
Si fa un gran parlare di famiglia
Si fa un gran parlare di famiglia in Italia. E spesso per decretare la morte definitiva. E invece, come nel 2007 dimostrò l'affollatissimo Family day a Roma, la famiglia non è per nulla finita. E' in difficoltà, è evidente, ma rappresenta sempre il pilastro della società. La cosa strana e tragica, purtroppo,è l'accorgersene troppo tardi, quando la propria vita familiare comincia a scricchiolare. Ne parliamo con don Francesco Cattadori, direttore dell'Ufficio famiglia della diocesi di Piacenza-Bobbio. Molte parrocchie italiane in questi mesi stanno dando via ai corsi per fidanzati che, sempre più spesso, accolgono, fra gli altri, coppie che già convivono.
Questa tv che insegna a litigare
Don Francesco, qual è la prima cosa che diresti a due fidanzati?
Di imparare a guardare l'altro in faccia, come è nella realtà. Un rapporto affettivo non va costruito come ce lo descrivono i reality in tv. Sarebbe un rapporto troppo superficiale, basato solo sull'apparire, su un esteriorità esasperata, incapace di fare i conti con la difficoltà che prima o poi la vita ti presenta. In tv il modello del rapporto con gli altri è il conflitto e l'insulto, e la trasmissione Amici di Maria De Filippi ne è l'immagine più evidente. E poi gli direi charamente di non pensare che la convivenza ti mette al riparo da ogni problema. Ci sono coppie che si sposano dopo anni di convivenza e dopo il matrimonio si separano. Forse per vivere insieme nel tempo serve qualcosa di vero e profondo. Non sono cose ovvie? Tutt'altro. Quest'anno in parrcchia ho preparato cinque coppie al matrimonio. La cosa che mi ha più colpito è che si stupivano quando io spiegavo loro, a partire dalla parola di Dio, che l'altro che ti è accanto è un dono, non è una tua conquista, una tua proprietà. L'essere insieme fa parte del progetto che Dio ha pensato dall'eternità. Bisogna parlare ai fidanzati con chiarezza. La cosa più importante è accompagnarli sulla via di un cammino di fede. Altrimenti oggi non ti resta che intervenire quando la coppia decide di sposarsi ma allora è troppo tardi.
Non tutti accettano di vivere un cammino di fede dopo il matrimonio?
Partiamo con chi sente il bisogno di continuare a confidarsi con altri e soprattutto con la parola di Dio. Il fidanzamento, l'amore trà un uomo e una donna, sono esperienze che mettono in moto la vita e rendono più aperti a una ricerca di fede.
Diventare una carne sola: una parola della Bibbia che ricorre spesso nelle celebrazioni dei matrimoni. Ma cosa significa concretamente?
Adamo nella Bibbia dava il nome a tutte le cose create da Dio, ma non trovò nulla di simile a sé, con cui poteva entrare in relazione. Quando Dio gli accompagno la donna,lui disse: finalmente! Capì che per crescere aveva bisogno della relazione con Eva. Dio l'aveva pensata per lui e gliene aveva fatto dono. Così entrambi - dice la Bibbia – lasceranno la loro casae si uniranno per diventare una carna sola (cf Gen 2,24 ), un “noi”, non più due singoli che vivono insieme ma una comunità d'amore. Purtroppo oggi questo diventare una carne sola è banalizzato......
In che senso?
Una volta si pensava che il matrimonio servisse solo a mettere al mondo dei figli. Ci si è resi conto che non è così. Perchè ci sia una comunione genitale, fisica, occorre che trà i due ci sia una comunione del cuore. Se questa comunione di amore esiste, si avverte che l'amore ha l'esigenza intinseca di espandersi, di non rimanere chiuso in se stesso prigioniero del narcisismo. I figli sono un'esigenza dell'amore e non un cappio al collo che ti impedisce di essere libero e ti costinge a svegliarti di notte quando sono piccoli.
Genitori, non amiconi
Certo che oggi non è facile fare i genitori.....
Il problema è che oggi molti genitori scelgono di non fare i genitori, e di diventare gli amici, i fratelli, i compagni dei loro figli pensando che questo è un modo per essere più vicini ai figli. E cosi rinunciano al loro ruolo di educatatori e il bambino detta legge in famiglia. Il padre, che deve saper dire anche dei no, deve aiutare il figlio a scoprire chi è e dove va la sua vita.
Qual è il palinsesto su cui regge una famiglia?
Il perdono. Non è per niente facile e va vissuto continuamente, tutti i giorni, tutti i minuti. Senza il perdono anche fare l'amore per due sposi rischia di diventare fine se stesso. La comunione dei cuori rende sempre vera l'unione dei due corpi.
C'è una parola nella Bibbia partcolarmente sognificativa per la vita della famigila?
Il capitolo quinto della lettera agli Efesini: Cristo ha amato la Chiesa e dato la sua vita per lei. Con lo stesso amore gli sposi devono dare la vita l'uno per l'altro (cfvv. 1-2). Una parola, questa, che infastidisce molti perchè si dice che «il marito è capo della moglie» (v. 23). Capo non vuol dire padrone, dominatore; capo significa servo. Servire è dare la propria vita.
Che cosa significa nel concreto dare la propria vita per l'altro?
Significa vivere la virtù dell'umiltà. Senza umiltà difficilmente una famiglia regge. Umiltà è mettere l'altro prima di te, l'altro con le sue esigenze, per fare in modo che realizzi la sua umanità nel disegno di Dio, e non come vorresti tu. E che grazie al rapporto insieme l'altro diventi come Dio lo ha pensato. Questo vale anche per i genitori nei confronti dei figli. Vivere l'umiltà non è per niente facile, oggi è una virtù controcorrente. I suoi nemici sono le pretese che l'altro sia come voglio io e l'orgoglio. Il mondo oggi dice chiaramente: realizzati a scapito degli altri. San Paolo diceva chiaramente: stima l'altro più di te stesso.
Che cosa riceve un prete dal contatto con le famiglie?
Riceve moltissimo. Mi colpisce sempre la testimonianza degli sposi che spendonoi la vita per il proprio marito e moglie e figli.
A me prete, che non ho moglie e figli, spinge a non credere alla tentazione di farmi una vita, di ritenermi quasi un proffesionista dei sacramenti che quando ha fatto il suo dovere è a posto. Con le famiglie capisco il mistero della Trinità: persone diverse che si amano. Il prete può aiutare le famiglie a mettere al centro della loro vita la parola di Dio, non perché è un maestro ma perché nel suo servizio sa spezzare la Parola e la consegna alle famiglie perché la vivano secondo le intuizioni che lo Spirito suscita in loro.
C'è, fra le tante, una famiglia che ti ha paricolarmente colpito?
Ad Assisi, dove ho vissuto per diversi anni, per un certo tempo all'Eremo delle carceri tenevo la Lectio divina aperta alle persone che arrivavano. Capitò una coppia di Como, che non poteva avere figli. Finita la settimana di ritiro, mi chesero quali gesti di carità potevano mettere in atto nella vita quotidiana. Li invitai a stare sereni e in ascoltoper capire dove lo Spirito li avrebbe condotti. Tornati a casa, dopo qualche settimana, un assistente sociale li chiamò al telefono per sentire se erano disponibili ad accogliere in affido un bambino dawn con una malattia cardiaca. Dissero si ritenendo che quella fosse una richiesta dello Spirito. Ora lo hanno anche adottato e nel loro quartiere quel bambino è diventato il catalizzatore di tutta la gente. La loro scelta coraggiosa è stata premiata.
Tratto dalla rivista Rinnovamento nello Spirito Santo