza in noi, chi siamo noi? Senza lo Spirito Santo siamo “sotto il dominio della carne”, dice San Paolo. Questo significa che la nostra vita è tutta improntata all’egoismo e dipendente dalle concupiscenze che trascinano al male. Continuiamo perciò a chiedere al Padre e a Gesù il dono dello Spirito, perché ci preme essere liberi dagli impulsi interiori che ci spingono alle cose materiali e a dipendere da tutto ciò che è destinato a passare. L’apostolo dice che se lo Spirito è in noi, noi siamo vivi, superiamo cioè l’ostacolo di quelle forze che ci fanno paura, perché portano alla morte. Con lo Spirito in noi siamo vivi, vivi di quella vita che non avrà fine e che non ha limiti, di quella vita che ha valore e significato anche quando per il mondo non ne ha.
La vita vera è quella di Dio, quella che è Gesù stesso, com’egli ha detto. È lo Spirito che la deposita in noi. Per questo il Signore ha parlato di lui con insistenza, e con ardore ha desiderato e pregato che egli venga a noi. Nel passo del vangelo odierno egli ci assicura che continuerà a pregare il Padre perché ci dia il Consolatore e perché questi resti sempre con noi. Se Gesù si esprime così è segno che davvero lo Spirito Santo è importante per la nostra esistenza. È lui infatti che mette in noi l’amore per Gesù: senza quest’amore anche tutti i suoi santi e sapienti insegnamenti cadono nel vuoto, perché solo “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti”. Coloro infatti che pur manifestano stima per Gesù e per i suoi insegnamenti, ma non lo amano, non riescono ad osservarli nella loro vita.
Noi vogliamo accogliere il dono immenso dello Spirito, che ci fa amare Gesù. L’amore per lui ci fa osservare la sua Parola, tanto da essere graditi al Padre e da essere scelti come sua dimora. Noi dimora del Padre e di Gesù! Credere a questa possibilità ci fa gioire, ma soprattutto ci cambia dal di dentro. Se io sono dimora di Dio, non mi preoccupo più di me stesso, ma della sua presenza in me. Se Dio abita in me cerco di permettergli di esprimersi attraverso le mie capacità, le mie forze, i miei pensieri, tutto il mio agire. Tutta la mia vita diventa un atto di amore, di amore grande, tanto da perdonare ed aver misericordia di tutti.
Se Dio abita in me non mi oppongo a “far morire le opere del corpo” per vivere la vita celeste, una vita che chiamiamo da “figli di Dio”. Io non so dire quanto cambino tutte le nostre relazioni nel momento in cui prendiamo sul serio la verità dell’«essere dimora di Dio», anzi del nostro essere “figli di Dio”. Cambia il nostro rapporto col creato, con le persone, con il passato e con il futuro. Il creato lo vediamo come un dono immenso di cui mai diventiamo proprietari, le persone diventano immagini del nostro Dio e le stimiamo perché occasione per dimostrare a lui ascolto e adorazione. Il passato non è più luogo di ricerca di ferite recondite del nostro subconscio, ma luogo in cui si nasconde l’amore del Padre, quell’amore che ci fa crescere anche attraverso le correzioni delle sofferenze e dei limiti. Il futuro non è più l’ignoto che spaventa, ma il luogo delle sorprese dell’amore di Dio, che ci vuole suoi collaboratori per la creazione e la salvezza.
Lo Spirito Santo è luce beatissima: alla sua luce vediamo tutte le realtà con i loro veri colori e secondo le loro vere dimensioni. Grazie allo Spirito Santo vediamo il valore di ogni cosa, e la nostra vita cambia tanto, che noi stessi diventiamo una sorpresa per coloro che ci conoscono.
IL Dono dello Spirito Santo. Siccome la nostra limitatezza non ci permette di intendere né il Padre, né il Figlio, il dono dello Spirito Santo stabilisce un certo contatto tra noi e Dio, e così illumina la nostra fede nelle difficoltà relative all'incarnazione di Dio.
Lo si riceve dunque per conoscere. I sensi per il corpo umano sarebbero inutili se venissero meno i requisiti per il loro esercizio. Se non c'è luce o non è giorno, gli occhi non servono a nulla; gli orecchi in assenza di parole o di suono non possono svolgere il loro compito; le narici se non vi sono emanazioni odorifere, non servono a niente. E questo avviene non perché venga loro a mancare la capacità naturale, ma perché la loro funzione è condizionata da particolari elementi. Allo stesso modo l'anima dell'uomo, se non avrà attinto per mezzo della fede il dono dello Spirito Santo, ha sì la capacità di intendere Dio, ma le manca la luce per conoscerlo.
Il dono, che è in Cristo, è dato interamente a tutti. Resta ovunque a nostra disposizione e ci è concesso nella misura in cui vorremo accoglierlo. Dimorerà in noi nella misura in cui ciascuno di noi vorrà meritarlo.
Questo dono resta con noi fino alla fine del mondo, è il conforto della nostra attesa, è il pegno della speranza futura nella realizzazione dei suoi doni, è la luce delle nostre menti, lo splendore delle nostre anime. (S. Ilario di Poitiers)
Padre Leonildo
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DOMENICA 16 MAGGIO
ASCENSIONE DEL SIGNORE
Mentre li benediceva
si staccò da loro
San Luca ci ha lasciato due racconti dell’Ascensione, che presentano lo stesso avvenimento in una luce diversa: nel vangelo il racconto costituisce quasi una dossologia: il finale glorioso della vita pubblica di Gesù; negli Atti l’Ascensione è vista come il punto di partenza dell’espansione missionaria della Chiesa
Dal Vangelo secondo Luca 24,46-53
Mentre li benediceva veniva portato verso il cielo.
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo gior¬no, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall'alto». Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio.
Parola del Signore Lode a te, o Cristo
“Fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi”. Queste parole introducono il racconto di un mistero della fede che ci accompagna continuamente: Gesù non è più visibile, non rientra più nelle realtà sperimentabili con i nostri sensi. Eppure egli è sempre con noi, come ha promesso, ogni giorno fino alla fine del mondo, ed è sempre attivo nella sua Chiesa per nutrirla, proteggerla e guidarla, perché egli è “il Primo e l’Ultimo e il Vivente”. Noi non lo vediamo perché è “in alto”, “in cielo”, “alla destra del Padre”. La sua persona unisce in un’unità ormai inscindibile la terra, dove siamo noi accompagnati da lui, e il cielo, dove è lui e noi attendiamo di giungere. Dal momento che egli riempie il cielo, egli è il nostro riferimento sicuro per la vita e per l’eternità. Non possiamo fare nulla senza di lui, né pensare alcunché al di fuori della sua vita, e nemmeno dire nulla di sensato per la storia di ogni uomo e di tutta l’umanità se lo ignoriamo. Chi fa senza di lui parla a vuoto, fatica senza portar frutto e tutti i suoi pensieri rimangono senza significato. Egli, senza abbandonarci, ci precede là dove arriveremo e dove saremo giudicati. E il giudizio sarà fatto in base alle sue parole e al suo amore, già realizzato per noi. Il mistero che celebriamo oggi troverà compimento a Pentecoste. Per mandarci lo Spirito Santo Gesù deve salire in cielo, deve nascondersi al nostro sguardo. Non si assenta, ma si nasconde. Noi dobbiamo cominciare ad agire come fossimo soli, senza di lui, ma con il suo amore come fonte dei pensieri e come traguardo delle azioni. Questo cambiamento in noi non è immediato né automatico: deve intervenire lo Spirito Santo con la sua azione potente e trasformante. Egli deve rinnovare i nostri desideri che, normalmente, prendono l'avvio dal nostro io e tengono al centro la nostra persona con le sue necessità vere o presunte. Lo Spirito Santo invece mette al centro dei nostri desideri il regno di Dio con il suo re, Gesù Cristo: di lui ci fa testimoni. Grazie allo Spirito Santo ci preoccuperemo di far fare bella figura a Gesù e di dare spazio all’amore del Padre. Perché lo Spirito possa cambiarci così tanto, è necessario che noi non vediamo più Gesù: se lo vediamo o lo percepiamo, ci preoccupiamo ancora di noi, dei nostri occhi e dei nostri sensi, e il nostro io rimane al centro del nostro mondo. Gesù se ne va, così ci mettiamo nella prospettiva di continuare noi la sua opera di liberare il mondo dal potere del nemico e di portare ogni uomo a godere l’amore del Padre. Per questo ci prepariamo a ricevere lo Spirito Santo: come? Pregando. Così hanno fatto gli apostoli: “Stavano sempre nel tempio lodando Dio”. La settimana prossima sarà una settimana di preghiera intensa con cui chiederemo al Padre il suo Spirito. Ci disponiamo a lasciarci adoperare da Dio per il suo regno, coscienti di non esserne capaci e di aver bisogno del suo intervento in noi: glielo chiediamo, per noi e per i nostri fratelli.
Padre Leonildo
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DOMENICA 2 MAGGIO
QUINTA DI PASQUA
“Ecco, io faccio cieli nuovi e terra nuova”
Cieli nuovi e terra nuova sono oggi l’aspirazione che batte al cuore di tutti coloro che sono impegnati in un superamento dell’attuale ordinamento sociale, così carico di ingiustizie e sfruttamenti. «Ecco, io faccio nuove tutte le cose» è la grande speranza cristiana: un mondo nuovo. Ma non è l’uomo nel suo sforzo solitario a costruire questo mondo nuovo. E’ l’uomo insieme con Dio, in collaborazione con Dio. Tutti gli umanesimi che pensano di poter fare a meno di Dio sono destinati a un amaro fallimento.
Dal Vangelo secondo Giovanni 13, 31-33a. 34-35
Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni agli altri.
Quando Giuda fu uscito [dal cenacolo], Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito.
Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».
Parola del Signore Lode a te, o Cristo
La visione di Giovanni ci presenta "un cielo nuovo e una terra nuova": questo cielo e questa terra sono diversi da quelli conosciuti da noi. Cielo e terra nuovi sono quelli dove è presente Dio con il Figlio suo, l'Agnello immolato. La novità di questo cielo e di questa terra consiste nel fatto che in essi è operante l'amore di Dio realizzato pienamente da colui che ha offerto se stesso e ha posto le fondamenta alla "città santa, la Gerusalemme nuova". Le sue fondamenta infatti sono i dodici Apostoli, e la città è la Chiesa. Nella Chiesa deve risplendere la bellezza e la forza della presenza di Dio, del Dio amore che si è rivelato in Cristo Gesù. Questa realtà della Chiesa è già presente, ma è anche sempre un desiderio, perché i suoi membri hanno continuamente bisogno di purificazione e sono in cammino di crescita. Infatti Gesù stesso ha dato ai discepoli il comandamento nuovo proprio come "comandamento": ciò significa che essi possono trovare sempre difficoltà e impedimenti a viverlo, e, per metterlo in pratica, devono rinnegare se stessi ed essere attenti a lui e alla sua parola. Il comandamento nuovo, di cui egli parla durante l'ultima cena, è nuovo per vari motivi: anzitutto unisce la generosità e la fedeltà dell'amare all'umiltà del lasciarsi amare, e lasciarsi amare fino ad accettare di essere corretti; esso è destinato poi anche a dare novità al cielo e alla terra!
Il cielo degli dèi mondani infatti è un luogo animato dalle stesse passioni provate dagli uomini, e la terra è regno di ingiustizie, egoismi, passioni che generano sofferenze e dolori indicibili. Il comandamento nuovo mette al di sopra di tutto l'amore, quell'amore gratuito che è tipico di Dio, del Dio che Gesù ci ha presentato come Padre. "Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri": ciò non è facile da realizzarsi, ma è la strada che trasforma la terra in cielo e che porta il cielo sulla terra. Dio è amore, e quando il suo amore, con tutte le caratteristiche di generosità, fedeltà e umiltà, viene vissuto tra di noi, la pace e l'armonia e la gioia divina compenetrano la terra. La terra dove si vive l'amore divino diventa cielo. Gesù ha voluto che i suoi discepoli vivessero tra loro lo stesso amore con cui egli ha amato il Padre: questo è l'unico distintivo con cui ha previsto che essi fossero riconosciuti come suoi. Davvero là dove viene vissuto l'amore gli uni gli altri, il mondo non è più mondo, ma cielo e terra nuovi! Abbiamo bisogno di esempi, perché siamo non solo deboli, ma anche tentati dalle nostre concupiscenze. E gli esempi ci sono: la prima lettura ci presenta Paolo e Barnaba che, insieme, per il nome di Gesù, affrontano disagi e persecuzioni: in tal modo amano i popoli che sono ancora sotto l'influsso dei demoni e sono cielo e terra vecchi. Essi fondano le varie Chiese, destinate a diventare luoghi del vero e reciproco amore, luoghi di abitazione e manifestazione di Dio!
Padre Leonildo
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DOMENICA 25 APRILE
QUARTA DI PASQUA
Le mie pecore ascoltano
la mia voce
Gesù, «Pastore-Agnello», è colui che, avendo dato la sua vita per le pecore, ha il potere di dare loro la vita eterna e di affidarle alla mano amorosa del Padre. Il dono della vita eterna è appunto l’elemento che unifica le tre letture della messa. Ciascuno oggi può sentirsi pieno di gioia e di esultanza pasquale perché, al di là delle situazioni più tristi e sconcertanti dell’esistenza terrena, sa che la bontà di Dio si rivolge personalmente ad ognuno e a tutti, senza distinzione e senza limiti.
Dal Vangelo secondo Giovanni 10, 27-30
Alle mie pecore io do la vita eterna.
In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono.
Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano.
Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».
Parola del Signore Lode a te, o Cristo
San Giovanni continua a farci godere momenti di vita celeste: ci dona la sua visione di paradiso. Là l’Agnello riceve gloria da una moltitudine immensa. E quella moltitudine è formata da coloro che gli sono stati fedeli sulla terra, tanto fedeli da subire la morte piuttosto che rinnegarlo. Anche questi sono nella gloria, vivendo ormai stabilmente una situazione di felicità e di pienezza che qui non riusciremmo ad immaginare. “Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi”: queste parole riassumono tutta la descrizione dei benefici di cui essi godono, dopo aver sofferto persecuzioni di vario genere qui sulla terra. Di queste persecuzioni ce ne parla pure la lettura dagli Atti degli apostoli, che narra un momento del primo viaggio missionario di San Paolo. Questi, dopo la sua conversione e un periodo lungo di silenzio e riflessione, finalmente è stato mandato dalla comunità di Antiochia ad annunciare il vangelo. Insieme a Barnaba, uomo prudente e sapiente e “pieno di Spirito Santo”, arriva ad Antiochia di Pisidia, città posta tra le montagne a sud ovest dell’attuale Turchia. Molti, soprattutto pagani, si rallegrano del vangelo che viene loro annunziato. Ma anche qui l’invidia dei Giudei riesce a suscitare contro di loro una persecuzione, tanto che devono fuggire, riparando ad Iconio. Per essi questa persecuzione non è un insuccesso: sanno benissimo che il loro Signore, Gesù Cristo, è morto sulla croce. Essi sanno che ciò che annunciano non è solo notizia da diffondere, ma mistero da condividere. Gli uomini sono salvati dalla croce di Gesù, e perciò essi godono di partecipare alle sue sofferenze. In tal modo anch’essi vedono valorizzata la propria esistenza da Dio, che la adopera per salvare gli uomini dall’inganno del maligno. Questi vuol far credere che dobbiamo pensare a salvare noi stessi ad ogni costo. Gesù non ha pensato a salvare se stesso. Egli ha continuato ad amare il Padre e noi, anche sulla croce. Noi siamo suoi discepoli, o, come dice nel vangelo di oggi Gesù stesso, siamo sue pecore. Come pecore del suo gregge lo ascoltiamo e seguiamo le sue orme. Questo ci costa? Egli ci dona la vita eterna, e perciò la fatica e la sofferenza che può costare il seguirlo la sopportiamo volentieri, con amore e con gioia.
Anche oggi i cristiani vengono derisi, emarginati, fatti tacere. In varie parti del mondo essi vengono pure perseguitati e uccisi. Ce ne meravigliamo? A più riprese lungo la storia ciò è avvenuto anche ai nostri antenati, e qualcuno di voi può ricordare molte figure di martiri anche nella nostra storia recente.
Dalla Parola di oggi riceviamo stimolo e incoraggiamento a continuare la nostra fedeltà a Gesù, senza temere nulla, anzi, con gioia: il suo premio è sicuro ed è eterno!
Padre Leonildo
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DOMENICA 18 APRILE
TERZA DI PASQUA
“Mi ami tu?”
La liturgia di oggi ci introduce nel grande tema della missione della Chiesa, che ha la sua sorgente e il suo culmine nella celebrazione eucaristica. Ogni cristiano è chiamato alla testimonianza di Cristo Risorto, vivendo la comunione e l’unità con il successore di Pietro. L’Eucaristia che celebriamo ci sostenga e alimenti la nostra risposta a questa chiamata.
Dal Vangelo secondo Giovanni Gv 21, 1-19
Viene Gesù, prende il pane e lo dà loro, così pure il pesce.
In quel tempo, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla.
Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri.
Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso ora». Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si squarciò. Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore. Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti.
Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore». Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi».
Parola del Signore Lode a te, o Cristo
San Giovanni ci fa godere per un attimo la vita celeste: angeli e redenti pronunciano la lode dell’Agnello e si prostrano in adorazione. È una visione paradisiaca che ci fa gioire per la gloria del nostro Signore e salvatore. Per lui apostoli e discepoli stanno soffrendo persecuzioni e morte: mentre Giovanni scrive questo libro è, con ogni probabilità, condannato ai lavori forzati. Egli, e nessuno di loro, si è mai lamentato di soffrire per la fede in Gesù. San Luca infatti ci racconta come fin dall’inizio, poco dopo la Pentecoste, gli apostoli fossero “lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù”. Erano stati flagellati, partecipando così alle sofferenze del Signore. Quando Gesù era stato condannato essi erano fuggiti, avevano avuto paura della sofferenza e della morte. Ora invece, ricevuto il suo Spirito, riescono a dire con franchezza: “Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini”. Essi non sono più attenti a salvare se stessi, perché ricordano quanto Gesù aveva detto: “Chi vuol salvare la propria vita la perde”, ma ricordano soprattutto l’amore che Gesù continua ad avere per loro. Il brano del vangelo narra quest’amore, conosciuto nell’ultimo incontro che i discepoli hanno avuto con lui dopo la risurrezione: si è presentato a loro, senza essere riconosciuto, dopo la grande delusione della fatica inutile di tutta la notte. Non erano riusciti a pescare nulla. Egli si interessa di loro: “Non avete nulla da mangiare?”. E dona un consiglio che accolgono gettando la rete dalla parte destra della barca. La pesca abbondantissima li aiuta a riconoscere in quello sconosciuto, che li ama, il Signore stesso! Inizia così un nuovo periodo della vita degli apostoli: Gesù chiede amore a Pietro e gli affida le sue pecore. Egli non deve più salire sulla barca per tornare alla vecchia vita. Ormai egli vive una vita nuova, da quando ha seguito Gesù, e non deve più voltarsi indietro. Gesù non lo rimprovera, ma con un atto d’amore grandissimo glielo fa comprendere. Con Pietro stavano altri apostoli, che avevano seguito il suo esempio. Anch’essi ora imparano a donare tutto l’amore al Signore e a compiere la nuova missione che egli dona: pascere i suoi agnelli e le sue pecore. Essi saranno impegnati a donare il vero nutrimento della vita divina a coloro che cominciano a seguire Gesù e poi a custodirli, difenderli dai pericoli, guidarli tenendoli uniti. La parola «pascere» è molto efficace e comprende molte azioni: dare il cibo, difendere, tenere uniti, guidare a luoghi sicuri: un compito difficile, ma possibile, perché dato da Gesù e sostenuto dall’amore per lui. Amare Gesù è l’unica cosa necessaria per svolgere il compito che egli affida! Per questo egli non chiede altro a Pietro: “Mi ami tu?”.
Padre Leonildo
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DOMENICA 11 APRILE
SECONDA DI PASQUA
“ Pace a voi! ”
Dal Vangelo secondo Giovanni 20, 19-31
Otto giorni dopo, venne Gesù.
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.
Parola del Signore Lode a te, o Cristo
L’annuncio della Parola di Dio di oggi si apre sull’immagine della prima Chiesa: i fedeli in Gesù vivono insieme e insieme pregano, godono di ascoltare ancora le parole del Signore dalla bocca degli apostoli, e questi continuano i suoi modi di fare, chini sulle sofferenze degli infermi e degli indemoniati.
La Chiesa continua a manifestare la misericordia di Dio, che è misericordioso in molti modi per tutte le situazioni che riguardano la vita dell’uomo: quelle della salute del corpo e quelle della salute dell’anima, quelle dei rapporti interpersonali e quelle del rapporto con Dio. Egli vuole risanarci dalle malattie e vuole risanarci dal peccato, che genera le sofferenze più grandi.
Il vangelo ce lo fa contemplare ancora, nella sua prima manifestazione da risorto, ai discepoli riuniti nella paura e nella tristezza. Qui egli dona loro gioia, li riempie del suo Spirito, affida loro la missione più bella per tutti i tempi: perdonare i peccati agli uomini.
Il messaggio più forte che ci viene dato oggi, otto giorni dopo la vittoria sulla morte, è un’altra vittoria, quella sull’incredulità del discepolo. Tommaso vuole prove tangibili per giustificare il proprio credere. Ed ecco la misericordia di Gesù: gli concede tutto, tanto che egli può toccare e può vedere. Ma il Signore, nella sua misericordia, raccomanda all’apostolo «difficile» di non ripetere più le sue pretese. La beatitudine non appartiene a chi arriva a vedere e toccare con mano, ma a chi crede senza vedere. Chi crede senza vedere è umile, proprio come Gesù desidera siano i suoi discepoli. L’atto di fede di Tommaso però è vero ed esemplare, e ci viene proposto come esempio. Egli dice a Gesù: “Mio Signore e mio Dio!”. Riconosce così Gesù come degno dell’adorazione e dell’obbedienza totale, come colui che è il nostro punto di riferimento per tutta la vita, cioè il nostro Dio. Così ce lo presenta anche Giovanni nel libro dell’Apocalisse. In una visione l’apostolo vede proprio il Signore, nel suo giorno, il “giorno del Signore”: lo vede rivestito delle vesti sacerdotali e circondato dai sette candelabri d’oro, di cui solo Dio è degno. Egli pronuncia parole che solo chi è Dio può pronunciare: “Io sono il Primo e l’Ultimo, e il Vivente. Ero morto, ma ora vivo per sempre e ho le chiavi della morte e degli inferi”. A lui rimaniamo rivolti oggi e ogni giorno: egli rimane accanto a noi con la sua misericordia!
Padre Leonildo
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DOMENICA 4 APRILE
PASQUA !!!
Cristo è risorto, alleluia!
In ogni Eucaristia la Pasqua è perennemente celebrata perché viene immolato Cristo, l’Agnello pasquale; e in essa «mirabilmente nasce e si edifica sempre la... Chiesa». Come gli apostoli, anche noi mangiamo e beviamo con Gesù risorto dai morti. Ancor più mangiamo lui, il vero «pane azzimo» che toglie dal nostro cuore ogni fermento di peccato, ci comunica il dono dello Spirito che dà vita e che fa della assemblea una comunità di risorti con Cristo.
Dal Vangelo secondo Luca 24,1-12
Perché cercate tra i morti colui che è vivo?
Il primo giorno della settimana, al mattino presto [ le donne ] si recarono al sepolcro, portando con sé gli aromi che avevano preparato. Trovarono che la pietra era stata rimossa dal sepolcro e, entrate, non trovarono il corpo del Signore Gesù.
Mentre si domandavano che senso avesse tutto questo, ecco due uomini presentarsi a loro in abito sfolgorante. Le donne, impaurite, tenevano il volto chinato a terra, ma quelli dissero loro: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea e diceva: "Bisogna che il Figlio dell'uomo sia consegnato in mano ai peccatori, sia crocifisso e risorga il terzo giorno"». Ed esse si ricordarono delle sue parole e, tornate dal sepolcro, annunciarono tutto questo agli Undici e a tutti gli altri. Erano Maria Maddalena, Giovanna e Maria madre di Giacomo. Anche le altre, che erano con loro, raccontavano queste cose agli apostoli. Quelle parole parvero a loro come un vaneggiamento e non credevano a esse. Pietro tuttavia si alzò, corse al sepolcro e, chinatosi, vide soltanto i teli. E tornò indietro, pieno di stupore per l'accaduto.
Parola del Signore Lode a te, o Cristo
“Morte e Vita si sono affrontate in un prodigioso duello.” Così la sequenza di questo giorno solenne. La Morte, guidata dall’odio del Maligno per gli uomini, ha sfidato la Vita, presente in colui che ci ama di amore perfetto e fedele. La Morte è stata capace di far aprire la tomba per ingoiare il Signore della Vita, ma non è stata capace di trattenerlo. Anzi, questi, entrato in essa, l’ha resa portatrice di Vita, di Vita eterna. La tomba era addirittura profumata come la stanza preparata per la festa di nozze: infatti, Gesù, morendo, ha dato la vita nell’atto d’amore che unisce Dio-Sposo alla Chiesa-sposa.
Noi oggi godiamo di questa vittoria, e la celebriamo con tutta la gioia, partecipando a quella di Dio Padre, che ha preparato dall’eternità questo momento, per risanare gli effetti del peccato di Adamo. È a causa di quel peccato che è entrata nel mondo la morte per l’invidia del diavolo, e ha continuato a seminare terrore, prepotenza, violenza, odio, con immane sofferenza. Oggi quella morte non ci fa più paura, perché è stata calpestata da Gesù: egli non si è lasciato spaventare: si è lasciato ingoiare dalle sue fauci; egli sapeva infatti che la sua presenza in essa l’avrebbe trasformata. Per lui e grazie a lui la morte è diventata atto di amore perfetto, il momento più bello di una vita che, proprio per questo, si manifesta vita divina.
Quello che ci racconta Maria, la Maddalena, diventa la notizia più bella che mai si sia udita sulla terra. Maria ne è spaventata, perché lei stessa l’ha compresa negativamente: “Hanno portato via il Signore dal sepolcro”. Ella ancora non ha capito ciò che sta annunciando: non è un fatto di cronaca nera, ma la notizia più bella. Ella pensa che il sepolcro sia stato violato, sia stato aperto dall’esterno, da uomini malvagi, e invece è dall’interno che esso si è spalancato, terrorizzando chi lo custodiva. Gli uomini non hanno faticato, hanno continuato a dormire, ma il Signore stesso ha distrutto la loro opera, ha reso inutile la fatica con cui l’avevano chiuso e sigillato nel sepolcro.
Risorgendo Gesù ci colma di speranza. Dio è ancora capace di intervenire in quelle nostre situazioni che ci terrorizzano, là dove noi ci vediamo impotenti, incapaci di gioire. Se Gesù è risorto, non esiste più nessuna situazione che possa alimentare la nostra disperazione. Se Gesù è risorto, noi possiamo continuare il cammino sulla terra con fiducia, addirittura con gioia. Ora che Gesù è risorto, il nostro sguardo non è più condizionato da ciò che succede attorno a noi, ma è illuminato dalle “cose di lassù”.
Rimarremo forse ancora nell’incertezza in cui si sono trovati Pietro e Giovanni, perché siamo deboli e facciamo fatica ad applicare alle nostre situazioni quotidiane la Parola che ci è stata annunciata. Ci possiamo però aiutare gli uni gli altri, come si sono aiutati i due apostoli a credere alle parole di Maria e correre verso quel luogo, che non è più luogo testimone di morte, bensì luogo testimone della vittoria più sorprendente della storia dell’umanità. Ci aiutiamo gli uni gli altri a vedere i segni dell’opera di Dio, i piccoli e concreti segni del suo amore capace di creare cose nuove. Godremo così della vittoria di Gesù sul male e sul maligno, soprattutto su quel peccato che altrimenti non cessa di condannarci. Con la sua risurrezione Gesù è diventato il giudice di tutti, dei credenti e dei non credenti. I credenti in lui godono di un giudizio favorevole, un giudizio che perdona i peccati.
Per questo abbiamo cantato:
Alla vittima pasquale,
s'innalzi oggi il sacrificio di lode.
L'agnello ha redento il suo gregge,
l'Innocente ha riconciliato
noi peccatori col Padre.
Alla vittima pasquale, s'innalzi oggi il sacrificio di lode.
L'agnello ha redento il suo gregge,
l'Innocente ha riconciliato noi peccatori col Padre.
Morte e Vita si sono affrontate in un prodigioso duello.
Il Signore della vita era morto; ma ora, vivo, trionfa.
«Raccontaci, Maria: che hai visto sulla via?».
«La tomba del Cristo vivente, la gloria del Cristo risorto,
e gli angeli suoi testimoni, il sudario e le sue vesti.
Cristo, mia speranza, è risorto; e vi precede in Galilea».
Sì, ne siamo certi: Cristo è davvero risorto.
Tu, Re vittorioso, portaci la tua salvezza.
(Sequenza di Pasqua)
Padre Leonildo
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DOMENICA 23 MARZO Delle Palme
Benedetto! osanna!
Il compendio della celebrazione odierna è offerto già nella monizione che introduce la processione delle Palme: «Questa assemblea liturgica è preludio alla Pasqua del Signore... Gesù entra in Gerusalemme per dare compimento al mistero della sua morte e risurrezione... Chiediamo la grazia di seguirlo fino alla croce per essere partecipi della sua risurrezione».
Dal Vangelo secondo Luca 19,28-40
Benedetto colui che viene nel nome del Signore.
In quel tempo, Gesù camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme. Quando fu vicino a Bètfage e a Betània, presso il monte detto degli Ulivi, inviò due discepoli dicendo: «Andate nel villaggio di fronte; entrando, troverete un puledro legato, sul quale non è mai salito nessuno. Slegatelo e conducetelo qui. E se qualcuno vi domanda: “Perché lo slegate?”, risponderete così: “Il Signore ne ha bisogno”». Gli inviati andarono e trovarono come aveva loro detto. Mentre slegavano il puledro, i proprietari dissero loro: «Perché slegate il puledro?». Essi risposero: «Il Signore ne ha bisogno». Lo condussero allora da Gesù; e gettati i loro mantelli sul puledro, vi fecero salire Gesù. Mentre egli avanzava, stendevano i loro mantelli sulla strada. Era ormai vicino alla discesa del monte degli Ulivi, quando tutta la folla dei discepoli, pieni di gioia, cominciò a lodare Dio a gran voce per tutti i prodigi che avevano veduto, dicendo: «Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore. Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli!». Alcuni farisei tra la folla gli dissero: «Maestro, rimprovera i tuoi discepoli». Ma egli rispose: «Io vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre».
Parola del Signore Lode a te, o Cristo
Iniziamo la grande settimana che celebra la nostra salvezza. Abbiamo accompagnato Gesù all'ingresso nella Città santa, dove egli viene proclamato Re, ma non dai re e dai grandi della terra, bensì dai poveri e dai piccoli, dai suoi discepoli e da quelli che con semplicità riconoscono la presenza di Dio dove c'è l'amore. Tutti cantano per lui il salmo che dice: "Benedetto colui che viene nel nome del Signore", il salmo profetico con cui i pellegrini esprimono la loro gioia per essere giunti finalmente, dopo un viaggio faticoso, al luogo dell'adorazione di Dio: qui si realizzerà la loro salvezza. È la venuta di Gesù la salvezza! È in questa città che egli offrirà a Dio il sacrificio a lui gradito, sacrificio che purifica tutta l'umanità.
Questo sacrificio viene preparato e celebrato da Gesù con i suoi discepoli, prima di compierlo nell'orto degli ulivi e sulla croce. "Questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me", dice agli apostoli stupefatti. Essi non sapevano e non potevano capire l'importanza di quel gesto del loro Maestro. L'avrebbero capito molto tempo dopo, proprio come noi, che lo celebriamo moltissime volte prima di comprendere qualcosa. "Il mio corpo, dato per voi": nell'orto degli ulivi Gesù si offre a compiere la volontà del Padre. Egli sapeva che la volontà del Padre era quella annunciata dai profeti: che il Figlio manifestasse agli uomini il suo amore pieno e perfetto: gli uomini vedono l'amore quando è messo alla prova, e perciò il Figlio di Dio deve soffrire e morire. Di fronte a Giuda, a Caifa, a Pilato e ad Erode Gesù continua a mettere in luce l'amore, sempre e soltanto l'amore, senza nessuna reazione che possa far pensare a impazienza, a vendetta, a odio.
Oggi udiamo tutta la narrazione della malvagità umana che si accanisce contro Gesù, la stessa malvagità che continua a percorrere le nazioni. E nello stesso tempo udiamo la pace e la volontà di amore che scaturisce dal Signore e continua ancora a manifestarsi là dove i cristiani vengono perseguitati, accusati, torturati, fatti oggetto di ingiustizie violente e tremende. Vediamo la tentazione dei discepoli che vogliono reagire con le medesime armi del mondo, finché Gesù stesso li ferma e guarisce le ferite riportate dai suoi nemici. È una lezione di cui abbiamo bisogno continuamente, perché la stessa tentazione ci fa cadere ogni giorno, come pure quella in cui è stato trascinato Pietro. La decisione di questo discepolo di seguire il Maestro non era umile abbastanza per resistere alla paura. Il suo pianto diventa un incoraggiamento per noi, a non scoraggiarci per le nostre cadute, ma invece a continuare a rialzarci: Gesù ci osserva con il suo amore continuo e paziente. Le interrogazioni cui è sottoposto il Signore servono a noi per conoscerlo: non sono servite a quelli che gliele ponevano, perché essi non cercavano la verità, non cercavano il volere di Dio, ma soltanto la difesa dei propri interessi.
Noi conosciamo più profondamente Gesù dalle parole e dai silenzi con cui rispondeva ai potenti e ai miseri. La sua risposta al ladrone, che soffriva con lui, è la parola che vorremmo fosse rivolta a noi. Egli sapeva che la meta, non solo per lui, ma per tutti noi, è il paradiso, il luogo della felicità: lo promette a quel disgraziato che ha iniziato a dargli un posto privilegiato nel suo cuore. Così impariamo che Gesù è capace di amare i grandi peccatori, tanto che, quando essi lo accolgono, non sono più peccatori, bensì abitanti del cielo.
Assistiamo poi alla sepoltura di Gesù che, anziché sepoltura, è preparazione alla risurrezione! Il silenzio delle donne introduce il silenzio con cui vivremo noi questa settimana. Staremo in contemplazione di Gesù che soffre e muore: per questo cercheremo pause di silenzio e faremo tacere in noi e attorno a noi ciò che ci distoglie dall'essere uniti al nostro Signore e Maestro, fonte della vera vita e della gioia, fonte della forza che adoperiamo per superare i disagi di ogni giorno. Viviamo questa settimana come una possibilità unica di crescere e maturare nella fede e nell'amore.
Padre Leonildo
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